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Relazioni online e offline

Ricordo ancora alle superiori quando dopo pranzo accendevo il PC e facevo partire MSN Messenger.

I principali contatti?

I compagni di classe salutati poche ore prima, oppure i miei amici di infanzia per organizzare il pomeriggio o il weekend.

Strano dopo così tanti anni, soprattutto se penso a come vengono intrattenute oggi le relazioni online.

Ci ho costruito la mia tesi di laurea sulle dinamiche di interazioni in Rete. E a distanza di anni continuo ad appassionarmi con fervore all’argomento.

Reputo l’anonimato ancora la maschera usata da molti per dire le proprie verità, mentre quando si tratta di associare un nome e cognome a ciò che stiamo per scrivere bisogna fare un bel distinguo.

La relazione tra due o più persone si può sviluppare in svariati modi e modalità. Può essere pubblica, dove presumibilmente se dotati di un po’ di sale in zucca, le persone tendono a far apparire la versione più accettabile di sé.

Scrivere sapendo di essere letti non solo dalla propria cerchia di amici e confidenti, rende difficile il lasciarsi andare.

Al contrario se il gruppo è chiuso, protetto, si è più consapevoli di potersi sfogare e dire il proprio pensiero in libertà.

Lo spunto del video di Matteo è interessante. Le supposizioni basate sulla mia esperienza sopra enunciata mi portano pensare di non avere una così grossa differenza tra le relazioni online e offline.

Il concetto di familiarità, poi, è il comun denominatore tra queste due “piattaforme”. Insulto brutalmente qualcuno che mi taglia la strada passando col rosso e allo stesso modo lo faccio online?

Difficile a dirsi, vero?

Perché se si è protetti dall’anonimato o da un gruppo privato, ci si lascia andare più facilmente. Insultare pubblicamente su un post dalla vita infinita, è un altro paio di maniche e almeno personalmente la reputo un’attività da fare non a cuor leggero.

La differenza vera sta nella vita stessa del contenuto. La Rete non dimentica si diceva una volta e probabilmente è ancora così.

La confidenza, la familiarità, la cerchia ristretta. Sono differenziatori importanti per stabilire il grado di relazione. Sia offline come online. Il filtro però del monitor e della tastiera è ancora in grado di trasformare tanti agnelli in leoni e viceversa.

ComunicazioneAndrea Contino
In poche parole

Le cose sono molto più complicate di poche parole.

Questo film cerca di descrivere la storia del Mondo attraverso immagini, 3.000 per l’esattezza, con un montaggio molto veloce.

In the 1920’s, Russian cinema genius Sergei Eisenstein pioneered the use of montage in film. According to Eisenstein, “narrative always proceeds with an eye towards rhythm.” By juxtaposing images one after another in rhythmic, ideological montage one could “express abstract ideas by creating relationships between opposing visual intellectual concepts.” This theory is the crux of Friedli’s film. To capture existence, he first pared down global themes and subjects into recognizable objects. It was deeply important to him that each object reflect something beyond the literal. The first image in the film is that of a seed, which can be seen as the seed of an idea and also, of life. From there, Friedli takes us into “the birth of human consciousness, leading to the discovery of mathematics, languages, architecture and art.” The more nuanced subjects of industrialization, war, and technology required careful planning, precise props and extreme ingenuity. For example, to represent World War II, Friedli recreated a life-size atomic bomb piece by piece. The scale of it was so large that the animators needed to move to an entirely new studio just to animate that segment.

To complete the montage as Eisenstein described it, Friedli’s images needed rhythm to find the narrative. Using hyper-fast stop-motion and ingenious digital compositing, he paced the film so ridiculously high that it forces one to read in between the lines or rather see in between the frames.

the film’s cycle ends with a microchip (i.e. nutshell), a small piece of technology large enough to store incredible amounts of information. One could infer different possibilities of where technology might take us if the film were to continue, but instead, in the post credit scene, Friedli starts the cycle of life again with the seed transforming again. The real thesis of the film is that, no matter what, “life keeps going in cycles.”

ComunicazioneAndrea Contino
Cosa rende una poesia... una poesia?

Cosa esattamente fa di una poesia... una poesia? Gli stessi poeti hanno lottato con questa domanda, spesso usando metafore per abbozzare una definizione. Una poesia è una piccola macchina? Un fuoco artificiale? Un'eco? Un sogno? Melissa Kovacs descrive tre caratteristiche individuabili nella maggior parte delle poesie.

ComunicazioneAndrea Contino
Mantenere la calma

Una giornata tipo, al lavoro.

Se lavori principalmente sul pc e le tue relazioni si limitano a pranzare insieme ai colleghi, scambiare e-mail e telefonate con i clienti e dar sempre l’impressione che tutto sia sotto controllo con parole rassicuranti al tuo datore di lavoro, è facile dissimulare tensioni, nervosismi, preoccupazione e anche demotivazione e depressione. Si tratta di contatti con il prossimo talmente radi che puoi cavartela con dei sorrisi di circostanza e risposte standard.

La rabbia si stempera parcellizzandola nei milioni di colpetti che diamo con i polpastrelli sulla tastiera e per questo c’è una letteratura esaustiva su quali siano le migliori periferiche da input per tenersi allenati alla potenza. Al primo posto c’è quella fighissima tastiera per il Mac, grigia con i tastini gommosi, che dà agli utenti una sensazione insuperabile e permette di prendere a ditate il mondo intero con tutto quello che ce l’ha con te.

A volte superi il limite dello stress e ti viene da spaccare il monitor con il pugno e lanciare quello che rimane del portatile dalla finestra, ma si tratta di casi limite. Stesso discorso se i colleghi li mandi affanculo perché poi con quelli, se sono nella tua stessa condizione, capita anche di venire alle mani. Quando invece dall’altra parte non hai Microsoft Office ma sei in mezzo a esseri umani perché il tuo lavoro si basa sulle relazioni è importante lasciare la vita privata a casa, insieme alle delusioni o alle incazzature e a tutto ciò che può indurci a prendercela con le persone con cui abbiamo a che fare.

Si tratta di un fattore che non avevo mai preso in considerazione – oggi mi è successo per la prima volta di riflettere su questo aspetto – e spero che esistano dei corsi di formazione per mantenere la calma e aspettare il termine dell’orario di servizio quando c’è qualcosa che non va.

Via.

ComunicazioneAndrea Contino
(Social) Media Panic

Il mio voler diminuire il tempo speso sui social network non è da confondere con una personale e accesa battaglia contro di essi. Anzi.

A me piace osservarne le mutazioni, il cambiamento di rilevanza e influenza nei confronti di tutto ciò che sta al di fuori di uno schermo.

Così è stato per la 10yearschallenge. Il meme diventato virale un po’ su tutte le piattaforme social, ha portato alcuni giornalisti a pensare come quest’ultime abbiano proattivamente spinto la cosa per poter carpire dati dalla mappatura delle immagini caricate.

Senza forse tenere conto di quante altre nostre foto questi luoghi posseggono già e se avessero voluto potenziare il loro algoritmo lo avrebbero potuto fare semplicemente sfogliando tutti i nostri album di foto caricati dall’iscrizione ad oggi (come immagino abbiano fatto).

Pertanto l’allarmismo creato attorno alla faccenda non solo è inutile e irrilevante, ma demonizza sulla base di nessuna prova. Solo per il gusto di sparare a zero.

Ho letto con soddisfazione il punto di vista di Jeff Jarvis sulla questione, il non dover gettare fango a tutti i costi rischia di diventare controproducente:

At this moment, we are arguing about that impact of the net on our daily lives. Some have said to me that this fuss about the #10YearChallenge meme is helpful because people are talking about the issues at hand.
I have one response: Let that debate be based on facts and evidence, not on baseless provocations and what-if worries, which fuel a moral panic that comes to blame all our troubles on technology and assume malign motive for every action the technologists take. Journalists do not have license to relax their standards of fact and evidence and should be informing the debate, not fueling the panic

È apparentemente scollegato da tutto questo discorso, ma il post di Tim Carmody su Kottke.org tocca un punto molto interessante. Ok i blog e il loro rampante ritorno, ma senza Facebook o Twitter la carriera di alcuni della mia generazione non sarebbe stata la stessa. Le opportunità e le conoscenze, come anche per me, sono sì partite dal blog ma si sono poi ampliate notevolmente con l’avvento di altre piattaforme. Non c’è dubbio alcuno.

And guess what? So have Twitter and Facebook. Just by enduring, those places have become places for lasting connections and friendships and career opportunities, in a way the blogosphere never was, at least for me. (Maybe this is partly a function of timing, but look: I was there.) And this means that, despite their toxicity, despite their shortcomings, despite all the promises that have gone unfulfilled, Twitter and Facebook have continued to matter in a way that blogs don’t.

C’è poi questa domanda costante e impellente che aleggia sulle tastiere di tutti coloro abbiano mai deciso di aprire un blog:

Maybe we need to ask ourselves, what was it that we wanted from the blogosphere in the first place? Was it a career? Was it just a place to write and be read by somebody, anybody? Was it a community? Maybe it began as one thing and turned into another. That’s OK! But I don’t think we can treat the blogosphere as a settled thing, when it was in fact never settled at all. Just as social media remains unsettled. Its fate has not been written yet. We’re the ones who’ll have to write it.

Il più delle volte si risponde di star scrivendo per se stessi. E per la stragrande maggioranza così sarà sempre. Ma probabilmente lo scopo comune è quello di estendere se stesso in un luogo altro, apparentemente eterno, lasciarci dentro una traccia e vedere come va a finire.

Take that, Android!

Se quello che succede in Vegas, rimane a Vegas.

Lo stesso dovrebbe accadere con il tuo iPhone. Poi non è proprio così a livello di advertising, ma forse per il resto sì.

Questo il billboard al CES 2019, dove Apple non è stata presente all’interno della fiera, ma è riuscita comunque a fare molto rumore.

Apple CES 2019

Is this a whole new Apple? Or just a temporary lapse of humdrum?

Actually, it’s an echo of an earlier Apple, when headlines would both amuse and inform.

Steve Jobs’ goal was never just to sell a product, it was to build a stronger brand, and headlines were a big part of that.

Though he didn’t do the writing, Steve ruthlessly enforced the creative standards. In some way, every ad had to communicate that Apple was smarter, better and even funnier. Not goofy funny, but sophisticated funny.

Ken Segall.

ComunicazioneAndrea Contino
Artigiani del web

Questo video compie esattamente 8 anni. Una vita.

Ai tempi Intel cavalcò l’onda del parolone del momento: storytelling. E dimostrò a tutti con la serie Visual Life come un brand potesse raccontare bene una storia discostandosi completamente dal proprio recinto di riferimento.

Lo storytelling diventò poi story yelling e in pochi sono poi riusciti nell’impresa di patrocinare racconti senza doverci mettere lo zampino con un proprio prodotto.

Ma tant’è, la bellezza di questo video risiede nella celebrazione di un artigiano del web, nella sua cura per il dettaglio, nell’animare e coltivare una community nata dalla strada. Una strada per esprimere le sue passioni e raccontarle al mondo.

In fondo un blog non dovrebbe fare proprio questo?

Le identità sconosciute

Banksy è un’artista che divide. Può piacere oppure essere oggetto di disprezzo. Le sue opere di denuncia della realtà hanno comunque molto seguito e con semplicità abbracciano i segni dei tempi in cui vengono realizzate.

L’ultima ne è un’esempio perfetto.

Quello che mi manda fuori di testa è la descrizione del suo status di anonimato, soprattutto da parte dei media. Legittimo, da proteggere e da rispettare.

Ma non mi venite a dire che non sia costruito ad hoc. Scoprono terroristi in capo al mondo, non abbiamo privacy se non alla toilette, figuriamoci se non si possa risalire all’identità di un’artista, soprattutto di strada.

Bene gli è andata sin’ora di non essere incappato in nessun social media addicted.

Ma prima o poi succederà.

ComunicazioneAndrea Contino
Megafoni online. Saper comunicare non è affar semplice

Niente di più facile, niente di più difficile. Come sostengo sempre anche io, comunicare online non è affar semplice.

Via zurobets

La tentazione di agire male è sempre in agguato. Per questo, alle volte, anche persone di cultura, dalla parte di alti e solidi principi che grazie alla Rete raggiungono le folle, vengono tentate e cadono nel tranello dello shaming. Per esempio: come se un Professore con molti seguaci iniziasse a fare shaming ai danni di un altro utente che lo dileggia e in poche battute finisse, spalleggiandosi con i suoi, a dire che il tizio debba tagliarsi i capelli.

Essere nel giusto spesso non equivale all’essere giusti, e come dicevamo stare online è complesso. Detto questo bisogna educarsi al non cedere alle facili scorciatoie, agli inganni di una rete densa e allo stesso tempo rarefatta e quando si è su un podio cercare di non farsi abbacinare dalla comodità del far parte di una folta schiera, abbracciando una tanto diffusa quanto pessima pratica. Perché se lo fanno quelli con il megafono, allora sarà normale farlo anche per le ultime file. E se hai il megafono ci sono cose che possono essere dannose da fare. Urlare, ad esempio.

E se le modalità con cui sia proficuo comunicare la scienza non è ben chiaro quali possano essere, spero diventi sempre più chiaro quali siano quelle corrette per vivere online senza inquinare.

ComunicazioneAndrea Contino
Too much

Lo stile comunicativo del nuovo spot Molinari è uno stereotipo. Racconta di stereotipi. E lo stereotipo dell’italiano diventa motivo di vanto. Quelli per i quali nel mondo ci deridono e forse ci siamo tutti incazzati più di una volta.

Banale? Forse. Ma è piacevole riconoscersi e andarne orgogliosi.

Ma siamo troppo per cosa? Siamo così e basta.

ComunicazioneAndrea Contino