Posts in Internet
Bye bye Medium (?)

Medium, la piattaforma dedicata a blogger e scrittori che sta puntando a creare una solida community formata da creatori di contenuto, ha da poco rilasciato il suo ennesimo aggiornamento sia grafico per le app mobile e tra poco inizierà a pagare gli utenti che hanno deciso di attivare il loro partner program.

La novità da poco introdotta che fa più discutere è quella degli "applausi". Al termine di ogni articolo c'è una graziosa icona a forma di 👏. Più "claps" si ricevono più si ha la possibilità di monetizzare, stando a dei calcoli proprietari di Medium.

Insomma, è come se su Facebook creaste un canale dedicato a degli abbonati e veniste remunerati in base al numero di like. Un sistema piuttosto basico per calcolare la bontà di un contenuto.

Come ricorda  bicyclemind, citando Dave Winer, la trovata sembra essere di quelle di una piattaforma alla frutta, che inoltre ha perso e continuerà a perdere pubblicazioni del calibro di The Ringer:

 Change is afoot on the Medium side of things. Earlier this year, Film School Rejects and Pacific Standardmoved away from the platform; this month, the Awl announced that they went back to WordPress with their old custom theme. The Ringer and Backchannel also left Medium. Once again, I can tell those sites apart from each other.

Insomma, la community è bella, ma nessuno vuole vedere annaspare i propri contenuti tra montagne di cartacce. E se per farsi leggere bisogna ricorrere ai vecchi metodi di cross-linkare e spammare sui social, il concetto stesso che sta alla base di Medium va a farsi benedire. 

Restiamo ad osservare. 

Twitter e i suoi problemi

Twitter non sta morendo. Soprattutto non è vero che non abbia incrementato la propria utenza come tanta stampa onlin di settore sta pubblicando tra ieri e questa mattina, a seguito dei risultati finanziari rilasciati nella giornata di ieri a chiusura del secondo quadrimestre del 2017.

Ciò che Twitter dichiara, non sono gli utenti totali iscritti alla piattaforma, bensì quelli attivi mensilmente. Due cose, non profondamente, ma comunque diverse.

E qui, come dice Pier Luca nel suo Post-it di stamattina, si pone evidente un dilemma che accompagna la piattaforma da ormai oltre un lustro. Come modificarla per far sì che si possa aumentare l'ingaggio, ma soprattutto l'utilizza da parte degli utenti iscritti, così come attirarne di nuovi.

La disgregazione di condivisione apportata dalle varie app di foto, audio e brevi video, sta facendo percepire Twitter come una tartaruga e non come un passerotto pronto a volare, incapace di tenere il passo coi tempi delle feature di prodotto richieste dagli utenti.

Non è stata capace, soprattutto per un vizio strutturale che impedisce spesso e volentieri di seguire una discussione con facilità d'utlizzo, di permettere di creare community, di mettere a disposizione un posto dove ci si possa sentire al sicuro e condividere passioni e pensieri con qualcuno simile a noi con rapidità e asincronia rassicurante.

E anche se gli utenti sul giorno medio sono crescuti del 12% e le aspettative di revenue rispettate e anzi superate, ciò che non viene perdonato a Twitter è l'incapacità di aver fatto quell'esplosione di utenti che in tanti si aspettano dal 2006, senza riuscire veramente a competere con Facebook e il suo mare magnum. Preoccupante il calo dei ricavi advertising, ma comunque prevedibile vista la chiusura di qualche sede nel mondo.

Twitter è lontano da cantare il suo ultimo cinguettio, ma non affezioniamoci troppo.

Presenza online
Look, I get that I’m the nut who doesn’t want to use Facebook. I’m not even saying don’t post your stuff to Facebook. But if Facebook is the only place you are posting something, know that you are shutting out people like me for no good reason. Go ahead and post to Facebook, but post it somewhere else, too. Especially if you’re running a business.
The number of restaurants, bars, and other local establishments that, thanks to crappy web sites they can’t update, post their daily specials, hours, and important announcements only via Facebook is growing. That’s maddening. Want to know if we’re open this holiday weekend? Go to Facebook.
Go to hell.
It’s 2017. There are a million ways to get a web site set up inexpensively that you can easily update yourself. Setting up a Facebook page and letting your web site rot, or worse, not even having a web site of your own, is outsourcing your entire online presence. That’s truly insane. It’s a massive risk to your business, and frankly, stupid.

Riflessione della domenica mattina post finale Champions League. Il designer Joe Cieplinski scrive del paradosso di molte attività, dalla più disparata dimensione, di far affidamento a Facebook come unica presenza online della propria azienda. Postando soltanto lì orari di apertura chiusura, offerte in corso etc. etc.

Se da un punto di vista spiccio questa possa sembrare la cosa più sensata da fare, visto che "ma oggi giorno chi non c'è su Facebook?" è sempre bene ricordare che c'è almeno metà della popolazione (perlomeno in Italia, dati di Vincos) che su Facebook proprio non c'è e magari accede su Internet in altro modo. E quindi se voglio mandare ad un amico senza account alcune informazioni rilevanti, mi risulta impossibile farlo perché non ci potrà accedere.

Infine. Facebook, benché ce lo si auguri tutti (o forse no, fate voi), non è eterno e non siamo nella posizione di sapere se avrà vita più lunga dell'attività che NOI stiamo gestendo. 

Insomma, tirar in piedi un sito web oggi è cosa da 10 minuti. Un rischio per il proprio business facilmente evitabile in pochi clic. 

Di Meme e Nazisti

No, non i nazisti dell'Illinois dei Blues Brothers. Nazisti veri. O fascisti. O di estrema destra. O Alt Right, destra alternativa come si vogliono far chiamare negli Stati Uniti. 

Se non avete seguito le mirabolanti vicende di Richard Spencer, meglio guardavi questo video di Matteo

Sono particolarmente d'accordo con Matteo. Se provate a farvi un giro su Twitter e perdete qualche decina di minuti a leggervi le reazioni all'accaduto, ebbene scoprirete una maggioranza di persone favorevole all'uso della violenza nei confronti di chi la pensa in maniera diversa.

Perché l'importante non è cosa si pensi, qui non è il nocciolo della questione, l'importante è che io la possa pensare in un determinato modo senza dover nascondermi dalla società.

Ed è paradossale, davvero paradossale pensare come chi reputa che il suo pensiero sia quello corretto, arrivi ad utilizzare i medesimi metodi di repressione nei confronti di quelli che quei metodi li hanno utilizzati per primi. 

Nessuno vuole vivere in un regime, i nostri avi sono morti a frotte per permetterci di ottenere la libertà nella quale viviamo oggi, compresa quella di pensarla in un modo anacronistico. Il bello della democrazia, che così tanto cara ci è costata, ha il pregio di far decidere a noi cosa ne sarà del nostro destino. 

Sicuramente non sarà quello di farci governare dai fascisti, né dai comunisti e nemmeno diventare dei picchiatori seriali. 

Life, InternetAndrea Contino
Da Internet a internet

Un paio di anni fa, mentre usciva il suo libro, Massimo già ne scriveva in un suo post. Dal 1 giugno, come riportato da The Ringer (ah, è la nuova pubblicazione nata dalle ceneri del defunto Grantland dopo la chiusura da parte di ESPN, sono molto felice di ciò) e da The Atlantic, Associated Press, The New York Times e Wall Street Journal hanno iniziato ad adottare la lettera minuscola per la parola internet

È un piccolo cambiamento, ma pur sempre una testimonianza del dare per assodata una tecnologia, una realtà, una piattaforma che al pari di libri, radio e molte altre parole utilizzate per definirne altrettante non necessitano più di una caratterizzazione maiuscola come se fosse un nome proprio, o un elemento estremamente distintivo.

Evviva l'internet. 

La vita in diretta

Lo scorso venerdì, dopo un'interminabile (gli UCI Cinema hanno tempi pubblicitari e tempi morti infiniti, Arcadia Cinema tutta la vita) e piuttosto deludente visione di X-Men: Apocalisse, ho fatto una fatica terribile a prendere sonno.

Ho letto distrattamente qualche pagina de I guerrieri del ghiaccio, sfogliato qualche articolo sul mio Feedly, ma poi, sopraffatto dalla noia degli aggiornamenti social, sono capitato infine su un'applicazione mai aperta prima sul mio smartphone: Periscope. 

Mi si è aperta una finestra su un nuovo mondo. Popolato soprattutto da teenager solitari o coppie di amici/che, uno sguardo (spesso fisso e privo di parole) sul loro piccolo universo confinato in qualche minuto di trasmissione dalla telecamera frontale dei loro smarphone.
Ho percepito tante emozioni: molta solitudine, protagonismo, voglia di essere accettati e ascoltati, grande fatica a comunicare, o in altri casi la messa a nudo del proprio essere. 

Poi ho provato a riflettere da appassionato dei media. Twitter grazie a Periscope ha reso disponibile questo tipo di piattaforma già da diversi mesi, solo da qualche giorno anche Facebook con il suo Continuous Live Video.
Proprio quest'ultimo permette di trasmettere in modo perpetuo una diretta video (senza però la possibilità di salvarlo sulla piattaforma una volta terminato lo streaming. Ad oggi Facebook salva video della durata massima di 90 minuti per poi essere rivisti una volta terminata la diretta) abilitando così di fatto lo streaming della vita in diretta

Quella qui sopra è la Live Map di Facebook. Accedendovi da desktop si possono facilmente raggiungere tutti i live streaming attivi in quel momento, i pallini più grossi e lampeggianti indicano le trasmissioni con più spettatori e passandoci sopra con il mouse si può vedere da dove provengono gli spettatori di quel particolare programma.

Non ho utilizzato casualmente la parola programma. Queste due app, includiamo anche Meerkat per chi ancora lo utilizza, non introduco nulla di nuovo tecnologicamente parlando, ma stanno avendo successo dove lo streaming di YouTube non è riuscito ad imporsi per la grande massa. Ovvero uno spazio per gente comune, non dotata di particolari abilità o conoscenze da poter catalizzare l'attenzione in un canale da milioni di iscritti, ma con la sola voglia di mostrarsi al mondo con due tap sul proprio smartphone per qualche minuto al giorno e raccontare la propria storia. 

No, questi nuovi broadcaster non sono YouTuber, stanno invece traendo il massimo dell'interazione delle proprie amicizie su Facebook, dalla capacità delle proprie pagine di raggiungere fan o dai follower su Periscope. 
Eccoci a sbirciare la vita degli altri, ad entrare nella loro quotidianità perché ce l'hanno permesso, abbracciando così nuove forme di interazione.
Una televisione formata da infiniti canali, pronta per essere fruita ad ogni ora del giorno e della notte, ma dal contenuto ogni volta differente. Mi ricorda un po' la logica di Chatroulette, benché qui non si possa rispondere con video e voce, ma solo con emoticon e parole. 

In 10 minuti ho assistito a una sfilata di moda, una trasmissione radio dalle isole Mauritius, la ritrasmissione del segnale televisivo turco, una mamma americana appena alzata raccontare un lunghissimo rant contro un'altra donna, allenamenti di tennis nel sud del Portogallo, ragazze in spiaggia a Sestri Levante, due redazioni giornalistiche raccontare le notizie locali e la conferenza stampa del Novara Calcio. 

Da qui alla monetizzazione il passo è breve, soprattutto se si considera la crescente audience e le opportunità di fare qualcosa di creativo. E mi immagino già dirette di reality TV trasmessi unicamente su Facebook. Esempi di programmi televisivi che hanno abbracciato appieno il digitale già ce ne sono, uno su tutti che posso citare è GameTime che utilizza la propria pagina Facebook per trasmettere le puntate in diretta. Oppure la BBC in diretta con un programma scientifico sul trapianto di alcune parti di occhi da maiali ad umani. 

Ho notato, infine, un'intensa attività provenire dal sud-est asiatico, non so spiegare se per ragioni culturali, di diffusione di banda larga o che altro, però un'interessante fenomeno da studiare. 

Provando a mescolare un po' gli elementi in gioco, così come le tecnologie a venire non è difficile pensare ad un futuro di trasmissioni in VR in cui tutti potremmo ritrovarci in una pubblica piazza ad ascoltare qualcun'altro parlare o interagire con l'altra parte del globo senza doverci muovere dal divano di casa. Second Life anyone? 

Ciò che risiede nelle fondamenta stesse di Internet è l'instancabile voglia di comunicare e interagire, se poi ciò si traduce con una mescolanza di amici vicini e lontani o perfetti sconosciuti poco ci importa.
L'obiettivo è accorciare le distanze, prima con la voce, poi con la grafica, poi con il video in real time e molto presto simulando la realtà.

Che questo sia un bene o un male lo comprenderemo solo tra qualche decennio. Se finiremo lobotomizzati o sapremo ancora apprezzare emozioni carnali dipenderà solo da noi e da che utilizzo faremo della tecnologia che stiamo sviluppando.

Resta assodata una cosa: ricordiamoci sempre di essere noi in controllo

The Towner, realtà urbane

Da qualche mese oramai ho stabilmente abbandonato la lettura giornaliera di un quotidiano online. In primis perché più che notizie è facile imbattersi in vicende frivole studiate appositamente per voyeur e secondo perché capita spesso di imbattersi in notizie con fonti non verificate e con un focus poco veritiero sulla realtà.

Ho invece deciso di aggiungere alla mia dieta mediatica pubblicazioni con una verticalità ben precisa dove so di trovare argomenti di cui mi occupo, mi interesso e da cui posso sempre trarre spunti di ispirazione.

Cito tra queste Rivista Studio, Prismo e Ultimo Uomo. Da settimana scorsa ho aggiunto anche The Towner, una rivista online edita da Moleskine, questa la descrizione che potrete trovare sul sito:

The Towner è una nuova rivista online dedicata alla cultura della città, all'esplorazione e all'esperienza urbana. A metà tra rivista letteraria e travel blog collettivo, predilige i formati lunghi e la lettura di qualità. Niente consigli di viaggio, guide o recensioni turistiche: The Towner è un luogo dove esplorare la relazione tra le persone e il loro ambiente culturale urbano. 
The Towner è frutto della collaborazione tra Moleskine e Alkemy Content, la divisione dedicata ai contenuti di Alkemy_digital enabler. Ogni settimana, The Towner pubblicherà un articolo principale ispirato a una città, un'illustrazione originale e una serie di articoli attinenti.

Il progetto mi ha incuriosito molto e grazie alla mia precedente esperienza lavorativa in Moleskine e alle amicizie che ho lasciato lì, ho voluto chiedere qualche informazione in più sulla decisione di lanciare e sostenere una pubblicazione di questo tipo.

Ho perciò scambiato quattro chiacchiere con Maria Sebregondi, co-fondatrice della marca Moleskine e scrittrice:

1. Da dove nasce il progetto The Towner? 

La scelta è stata molto naturale: come marca siamo nati per celebrare i taccuini degli artisti d’avanguardia del passato, che rifuggivano l’ambiente accademico e usavano il taccuino per raccogliere parole e immagini mentre dalle strade, nei caffè, in viaggio. Da sempre Moleskine disegna strumenti per la creatività in movimento, taccuini e ora anche borse, cover e penne. The Towner era la rivista giusta per noi: una rivista sulla città come contenitore di storie, raccontate con parole e illustrazioni.


2. Qual è l'obiettivo di voler raccontare le città attraverso l'esperienze urbane?

La città è da sempre stata grande fonte di ispirazione per noi. E di sicuro ci piace l’idea di articoli lunghi, per una lettura distesa di profondità. Osservare la città, approfondire, vedere le cose dall’alto: beni preziosi per le nostre menti appesantite dall’obesità informativa.  Questo vale soprattutto per i knowledge workers super digitali, il nostro pubblico naturale, per cui è particolarmente importante saper staccare ogni tanto, per avere visione strategica di insieme.

3. Perché Moleskine ha voluto aprirsi ad essere editore online?

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In quanto marca culturale Moleskine ha già da tempo intrapreso la strada dell’editoria, con una propria divisione Publishing. In questo caso la proposta è venuta da Alkemy_digital enabler. Abbiamo visto un piano editoriale coraggioso, un team editoriale solido e visionario guidato da Timothy Small e Valerio Mattioli con Olimpia Zagnoli per il lato visivo e le ottime competenze tecnologiche di Alkemy. Di proposte simili per collaborazioni editoriali ne riceviamo a decine, ma questa era tagliata perfettamente sulla nostra identità e abbiamo deciso di renderla possibile. 

4. Come si evolverà il progetto? Si aprirà anche agli utenti? 

The Towner nasce a Milano ma è una rivista internazionale. Presto gli scrittori e gli illustratori di The Towner allargheranno il loro sguardo ad altri paesi. Esiste già una serie di canali social dedicati si Facebook e Twitter. Per i commenti ci si appoggia su Disqus, che è di suo già una specie di social dei commentatori. Le condivisioni e le conversazioni stanno partendo ora. Restate in ascolto.


Rispondere allo spam

Da un paio di settimane la mia casella email personale è infestata dal fastidioso spoofing. Ovvero ricevo email da me stesso con un ripetitivo costante messaggio che mi invita a contattare ogni sera una ragazza diversa per consumare il miglior rapporto della mia vita.

Ora, la prima buona regola, oltre ad aggiustare i setting della inbox su dominio personale è quella di non cliccare mai su nessun link, ma soprattutto non rispondere mai a quell'email. Il comico James Veitch ci ha provato, il risultato è tra i più esilaranti video del TED.

InternetAndrea Contino