Project xCloud. Microsoft prova la strada del gaming in streaming

E sulla carta sembra una figata pazzesca. Ciò che sarebbe dovuto essere OnLive qualche anno fa.

L’idea è portare i videogiochi Xbox all’interno di qualsiasi piattaforma, giocabili così anche su hardware non strettamente collegati a Microsoft o Windows. Il tutto grazie alla tecnologia Azure.

Project xCloud, così si chiama l’idea del progetto, entrerà in Beta nel 2019, senza una data ufficiale di rilascio al momento e funzionerà su network 4G e 5G e avrà bisogno di una banda minima garantita di 10Mbps.

Se si limitasse alla rete cellulare potrebbe anche essere un successo, se entrassimo nel campo del Wi-Fi…beh l’Italia non sarebbe un Paese in cui far partire i primi test. A casa mia ho 8 mega scarsi ancora nel 2018.

Restiamo in attesa. 🤩

Questioni di barba: Philips OneBlade è la svolta

Dopo circa un anno e mezzo di utilizzo, posso serenamente affermare di aver trovato il rasoio della vita.

Non ho particolari esigenze di taglio, non tengo la barba lunga, e la taglio regolarmente dopo un paio di giorni. Tuttavia avendo la pelle delicata il rasoio è sempre risultato troppo irritante, mentre i classici trimmer non mi facevano ottenere il risultato sperato, costringendomi praticamente a radermi quotidianamente.

Poi, forse per la prima volta in vita mia, Facebook ha iniziato a martellarmi con la pubblicità di Philips OneBlade. Un rasoio non rasoio. Dopo qualche settimana, incuriosito, ho iniziato ad approfondire l’argomento.

Visto il costo contenuto, ho voluto fare un tentativo. Da quel momento non ho mai smesso di utilizzarlo.

È delicato con la pelle, lascia un effetto taglio di mezza giornata (che è l’effetto che preferisco avere) quindi non ve lo consiglio se abbiate bisogno di un taglio perfetto stile lametta.

Elenco di seguito qualche pro e contro.

Pro

  • È delicato al passaggio, generalmente preciso e il processo di taglio dura molto molto meno rispetto alla consueta combo schiuma-lametta

  • Si può passare a crudo senza nessun problema

  • Indispensabile per chi viaggia

  • I modelli più avanzati dispongono anche di varie misure per mantenere il taglio su barbe di diverse lunghezze

  • Durata batteria di settimane, così come la lametta intercambiabile dalla durata di 4 mesi

Contro

  • Non ha un sistema di raccolta peli, quindi in generale si spargono ovunque dentro e fuori dal lavandino

In conclusione, mi sento di consigliare fortemente l’acquisto per chi come me non ha sbattimento di farsi la barba e nemmeno lo ha di farsela crescere.

★★★☆


2.823 emoji

Ho parlato spesso di emoji qui. Ormai sono entrati nell’abitudine quotidiana, difficilmente ne facciamo a meno e li usiamo soprattutto a sproposito.

Nel prossimo aggiornamento di iOS, 12.1, arriverà una nuova carrellata di emoji. 157 in totale per l’esattezza, incluse tutte le differenti combinazioni di sfumature di pelle.

Il problema è che iOS è rimasto il solo sistema operativo a non avere un sistema di ricerca interno per raggiungere facilmente l’emoji che abbiamo in mente, anche perché il più delle volte non ci ricordiamo minimamente la posizione corretta.

Come suggerisce Business Insider ci vorrebbe un sistema di ricerca interno. Ma non solo. Da qualche tempo la prima parte della tastiera emoji è dedicata alle ultime utilizzate. Il fatto è che la cronologia è identica per tutte le chat in corso.

Si dovrebbe introdurre anche una cronologia personalizzata per ogni chat, in modo da utilizzare quelle emoji maggiormente utilizzate con quelle specifiche persone.

Lana caprina. Ma sta di fatto che il numero impressionante di 2.823 emoji disponibili che raggiungeremo inizia ad essere veramente troppo.

Alcune, ancora oggi, non so a cosa servano.

Emoji 2018

Diet non è meglio

C’è sempre un business dietro ad ogni trend. Vision sembra tirare un po’ le fila circa le contraddizioni della moda diet e gluten free.

Di pari passo, sempre in America, si sviluppa la produzione dei dolcificanti privi di calorie, da utilizzare in sostituzione dello zucchero.

Inizialmente pensati come prodotti per diabetici, prendono presto piede anche nelle diete per la riduzione del peso. Smentite le accuse di essere cancerogeni e di indurre il parto prematuro nelle donne in gravidanza, attualmente tutti i dolcificanti utilizzati in Europa nei prodotti alimentari sono stati approvati da una commissione scientifica, che ne stabilisce una dose giornaliera ammissibile.

Nonostante questo, diversi studi mettono in guardia contro i pericoli legati al consumo di dolcificanti, sostenendo il loro ruolo nell’obesità addominale, uno dei fattori di rischio per le malattie cardiovascolari e per malattie metaboliche come il diabete. Uno studio pubblicato nel 2014 su Nature afferma anche che il consumo eccessivo di dolcificanti potrebbe modificare la flora batterica intestinale fino a causare intolleranza al glucosio. In particolare, sono stati studiati gli effetti delle versioni diet delle bevande gassate. I dolcificanti contenuti nella bibita “ingannano” il nostro cervello, che segnala al pancreas di aumentare la produzione di insulina in risposta a un sapore dolce.

L’insulina facilita il passaggio del glucosio dal sangue alle cellule, ma se il glucosio non c’è, l’insulina non ha niente a cui legarsi. A lungo andare, questo può provocare la sindrome metabolica o sindrome da insulino-resistenza, una condizione che comporta l’aumento della pressione sanguigna, della glicemia e del peso, e nel tempo può causare diabete e problemi cardiovascolari. Ci sono però anche alcune voci fuori dal coro che impongono cautela, affermando la necessità di ulteriori e più approfondite ricerche per valutarne l’effettiva pericolosità.

Una cosa di cui siamo certi però è che a dimagrire intanto è il conto in banca: uno studio di Federconsumatori afferma, infatti, che i prodotti diet costano in media il 47% in più, con punte dell’82%.

I contorti meccanismi contro la privacy

Le cose importanti prima di tutto. Se non l’hai ancora fatto, iscriviti alla newsletter di Carola Frediani “Guerre di Rete” per essere aggiornato settimanalmente su una selezione ragionata di notizie e approfondimenti sul mondo cyber e dintorni.

Nella pubblicazione di ieri vi è un approfondimento sulla ricerca condotta da Gizmodo circa l’utilizzo del proprio numero di telefono da parte di Facebook se condiviso con la piattaforma, così come la lista dei contatti della rubrica.

Non che ve ne fosse bisogno, ma giusto per ribadire quanto il concetto di gratis online, così come nel mondo reale, nasconde sempre un prezzo da pagare.

Prima della falla di sicurezza, la notizia della settimana (a questo punto settimana nera) su Facebook era un’altra. E cioè che la piattaforma usa i numeri di cellulare inseriti dagli utenti al solo scopo di attivare una misura di sicurezza (altamente raccomandata) sui loro account, cioè l’autenticazione a due fattori, per inviare loro pubblicità mirata entro due settimane dall’inserimento del numero. In pratica chi voglia legittimamente rendere più sicuro il proprio profilo (token di accesso rubati permettendo…) deve accettare di cedere parte della propria privacy, e di essere trovato più facilmente dagli inserzionisti sul social network.

Ricordiamo che Facebook permette a questi ultimi di caricare liste di “clienti”, di cui hanno ottenuto in qualche modo email o telefono, per poterli individuare sulla piattaforma e inseguirli con pubblicità mirate.

Ma non è finita. Sempre secondo questa notevole indagine di Gizmodo, che ha collaborato con alcuni ricercatori universitari, se un utente condivide i propri contatti con Facebook, tra cui un numero di telefono di un amico che sta sul social, gli inserzionisti potranno raggiungere l’amico attraverso il suo numero di telefono e pazienza se la persona in questione quel benedetto numero non l’aveva mai dato alla piattaforma.

Basta aspirarlo come un Folletto dalla rubrica degli amici. Dunque cosa si dovrebbe chiedere a Facebook? Come minimo, di rendere più trasparenti e chiare le informazioni che raccoglie su di noi anche da altri. E di chiarire il modo in cui le utilizza.

Infine, di permettere agli utenti di decidere in modo granulare cosa possono usare gli inserzionisti.

An introduction to Led Zeppelin

Penso che un po’ tutti i mostri sacri del Rock (qualsiasi sotto genere incluso) dovrebbero fare un’operazione del genere, specialmente per quelli che hanno più di 5 dischi all’attivo.

La celebrazione dei 50 anni della band è anche l’occasione per questa piccola grande collezione di brani, utile per entrare in contatto (per chi avesse commesso l’errore gravissimo di non averlo ancora fatto) con una delle più importanti band della storia della musica.

La felicità è il vero ROI

Gary Vaynerchuk è conosciuto per essere il prototipo del workaholic. Se lo seguite da un po’ sapete che trova felicità nel proprio lavoro, a tal punto da farlo coincidere anche con il proprio tempo libero, proprio perché per lui fonte di relax, eccitazione e divertimento.

Se non lo avete mai sentito nominare, beh non vi siete persi molto, davvero. GaryVee è uno che ce l’ha fatta, ha cavalcato quest’epoca frenetica, ne ha compresi gli strumenti e il loro utilizzo per guadagnarci attraverso molte società da lui fondate, libri, public speaking e molto altro.

Non ho mai amato il suo stile. Così come il suo linguaggio volutamente ed eccessivamente colloquiale e ricco di cursing. I suoi video sono spesso e volentieri l’emanazione di un guru dell’ovvio. Così come i suoi consigli si possono applicare soltanto se ci sono delle condizioni pre-esistenti rispetto all’ambiente in cui essi dovrebbero essere applicati.

Tuttavia il concetto espresso in questa puntata del suo vlog ha del senso per me.

La felicità è il vero ROI

L’obiettivo che ci prefiggiamo ogni mattina appena svegli, quello che inserireste in un eventuale piano quinquennale, è una cosa materiale o un’esperienza?

Fa poca differenza. L’importante è se vi siate chiesti la domanda delle domande, mi renderà felice? O è solo uno sfoggio per far vedere a qualcun altro di aver fatto o acquistato qualcosa?

È una deriva pericolosa, oggi più che mai facilmente raggiungibile dagli effetti sociologici e psicologici causati in larga parte dall’egocentrismo e la sovraesposizione del sé all’interno dei Social Media.

Ognuno trova la felicità come meglio crede, dove meglio crede. Attenzione a non confonderla con schiavitù chiamandola con un altro nome.

Condividere et impera

Prendo in prestito un modo dire vecchio di qualche migliaio d’anni, riveduto e corretto, anche da Rudy Bandiera.

Un concetto, o forse meglio dire uno stile di vita lavorativa, che ho assimilato e fatto mio nel corso della mia seppur breve carriera è quello di comprendere appieno il potere dell’informazione. Farlo mio. Ma soprattutto condividere quest’ultima nel modo più saggio e consapevole possibile.

E mai come di questi tempi l’informazione ha assunto un valore ancora più cruciale rispetto alla conoscenza. Oggi giorno chi detiene l’informazione ha in mano da gestire un grande potere. Che come il nostro amichevole Spider-Man di quartiere ricorda, da esso derivano grandi responsabilità.

Il team work, i processi, i flussi di lavoro, la costruzione delle strade utili a raggiungere degli obiettivi comuni, sono ingranaggi che si mantengono oliati solo se l’informazione è condivisa, un po’ come la felicità per Christopher McCandless

Chi agisce diversamente o lo fa in modo subdolo per sabotare, per invidia o per far bella figura, oppure, più semplicemente, non si rende conto di essere nell’atto di maneggiare quanto di più prezioso abbia a disposizione in un ambiente lavorativo.

Stolti coloro i quali non la sanno riconoscere.

Facebook. 2018, oblio and counting.

Il tempo a disposizione in queste caotiche giornate è davvero poco, ma qualche manciata di minuti all’esplorazione di qualcosa di interessante mi riconcilia con me stesso.

Il post di oggi è dedicato a quel geniaccio di John Oliver. Il suo stile può apparire arcigno con una retorica molto pungente, tuttavia ciò che dice di Facebook ha dei tratti tristemente veri.

Poi ti chiedi perché i fondatori di Instagram se ne siano andati.

Facebook’s global expansion has been linked to political turmoil overseas, so maybe their ads should focus less on how they “connect the world” and more on why connecting people isn’t always the best idea.


Ora e qui, adesso e non domani

Procrastinare serve solo a rimandare l’inevitabile. Oppure una infinita serie di occasioni perse.

Seth Godin, al solito.

And now is the best time.

If you’re doing something generous, if you’re building something worthwhile, if you’re making an important ruckus…

Do it today.

You don’t need more time, you simply need to decide.
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