Musish

Un gruppo di ragazzi svegli e che forse come me si è rotto anche un po’ le scatole - Brychan Bennett-OdlumRaphaël Vigée, James Jarvis e Filip Grebowski [GitHub Link] - ha creato questa piccola gemma: https://musi.sh

Finalmente un player web per Apple Music. Ok non è ufficiale, manca di alcune funzionalità (tipo l’implementazione con Last.fm), ma è decente, non ciuccia troppa ram e funziona bene.

Apple cosa aspetta a fare una cosa simile?

Buon ascolto.

MusicAndrea Contino
Glass

In pieno trip di M. Night Shyamalan, dopo essermi sparato in aereo Unbreakable e Split (entrambi su Netflix), domenica pomeriggio ho spento il telefono e sono andato solo soletto a guardarmi Glass. Il capitolo conclusivo (?) della trilogia.

Difficile raccontare tutto se non si è visto i primi due. Praticamente tutte le recensioni lette però sono d’accordo su una faccenda e io non sono da meno.

Un’opportunità sprecata.

Dopo due meravigliosi film, il terzo poteva essere la ciliegina sulla torta. E invece?

Un grosso boh.

Procede anche spedito verso la fine, che invece di rilevarsi rivelatrice ha portato ancora più confusione allo spettatore. Chi cavolo è questa società segreta del quadrifoglio? Cosa succede dopo che sono stati diffusi i video al mondo? Qual è il messaggio di fondo?

E senza un sequel in arrivo, sembra un po’ tutto lasciato all’interpretazione personale.

Glass è più concentrato nel tentativo di stipare due storie (quella di Unbreakable e Split) insieme che nella creazione di una propria, indipendente.

È un film apparentemente interessato a come funzionano le storie dei fumetti, ma ha gli stessi problemi di molti film sui fumetti che colpiscono il grande schermo in questi giorni. Quasi vent'anni dopo, il botteghino è dominato da film di alto profilo e ad alto budget basati su fumetti. Il pubblico sa che c'è sempre uno showdown. Sappiamo che ci sono i buoni e i cattivi e una serie di momenti di svolta. E allora? Non c’è nulla di nuovo o di diverso.

La mia personale considerazione? Il mischiare così tanto le carte, passare da eroe ad anti-eroe e appiccicarci così tante sindromi da sembrare una seduta psichiatrica, beh non solo non ha reso degna sepoltura ai due film predecessori, ma ha spinto Glass a sembrare girato in fretta e furia per raccontare una storia tenuta nascosta agli occhi del mondo: ci sono persone con poteri straordinari che a volte decidono di usare per il bene altre volte per il male.

Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi
A far promesse senza mantenerle mai se non per calcolo
Il fine è solo l'utile, il mezzo ogni possibile
La posta in gioco è massima, l'imperativo è vincere

P.s.: James McAvoy, come in Split del resto, ancora una volta magistrale in un ruolo complesso e dai tanti volti.

Cinema & TVAndrea Contino
(Social) Media Panic

Il mio voler diminuire il tempo speso sui social network non è da confondere con una personale e accesa battaglia contro di essi. Anzi.

A me piace osservarne le mutazioni, il cambiamento di rilevanza e influenza nei confronti di tutto ciò che sta al di fuori di uno schermo.

Così è stato per la 10yearschallenge. Il meme diventato virale un po’ su tutte le piattaforme social, ha portato alcuni giornalisti a pensare come quest’ultime abbiano proattivamente spinto la cosa per poter carpire dati dalla mappatura delle immagini caricate.

Senza forse tenere conto di quante altre nostre foto questi luoghi posseggono già e se avessero voluto potenziare il loro algoritmo lo avrebbero potuto fare semplicemente sfogliando tutti i nostri album di foto caricati dall’iscrizione ad oggi (come immagino abbiano fatto).

Pertanto l’allarmismo creato attorno alla faccenda non solo è inutile e irrilevante, ma demonizza sulla base di nessuna prova. Solo per il gusto di sparare a zero.

Ho letto con soddisfazione il punto di vista di Jeff Jarvis sulla questione, il non dover gettare fango a tutti i costi rischia di diventare controproducente:

At this moment, we are arguing about that impact of the net on our daily lives. Some have said to me that this fuss about the #10YearChallenge meme is helpful because people are talking about the issues at hand.
I have one response: Let that debate be based on facts and evidence, not on baseless provocations and what-if worries, which fuel a moral panic that comes to blame all our troubles on technology and assume malign motive for every action the technologists take. Journalists do not have license to relax their standards of fact and evidence and should be informing the debate, not fueling the panic

È apparentemente scollegato da tutto questo discorso, ma il post di Tim Carmody su Kottke.org tocca un punto molto interessante. Ok i blog e il loro rampante ritorno, ma senza Facebook o Twitter la carriera di alcuni della mia generazione non sarebbe stata la stessa. Le opportunità e le conoscenze, come anche per me, sono sì partite dal blog ma si sono poi ampliate notevolmente con l’avvento di altre piattaforme. Non c’è dubbio alcuno.

And guess what? So have Twitter and Facebook. Just by enduring, those places have become places for lasting connections and friendships and career opportunities, in a way the blogosphere never was, at least for me. (Maybe this is partly a function of timing, but look: I was there.) And this means that, despite their toxicity, despite their shortcomings, despite all the promises that have gone unfulfilled, Twitter and Facebook have continued to matter in a way that blogs don’t.

C’è poi questa domanda costante e impellente che aleggia sulle tastiere di tutti coloro abbiano mai deciso di aprire un blog:

Maybe we need to ask ourselves, what was it that we wanted from the blogosphere in the first place? Was it a career? Was it just a place to write and be read by somebody, anybody? Was it a community? Maybe it began as one thing and turned into another. That’s OK! But I don’t think we can treat the blogosphere as a settled thing, when it was in fact never settled at all. Just as social media remains unsettled. Its fate has not been written yet. We’re the ones who’ll have to write it.

Il più delle volte si risponde di star scrivendo per se stessi. E per la stragrande maggioranza così sarà sempre. Ma probabilmente lo scopo comune è quello di estendere se stesso in un luogo altro, apparentemente eterno, lasciarci dentro una traccia e vedere come va a finire.

Ansia giustificata

La newsletter domenicale di Carola Frediani è sempre ricca di spunti. L’uscita odierna è dedicata alla madre di tutti i data breach:

È arrivato il primo mega data breach del 2019. La prima grossa raccolta di indirizzi email e password di utenti che dopo aver fluttuato in Rete per un po' è stata infine identificata da alcuni ricercatori di sicurezza. Come vedremo, in realtà, si tratta di più di una raccolta. Ma quella che è uscita per prima e di cui si è parlato molto si chiama Collection #1. Ed è importante per due motivi principali: è di dimensioni notevoli (772.904.991 di indirizzi email unici e 21 milioni di password uniche); e non è chiaro ricostruire da quali siti e servizi arrivino questi dati, o quanti siano nuovi e quanti vecchi, il che rende più faticoso per utenti e aziende mitigare eventuali rischi.

Collection #1 è stata prima segnalata dal noto ricercatore di sicurezza Troy Hunt, il quale gestisce l'ottimo sito Have I Been Pwned, che permette a chiunque di verificare - in modo sicuro - se la propria email è presente in qualche data breach. Un sito che ormai è utilizzato da singoli individui e perfino aziende per tenere sott'occhio quando un database bucato e leakato da qualche parte contiene i propri indirizzi.

Vi consiglio di verificare la vostra email nel sito qui sopra. Se siete in uno degli elenchi la sola cosa che vi suggerisco di fare è cambiare password ai vostri account più importanti online.

Utilizzare un password manager, io ad esempio utilizzo da qualche anno 1Password, può essere un ottimo metodo per generare password sicure e conservarle senza doversele ricordare a memoria. Se utilizzate un sistema Apple il browser Safari ha un sistema di generazione e gestione password molto affidabile. Ovvio, questo se utilizzate solo Apple, se utilizzate più sistemi operativi può non essere la scelta più efficace.

InternetAndrea Contino
Il mio loop

Il mio di loop, parte da qui. Un maledetto meme visto mesi fa su twitter. Non so perché mi fece così ridere ai tempi, ma tant’è nel mezzo del nulla, durante il primo giorno di vacanze settimana scorsa mi è tornata in mente l’immagine.   

E niente, ho avuto in mente per 7 giorni Psycho Killer dei Talking Heads a ripetizione, senza sosta, dal risveglio a quando si andava a dormire.  

Quindi mi sembrava giusto farvela ciucciare anche a voi.  

MusicAndrea Contino
Dispacci islandesi: passo e chiudo

Oggi sveglia senza orari. Ci aspettava un massaggio rilassante alle 12 da Day Spa.

E così è stato. Talmente rilassati da doverci riempire lo stomaco al Grill più fico in città!

Chuck Norris Grill.

Il menu è ridotto all’osso, l’odore dentro il locale è di quelli che ti rimangono per mesi appiccicati ai vestiti, ma il cibo è favoloso e credo non servano ulteriori commenti.

Ci siamo sgranchiti le gambe e ci siamo spostati verso il lungo mare, siamo arrivati al Sun Voyager proprio mentre almeno tre bus pieni di orde di turisti si stavano fermando. Appena in tempo per qualche scatto. L’opera elogia ed esalta la voglia di esplorare nuovi territori.

Abbiamo chiuso la giornata con una tappa obbligata da Bæjarins Beztu, letteralmente “Il miglior hot-dog della città”. Aperto dal 1937 e sparso in varie zone della città, il baracchino propone soltanto hot-dog ma con:

A hot dog condiments include ketchup, sweet mustard, fried onion, raw onion and remolaði, a mayonnaise-based sauce with sweet relish. Hot dogs are often ordered with “the works,” i.e., all condiments, or in Icelandic “eina með öllu

Il posto è sì turistico, ma molto popolare anche tra gli islandesi, e infatti alle 18.30, orario in cui sembra essere l’ora di cena quassù, la coda era piuttosto consistente. Ma alla fine eccolo qui. Ricordando quelli assaggiati a New York mi è sembrato assai più delizioso e consistente. Da provare se passate da queste parti. E se lo dicono anche gli americani...c’è da crederci.

Quando il post sarà pubblicato noi saremo in aereo, ma a conclusione di questa settimana abbiamo tirato le somme di una inaspettata esperienza:

  • Non si è mai abbastanza pronti per il freddo di qua. Un freddo diverso da qualsiasi altro mai provato prima. Un freddo puro, da spezzarti il cervello, da farti rallentare il cuore. Uno scenario da Game Of Thrones, stile Hardhome. Per combatterlo tonnellate di maglie termiche, cappello, scarponi imbottiti con calze di lana, pile e assolutamente una giacca impermeabile

  • Reykjavík, ma così come tutte le altre mete visitate, ha un non so che di malinconico. Sarà per le 6 ore scarse di luce, o per un silenzio a metà tra il rilassante e il carico di tensione che pervade la città, l’Islanda è pacata. Adagiata sul bianco, sul ghiaccio, sul freddo pungente. Un silenzio assordante

  • In realtà la capitale è molto viva. Ci sono cantieri ovunque, si sta espandendo e anche di sera non ci è mai sembrata un mortorio. È forse il ritmo della vita ad essere molto più calmo. I negozi chiudono tra le 17 e le 18, la stragrande maggioranza dei ristoranti entro le 23 e gli uffici tra le 16 e le 17. I negozi sono chiusi la domenica, mentre i supermercati sono aperti 24/7

  • Tutti sono gentili e cordiali. Tutti, ma proprio tutti, parlano inglese molto bene e si fanno capire perfettamente

  • Non siamo riusciti a capire come mai ovunque mettessimo piede ci fossero ancora addobbi di Natale. Sarà forse per sopperire alla mancanza di sole, ma dappertutto, anche nel luogo più remoto visitato abbiamo trovato lucine, stelle di natale e luminiarie di svariata forma e natura

  • Negli altri post ho dimenticato di menzionare che quell’80% di energia geotermica è in mano straniera e non islandese. Una mossa voluta per attrarre investimenti dall’estero

  • La ristorazione proposta è generalmente vicina allo stile statunitense e della Gran Bretagna. Ok, si trovano molte cose tipiche, pesce e agnello soprattutto, ma è molto più facile trovare hamburger e patatine fritte che piatti tipici. È mediamente molto caro mangiare, di solito non ce la si cava con meno di 20 euro a testa. E se si vuole mangiare decentemente si arriva anche ai 40 molto facilmente. Anche in questo caso non sappiamo se dovuto a PIL pro capite adeguato. Stando a Wikipedia 12.000$ più dell’Italia

  • C’è connessione ovunque. Il Wi-Fi aperto in ogni locale in cui siamo stati, persino sui bus delle escursioni. Per il resto 4G anche nei posti più sperduti

L’Islanda è un luogo meraviglioso che consiglio caldamente di visitare una volta nella vita. Dove da una parte il tempo sembra essersi fermato a migliaia di anni fa e dall’altra la natura ha ceduto il passo all’innovazione. Un luogo dove tradizione e modernità si fondono per diventare melting pot tra gli Stati Uniti e l’Europa.

Un luogo con una profonda voglia di emergere e apparire indipendente agli occhi del mondo, ma che ne ha disperato bisogno per alimentarsi e continuare la sue esponenziale crescita.

Mi porto a casa una profonda invidia per lo stile di vita, il funzionamento dell’apparato pubblico, un po’ meno per il clima e il cibo, ma del resto da noi non è l’esatto opposto?

TravelAndrea ContinoIslanda
Dispacci islandesi giorno: 5

Oggi ultima escursione. Avvistamento balene! 

Siamo entusiasti, è nuvoloso e non sembra troppo freddo. E poi la barca si chiama Andrea. I presagi sono tutti dalla nostra.  

E invece...

Dopo pochi minuti, in attesa di partire, fuori dal finestrino inizia a fioccare. Nevica. Il mare però resta calmo e non ci facciamo troppo caso.  

Ci immaginiamo balene felici e spensierate scorrazzanti nel mare di Groenlandia che con tripli salti mortali vengano a salutarci solo per il semplice fatto di trovarci lì con loro.  

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Il tour gira attorno al fiordo a largo di Reykjavík. Ma il vento arriva da nord, ed è il vento del circolo polare artico. Temperatura -1°, feels like -10°. 

Abbiamo sì aspettato e aspettato, a prua nel piano esterno superiore della piccola nave. Penso di non aver sentito così freddo in vita mia. Nonostante le bardature sentivo solo il busto e la testa. Il resto del corpo penso si sia dissolto nel vento e in quei maledetti fiocchi diventati proiettili dentro gli occhi. In pratica senza degli occhiali o una fotocamera a protezione, restare ad osservare a occhio nudo risultava pressoché impossibile. E come si può vedere i nostri occhi gridavano pietà.

 La nostra guida, novello nostromo dall’accesissimo accento francese, ci ha esortato a non demordere, e in effetti verso la fine del tour eccola. La humpback whale

La nostra megattera però, forse perché molto affamata, non si è mostrata più di tanto. Ha fatto qualche sbuffo, ci ha mostrato dorso e coda un paio di volte e si è dileguata a caccia di krill. Questa volta gli scatti non sono venuti benissimo. Il freddo mi ha spaccato il fisico, ma qualcosa è uscito comunque.  

P.s.: ho aggiunto due scatti fatti dalla nostra guida di Special Tours.

Rientrati alle 16.00 non ci vedevamo più dal freddo e dalla fame. Anche perché per paura di vomitare abbiamo deciso di non mangiare praticamente nulla. Il pullman ci molla in centro città. L’avevamo già adocchiato l’altro ieri, oggi intirizziti e con la pancia vuota non abbiamo avuto bisogno di molti altri stimoli per fare gli imbruttiti fino in fondo ed entrare da Rossopomodoro Reykjavík.

Siamo la vergogna dei turisti, ma poco ci importa, ci siamo rifatti poco dopo con un bel dolce e una tazza di Swiss Mocha al Kaffi Brennslan.

Abbiamo concluso la giornata con la visita al Punk Museum di Reykjavík. Sottoterra, ricavato dai primi bagni pubblici della città del 1930. Un posto minuscolo e assurdo, ma molto divertente in cui scopri che Björk prima di diventare la noia mortale che tutto il mondo ha imparato a conoscere ha esordito in un gruppo punk.

Domani ultimo giorno. Lo dedichiamo al relax con spa e massaggio prima di girare la città un’ultima volta, assaggiare uno dei grezzissimi hot dog islandesi, visitare The Sun Voyager  e infine preparare le valigie. Nei prossimi giorni tirerò le somme di questa splendida terra dove una bottiglia d’acqua costa come l’Evian della Ferragni e tutti si fermano per farti passare sulle strisce pedonali.  

TravelAndrea ContinoIslanda
Dispacci islandesi giorno: 4

Sveglia alle 6.00. Il pullman ci attende alle 7.00. Il pullman è una ghiacciaia e segna 0 gradi, una volta seduti dentro vediamo il nostro fiato mentre respiriamo.

Buongiorno!

Destinazioni odierne: Seljalandsfoss, Skógafoss e Jökurlsárlón.

La desinenza foss sta a indicare: cascate. E infatti le prime due lo sono. Entrambe, oltre all’acqua ovviamente, hanno in comune il freddo polare nei loro paraggi. Per fare qualche scatto decente la mano destra ha perduto sensibilità per quasi 20 minuti. Fa così freddo che gli spruzzi delle cascate mi si ghiacciano sulla giacca trasformandomi in una specie di ghiacciolo.

Il percorso è stato piuttosto lungo. Non tanto per il pullman, quanto per la sola strada che le collega e riassumibile facilmente in una parola sola: ghiaccio.

Proseguiamo sulla superstrada 1. Fiancheggiamo una serie di vulcani tra cui il famoso Eyjafjöll!

Ma qui non sembrano badarci troppo. 4 ruote motrici e gomme chiodate non fermano nessuno.

Anche la guida di oggi ha dispensato saggezza. Servirebbe un bel fact-checking di quanto detto, ma per oggi facciamo vincere lo spirito analogico della conoscenza tramandata:

  • L’acqua in bottiglia, sí quella fotografata ieri, è identica a quella che sgorga da qualsiasi lavandino islandese. Quindi anche quella dell’hotel sarebbe la stessa, prima di cloro o purificazioni

  • Fino a 50 anni fa l’Islanda non faceva uso dell’energia geotermica. In 50 anni l’80% dell’isola ha solo energia geotermica. Soprattutto è priva di qualsiasi energia a combustibile fossile

  • L’Islanda detiene il record mondiale di tasso di mortalità infantile più basso. 2 su 1000 o qualcosa del genere

Per pranzo ci fermiamo in un piccolo villaggio a sud: Vik. Siamo vicini al punto più a sud dell’isola. Solheimasandur è il nome della spiaggia dove la sabbia è nera come il carbone. Ci sono -4 gradi, ma Dark Sky mi suggerisce il percepito essere -8. E non sbaglia. Si gela.

Ma c’è il sole. Il cielo è terso e il panorama è un susseguirsi di bianco misto a montagne, rocce e ghiacciai.

L’ultima tappa del tragitto è Jökurlsárlón. Il sito è diviso in due da un ponte. A sinistra la laguna ghiacciata a sinistra la Diamond Beach. I pezzi di ghiaccio frantumati sulla spiaggia nera colpiti dallo sfarfallio dei raggi solari li fa sembrare davvero dei diamanti. La laguna invece sembra uno spaccato di uno scenario artico. Alti muri di ghiaccio fluttuano sull’acqua. Sembrano palazzi di cristallo pronti a frantumarsi da un momento all’altro.

È quasi il tramonto. E il cielo limpido ci regala alcuni scatti fortunati.

Ci aspettano oltre 5 ore di viaggio per rientrare alla base. Tuttavia verso le 19.45 la nostra guida scorge qualcosa all’orizzonte, chiede all’autista di fermarsi e a noi di attenderlo un paio di minuti.

Sì! È l’aurora boreale. Apparsa così, dal nulla. Scendiamo di corsa e mentre perdo di nuovo parzialmente l’uso della mano destra penso che in fondo la Natura fa un po’ quello che le pare e se ne esce con questi spettacoli senza aspettare le 22.30.

In fondo ci vuole anche fortuna e devo dire in questi due giorni ne abbiamo avuta parecchia.

TravelAndrea ContinoIslanda
Dispacci islandesi giorno: 3

Oggi abbiamo dedicato la mattinata a finire di esplorare la città. Alle prime luci dell’alba (10:54...) abbiamo fatto un giro per il parco Hljómskálagarður. Ai bordi delle rive ghiacciate, oltre alle orde di cigni e anatre, ci sono anche la National Gallery e un sacco di statue stranissime.

Due ci hanno incuriosito particolarmente, la prima è il “Monument to the Unknown Bureaucrat”. Un ricordo a tutti coloro lavorano dietro le quinte per far funzionare il Paese.

La seconda si chiama Fótboltamaðurinn simboleggiando l’area un tempo dedicata allo sport.

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E per dimostrarci quanto siano attenti anche ai piccoli dettagli, gli islandesi piazzano QR code un po’ ovunque.  Anche sulle panchine del parco per divulgare la loro letteratura.

Nel pomeriggio invece abbiamo mosso la nostra cinquina e ci siamo diretti verso la spa geotermale Blue Lagoon . L’acqua è sempre a una temperatura che varia tra i 37 e i 39 gradi, ed è prodotto di scarto della vicina centrale Svartsengi. 

L’acqua surriscaldata viene scaricata da un vicino flusso di lava e utilizzata per far funzionare le turbine che generano elettricità. Dopo aver attraversato le turbine, il vapore e l'acqua calda passano attraverso uno scambiatore di calore per fornire calore al sistema di riscaldamento dell'acqua municipale. Quindi l'acqua viene immessa nella laguna per scopi ricreativi e medicinali. 

C’erano i malati che si sono portati i cellulari dentro la laguna per farsi selfie a nastro. Noi abbiamo preferito il relax totale. Perciò vi sparate questa immagine di repertorio. Perciò vi beccate queste due prese su Unsplash e quindi non coperte da diritti. Almeno rendono l’idea.

Qui sembrano davvero organizzati su ogni cosa. E ogni cosa ha il suo sito di riferimento.
Tipo?
Per essere sempre aggiornati sullo stato delle strade c’è un fantastico sito: http://www.road.is/.
Così abbiamo fatto anche noi per decidere di andare di nuovo a caccia dell’aurora boreale, nella speranza di essere più fortunati, visto che le previsioni davano cielo terso fino a notte inoltrata. 

Ed effettivamente così è stato, il cielo era sì terso, ma si è alzato un vento fortissimo, per strada sembrava ci fossero dei tappeti di vapore formati da sola neve spazzata dal vento. Ad un certo punto pensavamo di tornare indietro. Del resto stiamo girando con una 500, mica con una Jeep.

Mancava su per giù un quarto d’ora alla destinazione Þingvellir, quando ci troviamo un paio di piazzole davanti a noi, decidiamo di fermarsi alla seconda. 

22.35 - 23.15. Ho scattato queste foto in quest’arco di tempo. Fattori contro: 

  • -7 gradi. Nonostante i 3 stradi, mani e piedi non li sentivo più

  • Non avevo con me nessun treppiede, primaria condizione per scattare foto del genere

  • Nonstante nel mezzo del nulla, l’inquinamento luminoso proveniva nell’ordine: a) da una luna intensissima, b) automobili di passaggio c) le persone al mio fianco ancora più inesperte di me

  • Il mio essere fotografo principiante e non avere con me un obiettivo serio

Ma tant’è il tentativo è andato meglio del primo giorno. Mi sono buttato pancia in giù sulla neve, sfruttato alcuni accatastamenti di neve per poggiare la fotocamera. 13 secondi di chiusura otturatore, 1600 ISO, f5.3 (non riuscivo ad abbassarlo con tutto quel buio). 

Che spettacolo. Purtroppo a occhio nudo si è visto la metà, mentre eravamo convinti sarebbe stato il contrario.  

TravelAndrea Contino
Prezzi a confronto 🇮🇸

In Islanda l’acqua sembra essere davvero carissima. 

A sinistra 1 lt. d’acqua acquistata in un supermercato normalissimo, a destra i biscotti Digestive. Stessa quantità che in Italia. 

L’acqua 499 corone islandesi, al cambio 3,60€. Mentre i Digestive 399 corone, al cambio 2,88€.

Sul sito Esselunga una cassa di acqua da 6x1,5 lt. costa 1,71€, mentre i Digestive sempre 400gr. 2,64€.

Meglio annegare nella birra. 🍺 

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TravelAndrea Contino