Spamnesty. Rispondere allo spam pt.2

Vi ricordate di quel video che postai qualche tempo fa? Quello del TED dove c'era quel tizio che rispondeva a tutte le mail di spam? Qui il link.

Beh, in pieno stile 2017 qualcuno ha ben pensato di creare un bot. Come funziona? Molto semplice, prendete la mail di uno spammer dentro la vostra casella di posta, e fate forward all'indirizzo sp@mnesty.com e il bot inizierà a intrattenere una conversazione con lo spammer. 

Il tutto è pubblicato online per il giubilo e il gaudio di tutti i nerd uniti: http://spa.mnesty.com 

Spamnesty is a way to waste spammers' time. If you get a spam email, simply forward it to sp@mnesty.com, and Spamnesty will strip your email address, pretend it's a real person and reply to the email. Just remember to strip out any personal information from the body of the email, as it will be used so the reply looks more legitimate.
That way, the spammer will start talking to a bot, and hopefully waste some time there instead of spending it on a real victim. Meanwhile, Spamnesty will send you an email with a link to the conversation, so you can watch it unfold live!

Ventidiciotto

Che anno! O come si direbbe in forma arcaica, quale anno! Vi sarete accorti che sono passati due mesi abbondanti dall'ultimo post, ma avrei dovuto avere giornate da 48 ore per potermi mettere a scrivere qualcosa. 

Il 2017 è stato un anno incredibile, un crescendo. Ci sono stati alti e bassi, come sempre, soprattutto dal punto di vista della salute. Un operazione alla spalla ormai inevitabile, i tempi di recupero, la fisioterapia, tutto a contribuito a potenziare una mia grande carenza: saper aspettare. 

Pazientare e tanto. Un grande insegnamento che mi ha ripagato. Ripagato tantissimo. Facendomi trovare ciò che mai avrei sperato di trovare. Sotto ogni punto di vista. E, se dovessi riassumerlo con una sola parola, sceglierei: felicità

Immancabile l'appuntamento di fine anno, con il riassunto dei dodici mesi passati. Mentre qui ci sono quelli degli anni precedenti: 20162015201420132012.

Ci sono due cose di cui ho fatto tesoro quest'anno, ti trovi a rifletterci sempre in questi giorni, al cambio di calendario, come se dovesse scoccare una strana ora X in cui tutto debba cambiare per il solo fatto che si aggiunge un numero all'anno precedente. 

Abitudini. Ma meglio conservarle, visto che tornano sempre utili. La prima riflessione l'ho condivisa su Facebook qualche giorno fa:

Coraggio

La seconda, invece, è specificamente rivolta a questo lido. Dopo oltre 10 anni di scrivere e scrivere, sono giunto alla conclusione di non dover dare più spiegazioni sui ritardi, sulle poche visite, sui picchi di accessi per post polemici, etc. etc. Qui dentro scrivo quando ne sento il bisogno e la voglia, quando ne ho il tempo, ma soprattutto quando credo di aver qualcosa di sensato da dire.

È vero, mi piacerebbe poterlo fare con cadenza quotidiana, ma dovrei rinunciare a molto altro, di cui in questo momento non riesco a fare a meno. 

Ora però passiamo ai classici aggiornamenti. Quest'anno ho preso 18 voli differenti. 16 dei quali internazionali. 12 dei quali per lavoro. Soprattutto tra ottobre e novembre ho passato più tempo all'estero che in Italia. Facile comprendere perché poi non abbia tempo per scrivere. 

 Le canzoni ascoltate nel 2017

Le canzoni ascoltate nel 2017

Ad oggi 27 dicembre, giorno in cui sto scrivendo il post, ho raggiunto il mio obiettivo annuale di superare le 10k canzoni ascoltate in un anno. E come da tracker di Last.fm, il contatore continua a procedere spedito. 

Non ho mai ascoltato così tanta musica in vita mia. Serve, non smettete mai di farlo. Arricchisce ed un'altra fonte di benzina per il vostro cervello. 

Un po' meno bene sul fronte serie TV e Cinema. Qui complice il poco tempo a disposizione ho ridotto drasticamente, o quasi, rispetto all'anno passato. Scendendo di un centinaio di ore. Su Trakt.tv c'è tutto il mio storico. 

E ora, la classica lista dei post che forse vi siete persi, ma che non avreste dovuto perdere: 

Ritornando alla musica. I due album dell'anno sono stati: 

  • "Modern Ruin" dei Frank Carter & The Rattlesnakes. Di cui ho parlato anche qui
  • "How Did We Get So Dark?"  dei Royal Blood

Potete ascoltarli per intero in queste due playlist. Fatemi sapere che ne pensate. 

Mentre la canzone dell'anno, senza ombra di dubbio, Explore dei Sundara Karma:

Per la foto di copertina del post, credits: unsplash-logoDawid Zawiła

Wolfenstein II: The New Colossus - La recensione

Follia, spettacolarizzazione, violenza gratuita, quel non so che di tamarro. Vi ricorda qualcosa?

Beh, si potrebbe dire che i vari capitoli della serie Wolfenstein abbiano ognuno di questi ingredienti all'interno del composto di base, amalgamati a dovere certo, ma probabilmente noiosi alla lunga.

E invece no. Bethesda, scommettendo nuovamente sullo studio di sviluppo MachineGames, ha ribadito ancora una volta che l'ultra-violenzapuò benissimo essere accompagnata da una trama ben scritta, una regia tremendamente appassionante, ma soprattutto un contorno di armi, potenziamenti e modalità di approccio al gioco in grado di portare l'asticella del livello ancora più in alto di prima. Ti presento quindi Wolfenstein II: The New Colossus!

La storia riprende da dove l'avevamo lasciata con The New Order qualche anno fa. E fin da subito ci si pone davanti la medesima scelta fatta nel precedente capitolo: salvare Wyatt o Fergus?

La decisione presa influenzerà l'andamento della storia, e garantirà longevità al titolo perché -se giocato da zero con la scelta opposta- ci permetterà di assistere a cut-scene e sottomissioni differenti, sbloccando inoltre un'arma diversa. Se si sceglie Fergus, avremo a disposizione il Laserkraftwerk, ma nel caso opposto potremo contare sul Dieselkraftwerk, che non mira tanto a vaporizzare i nazisti con precisione, bensì per combustione: con le sue cariche piene di combustibile detonabili a distanza, è possibile far cadere i nazisti in ben pensate trappole, o potrai più semplicemente scegliere di attaccare loro addosso una carica da far saltare a comando.

William Joseph Blazkowicz, dicevamo, si risveglia proprio nel medesimo punto dove si interruppe The New Order. Malconcio e malandato, si trascina appena, e dopo un periodo di coma riesce a risvegliarsi e riprendere possesso delle sua vita lentamente, con l'aiuto di una sedie a rotelle. Ciò non gli impedisce però di accelerare i tempi e procedere fucile alla mano, a caccia di nazisti capitanati dalla terribile Frau Engel, tornata a riprendersi il sottomarino sottratto nel precedente capitolo.

Blazko è fisicamente provato e soltanto l'armatura Da'at Yichud (anch'essa scoperta nel capitolo precedente) sarà capace di rimetterlo in piedi. Per buona parte della campagna la salute non supererà stabilmente il 50%. Certo, aumenterà esponenzialmente man mano che si raccoglieranno i vari medikit, per poi ritornare al 50% con un perfido countdown segnato dai secondi che passano.

L'altra introduzione a livello di gameplay abbastanza incisiva è stata quella di non farci mai sentire al sicuro. I nemici nazisti saranno pronti a colpirci alle spalle e arriveranno davvero da ogni direzione, anche e soprattutto quella che avevamo valutato come la più comoda. L'introduzione dei generali nazisti in grado di dare l'allarme non appena percepiscono la nostra presenza è un espediente che ci farà approcciare un po' diversamente il titolo rispetto al passato, sfruttando tattiche stealth che celeranno la nostra presenza quanto più possibile (almeno fino a quando sarà necessario dare inizio alla festa). Quindi, se pensate di poter giocare The New Colossuscon la furia omicida e imbracciando il fucile come fosse una naturale estensione del vostro corpo, accomodatevi pure, ma tenete a mente che potrete morire molto più spesso rispetto a quanto pensate di essere abituati.

Del precedente titolo restano disponibili anche la caccia ai tesori e ai codici Enigma, con i quali ci potremo cimentare in mini-game. La base sottomarina, inoltre, è esplorabile in lungo e in largo, e dovremo stanare altri oggetti sparsi grazie ai quali sbloccheremo ulteriori attività da compiere. Stessa meccanica per sbloccare ulteriori caratteristiche di Blazko. Per ogni tipologia di uccisione (colpo alla testa, di precisione, con una bomba, etc. etc.) verrà assegnato un punteggio che a raggiungimento del target sbloccherà questi talenti per il nostro personaggio.

MachineGames ha però voluto aggiungere un ulteriore layer, e ad un certo punto della campagna ci viene offerto di scegliere tra tre differenti potenziamenti. Ovvero far diventare Blazkowicz un novello trattore in grado di asfaltare tutto e distruggere pareti a suon di spallate, oppure farci piccoli piccoli per strisciare in ogni cunicolo del gioco e segare le caviglie ai nostri nemici o, infine, diventare degli acrobati salterinigrazie ad un sistema di trampoli.

La bellezza di questo nuovo capitolo risiede non soltanto in un gameplay vario e appagante sia dal punto di vista tattico che stilistico (per non menzionare i tanti film da cui prende ispirazione), ma anche in una colonna sonora spaventosa e un doppiaggio in italiano molto curato e definito, soprattutto nelle scene introspettive dove il protagonista filosofeggia su quanto gli sta accadendo e su un passato che ormai non c'è più. Ultima menzione alle location, non solo lasceremo la Germania nazista, ma approderemo in New Mexico e a Manhattan, in un'America controllata dalle forze nemiche con un chiamo richiamo a una famosa serie ora in onda su Amazon Prime.

Inutile consigliare l'acquisto se siete dei fanatici di FPS, la campagna non sarà lunghissima e benché non vi sia una sezione dedicata al multiplayer, la longevità è garantita dai due plot differenti e dai parecchi livelli di difficoltà tra i quali scegliere. Abbiamo testato il gioco su una Xbox One X, si è comportato egregiamente con i suoi 60 fps perdendo raramente di fluidità. Non vi resta che imbracciare il fucile, o anzi due se preferite, e spianarvi la strada verso la riconquista della libertà.

La nostra panoramica sul nuovo FIFA 18

I titoli che vengono pubblicati a cadenza annuale sono degli animali strani. Bisogna saperne riconoscere le fondamenta, la storia, per evitare di banalizzare e scadere nel giudicarli, anno dopo anno, con un banalissimo: beh sì, bello, ma è un upgrade.

Per chi è appassionato dei videogiochi calcistici come FIFA, è necessario approfondire il dietro le quinte di ciò che avviene in fase di sviluppo. Ci sono dei "macro blocchi", se così li vogliamo chiamare, delle annate che raggruppate insieme mostrano le medesime caratteristiche seppur costantemente migliorate, perché sfruttano tutte lo stesso motore di gioco in costante evoluzione nel corso del tempo.

Poi a un certo punto qualcosa cambia, sembra scendere in campo (così da rimanere in tema) una rivoluzione non prevedibile l'anno precedente. FIFA è così. È il capostipite di questa tipologia di titoli, e non si è mai sottratto a questa logica. L'anno scorso, per esempio, con FIFA 17 è stato introdotto un nuovo punto di svolta. EA Sports ha deciso di adottare il motore Frostbite, che è diventato ufficialmente la base anche per il capitolo del 2018.

Un grande "Viaggio"

Fatte le opportune premesse, partiamo con l'analizzare il titolo. Dal punto di vista strutturale (badate bene, non di calcio giocato) FIFA 18 non è stato stravolto troppo rispetto all'anno passato. La modalità "Il Viaggio" introdotta l'anno scorso a mo' di serie televisiva, è stata espansa e riproposta anche quest'anno con 6 nuovi episodi sulla vita del "talentino" Alex Hunter. Anche stavolta potremo decidere se affrontare le partite impersonando Alex e giocando nella modalità Pro, oppure controllare tutta la squadra (modalità che personalmente preferisco) per avanzare nella storia. Oltre a tutti i ninnoli social, EA Sports con una sponsorizzazione pesante di Adidas sotto traccia, ci permetterà di personalizzare l'abbigliamento di Alex che utilizzerà durante le tante cut-scene presenti nell'avanzamento della storia.

Molto coinvolgente, con la partecipazione di alcune stelle del calcio mondiale che si sono prestate a metter la faccia e la voce a dimostrare, come se fosse necessario, la potenza della software house canadese quando decide di sbandierare i suoi diritti FIFA.
Nota assai positiva rispetto al 2017, tutta l'avventura risulta doppiata in Italiano con poche sbavature.

Al termine di ogni capitolo, se affrontato e concluso raggiungendo gli obiettivi preposti, si potranno sbloccare alcuni giocatori o vantaggi utilizzabili all'interno di FIFA Ultimate Team.

Cambiamenti necessari

La modalità single player è caratterizzata anche da una forte rispolverata della modalità carriera. Le vere chicche risplendono nell'hub appositamente pensato per il calciomercato, un singolo luogo dove tener traccia di tutte le trattative, arricchite da cut-scene che raccontano di decisioni lampo con clausole di rivendita o inserimento di calciatori nelle trattative. Immancabili i bonus per gol e presenze, così come eventuali clausole rescissorie.

I cambiamenti maggiori però si avvertono pad alla mano, scesi sul rettangolo verde. Il lavoro fatto sulle animazioni "frame by frame" da EA Sports è magistrale. Il corpo non ha mai fatto la differenza come quest'anno, per fintare, aggredire, proteggere. Ciò che era una pecca nei capitoli passati, in FIFA 18 si mostra come punto di forza, in fase di possesso palla, in velocità ma anche nei contrasti 1 vs 1. Saper dosare con cura come muoversi e come spingere / difendere / attaccare con il nostro giocatore cambia di molto gli esiti della nostra giocata.

Viene a meno, e aggiungerei finalmente, quella sensazione di caos e flipper molto veloce a centrocampo, nota dolente di alcune situazioni di gioco nella fase centrale della partita. Ora la velocità sembra più controllata, anche se impostata su "normale", e il tatticismo sembra sempre prevalere durante lo scorrere del match.

Tutti quei lunghi menu dietro ogni singola rosa di FIFA degli anni passati, e anche qua mi sento di dire finalmente, assumono un senso compiuto nel 2018. Le tattiche di difesa e attacco, scegliere bene il giocatore da schierare, così come agire con cura sulle tanto famose "slider" concorrono al vostro successo o alla vostra disfatta.

Perché? Perché quest'anno EA Sports ha lavorato sulle principali squadre mondiali per riproporne quasi fedelmente le caratteristiche fondanti, portando nella realtà virtuale il loro vero stile di gioco, così come siamo abituati a vederlo nella realtà. Perciò risulterà subito evidente una qualità più alta dell'intelligenza CPU, molto meglio organizzata e soprattutto molto più arcigna rispetto all'anno precedente. Ve ne accorgerete soprattutto in difesa.

FUT

FIFA Ultimate Team: o lo ami o lo odi. Non esiste via di mezzo. Perché ormai è una modalità talmente consolidata che potrebbe vivere di luce propria a dispetto di tutto il resto del gioco.

La novità maggiore del 2018 è certamente l'introduzione delle Icone. Carte delle star del passato come Maradona, Ronaldo o Pelé, con altrettante versioni in grado di rappresentare tre momenti differenti della loro carriera. Senza dimenticare la novità delle SquadBattles: si potranno affrontare, con grandi guadagni in termini di bustine vinte, alcune squadre create da altri utenti reali, ma gestite dall'intelligenza artificiale. Ideale se siete un po' timidi e non amate troppo il gioco online, ma più in solitaria.

Conclusioni

Se bisogna necessariamente cercare dei difetti in questa edizione di FIFA, diventa fondamentale focalizzarsi su pochi elementi difficili da notare a occhio nudo. Potrei citare la perenne assenza delle licenze di Lega Calcio. A farne le spese maggiori sono la nostra serie A e B, che al confronto dei campionati spagnolo e inglese non brillano. La loro veste grafica cambia completamente assumendo di fatto quella ufficiale delle rispettive leghe. A questo potrei aggiungere la nota di demerito su diversi aspetti grafici, come alcuni volti di giocatori molto famosi eppure completamente errati, così come la telecronaca italiana a volte zoppicante, o il bullismocon cui a volte l'intelligenza artificiale vuole fare bella mostra di sé per mettere a segno il gol alle spalle del nostro portiere, a tutti i costi.

La lista potrebbe andare avanti, sì, ma non di molto. Perché mai come quest'anno FIFA è davvero -per me- il miglior titolo calcistico di EA Sports da tanti anni a questa parte. È vario, sicuramente longevo, e vi garantirà ore di sano divertimento.

Se volete sfidarmi su Xbox One, ci troviamo online. GamerTag: Contz

Unconscious bias

O ciò che più propriamente possiamo tradurre come pregiudizio inconscio o un'inclinazione inconscia verso qualcuno o qualcosa.

Una sensazione che tutti nella vita abbiamo provato. Un riflesso istintivo che proviene dalle nostre basi culturali, dalla cerchia sociale alla quale apparteniamo, dai valori ai quali abbiamo forse sempre attinto fin da piccoli.

Pensate al lavoro, vedete una collega fare armi e bagagli e uscire dall'ufficio alle 16.00. Il primo pensiero istintivo, e non negatelo è capitato a tutti, è quello di dire "Ma quindi oggi mezza giornata?". Eppure non sappiamo niente di quella collega, della sua vita, di cosa accade ogni giorno oltre l'orario lavorativo, e che magari rimane col PC aperto fino alle 23 mentre noi siamo già sognanti nel letto..

Questa piccola storiella è l'esempio perfetto. Ma ce ne sono molti altri e di molto più tosti e pesanti.

Ieri, proprio qui in ufficio abbiamo fatto un bell'esercizio su questo concetto. Ho scoperto innanzi tutto questa bellissima campagna di Accenture:

Inoltre, il corso proprio sull'unconscious bias che ogni dipendente Microsoft è chiamato a fare internamente, è disponibile anche per il pubblico a questo indirizzo. Vi raccomando di seguirlo, sfaterà tante assurde convinzioni alle quali siamo abituati perché troppo spesso non guardiamo oltre in nostro orticello.
Spesso una delle cause principali di tutti i casini di questo mondo.

Shared happiness for an unbiased world.

Baby Driver

Finalmente nel volo verso Seattle sono riuscito a vedere Baby Driver. Il film di Edgar Wright, tra le altre cose anche sceneggiatore di Ant-Man, ha sempre scatenato la mia fantastia sin dal trailer, data la mia passione viscerale per Drive.

Pur non amando personalmente i musical, Baby Driver abbraccia in parte il genere. Lo fa in un modo completamente diverso da quanto ci si possa aspettare, tanto da guadagnarsi la nomea di "action musical". Il regista incastona le proprie scene a tempo di musica fin dai primi frame del film dove, se si presta un po' d'attenzione, si vedranno come parole e negozi entrino direttamente nel testo della canzone che accompagna la scena:

Colpisce così la forte lezione di storytelling, dove la musica trova ampio spazio nel racconto, privandone i dialoghi, i quali, nonostante tutto, sembrano davvero tutto fuorché irrununciabili.

Baby Driver

Baby, il nome del protagonista, appare fin da subito un personaggio lontanissimo da tutto il mondo cui viene associato. Non è un delinquente come le persone che trasporta, non si vuole "macchiare" di crimini efferati. È lì solo per un motivo, guidare e saldare il proprio debito con Doc. Ma come uno dei personaggi gli dirà poco dopo l'inizio del film: One of these days, Baby, you gonna get blood on your hands.

E così dovrà essere, perché dai casini di quel calibro è impossibile andarsene semplicemente. Nonostante tutto, la sua morale non cambierà fino alla fine del film. Farà solo ciò che andrà fatto per sistemare le cose nel modo migliore. Leale ai suoi ideali, fino alla fine.

Dal punto di vista narrativo e di utilizzo dello storytelling filmico, non c'è davvero niente di nuovo. Come descrive bene questo video, ci sono tecniche consolidate dagli albori della fimografia, ma il tocco della colonna sonora, le fanno apparire come tecniche rinfrescate dai passaggi semplici ma efficaci.

Infine le scene di inseguimento. Il film si apre con una di queste, ne vivrà diverse altre, ma simbolicamente attinge a tutta una serie di crismi che hanno segnato la storia del cinema in cui appaiono scene di questo tipo. Da Ronin a Drive, passando per Fast and Furious.

Baby Driver, come ho letto altrove, sdramatizza Drive e crea un personaggio forse più umano e ironico rispetto a quello di Ryan Gosling. Ciò in cui non riesce è però sovrastarne la cruda verità urbana. Ok, ci sono i colpi e le rapine, ma la criminalità è rappresentata come un grosso circo dal divertimento facile, mentre nel film di Nicolas Winding Refn, la melancolia e il vuoto della realtà sono inevitabili e stomachevoli.

Vi lascio però con l'immensa colonna sonora, vero punto forte del film, di cui è stato fatto un enorme utilizzo e sapiente scelte per descrivere, sottolineare e accompagnare ogni singola scena del film:

E a voi è piaciuto? Come vi è sembrato?

Qwant arriva in Italia

Ieri sera un nuovo motore di ricerca è entrato nel mercato italiano: Qwant. Ho condiviso l'invito alla presentazione con un amico e collega per raccontare ciò che è stata la serata di inaugurazione.

Quanto vale economicamente la privacy di ogni singolo utente Internet è noto a pochi. L’utente medio (che sia nativo digitale o meno) è spesso abituato a navigare su Internet accettando Termini e Condizioni di Utilizzo di svariate pagine e scritte in un burocratese poco comprensibile (E’ stato calcolato che ci vanno 244 ore all’anno per un utente per leggere le policy di ogni sito web che si visita).

Ci si è abituati ad accettare pubblicità più o meno invadenti e sempre più rilevanti per il soggetto che sta navigando. Questa “inerenza” è generata spesso da sistemi complessi di tracking che permettono la targhettizzazione dell’individuo. Ovvero di conoscere cosa la persona ha visitato, cosa sta cercando, dove ha cliccato ed altro ancora.
Questa prassi è valida per Display Ads (i comuni banner), per la pubblicità Video, ma anche per il Keyword Advertising (i risultati di ricerca sponsorizzati).

Qwant si posiziona in Italia come: “Il motore di ricerca che rispetta la tua vita privata”.

Alla presentazione erano presenti molte persone di lingua francese. Un audience che in qualche modo rispecchiare le origini di questo motore di ricerca che nasce in Francia da un fondatore Italiano.

Alberto Chalon (Amministratore Delegato e Co-Founder di Qwant) racconta che quando nel 2011 Google ha annunciato che si sarebbe aperto ad un ecosistema, ha capito che vi era l’opportunità di dare un’alternativa più rispettosa della privacy agli utenti Europei.

Nasce così in Francia Qwant che cancella l’IP e la user ID agent anonimizzando i dati così che non si sa se l’utente è uomo, donna, dove vive o quali specifici interessi abbia.

A questo punto Nicola Porro, che modera la presentazione di fronte ad una cinquantina di persone suddivise fra giornalisti, influencer e esperti del settore chiede: “Non farete una lira così…Come si fa a guadagnare?”. Il business model di Qwant è principalmente basato salla keyword advertising, ma come spiega Alberto non solo: “Ci sono dei link sponsorizzati, monetizziamo tramite lo shopping e i verticali come games

Qwant si propone sul mercato Italiano promuovendo una campagna che gira anche in TV con l’obiettivo di informare le persone che esiste un’alternativa alla cessione dei propri dati. Lo spot vuole essere una campagna di sensibilizzazione oltre che un veicolo per promuovere un nuovo modo di cercare sul web.

Tutti i partecipanti alla tavola rotonda concordano che “Bisogna scongiurare l’analfabetismo sul tema della privacy”

L’obiettivo di Qwant è quello di raggiungere il 5% di quote di mercato entro la fine del 2020 nei paesi europei (il mercato vale $20B…quindi $1B).

Ci sono già in Francia 100 persone che lavorano nel gruppo. 70% son tecnici. Una piccola sede in Germania e da oggi una sede in Italia.

Per Qwant il nostro mercato è il terzo paese più importante dopo Francia e Germania spiega Chalon.

Dalla presentazione è chiaro che il player del settore che si vuole attaccare sia Google. Non solo lo racconta Chalon, ma il messaggio viene rinforzato dagli interventi di Antonio Martusciello (Commissario AGCOM), Paolo Ainio (fondatore di Virgilio.it che racconta come Google negli anni ‘90 aveva offerto 10M di Euro per avere il posto di InfoSeek che veniva utilizzato ai tempi da Virgilio con il concetto di “Mi compro il mercato e poi detto le regole”).

Alcuni elementi chiave citati durante i vari interventi:

  • Il mercato varrà $50B nel 2020 mentre valeva $18B nel 2014
  • Ogni individuo nel 2017 si stima che genererà 1,7 MB di informazioni al secondo. Al momento Google ha a disposizione molti di questi dati, in datacenter fuori dall’Europa
  • Alcune piattaforme ad oggi esercitano un condizionamento opportunistico atto a promuovere un servizio proprio (vedasi Google Shopping e i €2.4B di sanzione comminata a Google)
  • La simmetria informativa rischia di essere distorta per volontà dell’operatore o per problemi algoritimici
  • I dati costituiscono delle leve competitive e se centralizzate in mano ad un unico player possono diventare un problema

In apertura della tavola rotonda la prima domanda viene fatta all'economista Francesco Boccia ed il tema è il DEF (Decreto Economi a eFinanza): “E’ buona l’idea di tassare le grandi società del Web sul loro fatturato?”. La risposta è tanto breve quanto illuminante: “Quanto fa l’8% di zero?”. La conversazione si sposta sulla WebTax e sul problema della sede non stabile. Secondo Boccia, chiunque fa business in un territorio deve pagare le imposte su quel territorio. La sfida è quella di superare le assimetrie (business offline e business online devono sottostare a imposte eque)

Una nota a parte va fatto per il simpatico commento di Farinetti che propone di utilizzare il termine OnLand al posto di OffLine che ha un’accezione meno positiva 😊

“Stiamo costruendo un indice europeo come quello che sta facendo Google (o ha già Google), ma il nostro resta in Europa. Ci teniamo a dar valore all’articolo 12 dei diritti dell’uomo del 1948 (Il diritto alla vita privata)” sostiene il presidente e fondatore di Qwant, Eric Leandri. “L’articolo 12 è stato messo da parte per la finanza…”. Non mancano attacchi anche ad altri motori di ricerca come Ecosia, quando viene detto che I server di Qwant sono tutti basati in Europa e utilizzando energie rinnovabili “questo risponde anche a certi motori di ricerca che vogliono salvare il pianeta piantando alberi”.

Sarà il tempo a dare il suo responso sull’impatto che questo motore di ricerca finanziato da Axel Springer, Cassa depositi e prestiti francese e altri 25M di Euro di finanziamenti Europei, sarà in grado di avere sul rispetto della privacy dei cittadini Europei.

Nel frattempo, a voi la scelta.

Niente di più facile, niente di più difficile

Ho pensato subito al titolo del libro di Lucchini e Di Giovanni questa mattina, dopo aver letto qualche post su Facebook sulla faccenda del video virale della filiale Intesa SanPaolo di Castiglione delle Stiviere.

Come dice Massimo, un nuovo "caso" social, una nuova ventata di espertoni pronti a giudicare quanto fatto da altri. Un commento secco, una risata, una sentenza professionale, due righe e poi via verso il nuovo Social Media Fail di giornata.

Sì perché comunicare è affar complicato, una materia che prima di tutto genera conseguenze da gestire da parte chi sa cosa la comunicazione sia e quali sono le regole che la governano. Il problema di questo video non sta tanto nel fatto della sua qualità, dei commenti da bar scaturiti, dalle posizioni supponenti prese dai cosìdetti guru. Sta a monte e si divide in due binari.

Il primo: quello dell'impossibilità, di questi tempi, di non vedere un video generato in modo artigianale per un contest aziendale (vedere locandina affianco) diventare di pubblico dominio. E qui forse ci si doveva pensare fin da subito, in fase di costruzione della campagna di comunicazione, sui modi, tempi e protezione di questi contenuti dallo diventare pubblici. Come dice bene Paolo, tutto ciò che è condivisibile può diventare in qualsiasi momento pubblico.

Il secondo: Internet non è il male. Internet è solo la trasposizione della realtà su una piattaforma diversa. E pertanto come avremmo riso se fossimo stati in un bar nel vedere questo video trasmesso da una TV locale (che poi in fondo non ha niente di diverso da tanti spot che ancora oggi girano in quel set di TV private), ridiamo qui. Solo che qui si pensa che la tastiera sia uno scudo protettore con il quale farsi strada nell'espressione catartica delle nostre intime repressioni. Lasciate lì, buttate a caso, perché tanto non siamo noi a doverci misurare con le conseguenze.
Conseguenze. Quelle non previste e non affrontate da chi ha gestito questa campagna. Conseguenze per chi ha messo online il video. Conseguenze per i protagonisti del video. La comunicazione genera e richiede di affrontare sempre e comunque delle conseguenze, positive o negative che siano.

Ho letto in queste ore tante di quelle sciocchezze, supposizioni su cosa sia successo, dichiarazioni da fonti autorevoli che nulla sanno in realtà cosa ci sia dietro da far rabbrividire. Chi si occupa di comunicazione dovrebbe analizzare ciò che è accaduto e provare a dare una spiegazione sensata per chi non ha dalla sua gli strumenti per farlo, invece di puntare il dito con un categorico: io avrei fatto meglio.

E invece questo video ha portato a galla una cosa molto semplice. Anche le migliori intenzioni possono collassare nell'esecuzione di una strategia molto interessante, che esistono iniziative di comunicazione molto peggiori di cui nessuno parla perché non coinvolge nessuna persona in modo diretto e personale e quindi non c'è più gusto perché si perde il voyerismo.

Tutto il resto è una coda lunga generata dagli strumenti di comunicazione oggi disponibili a tutti. Gli stessi tutti di cui potresti far parte la prossima volta.

Ofo

Come speravo, dopo la prova fatta con Mobike, ieri sono riuscito a trovare una bici ofo nei paraggi dell’ufficio.

Ofo è un servizio, anch'esso cinese, totalmente similare a Mobike di bike sharing in free floating. Le biciclette sono facilmente riconoscibili dal loro spiccato giallo canarino. Il funzionamento è pressoché identico al diretto competitor. 

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Si scarica l'app per Android o iOS, ci si registra, si ricarica il proprio portafoglio e si è pronti a pedalare dopo aver classicamente scansionato il QR Code e sbloccato la bici. 

La bici

Come dicevo non sono molte le differenze. Personalmente ho trovato il mezzo di ofo dotata di un manubrio più alto in modo da consentire una postura maggiormente perpendicolare al terreno, mentre su Mobile si è leggermente piegati in avanti. 

Come per Mobike, anche ofo non consente di alzare il sellino più di tanto, sfavorendo così non solo una seduta scorretta, ma anche una pedalata meno fluida. Tuttavia la sella è meglio ammortizzata e le ruote decisamente meno rigide

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La sostanziale differenza con il precedente servizio, e che forse potrebbe premiarlo alla lunga è la dotazione di un cambio Shimano a tre rapporti, oramai spesso presente in tante bici da città, che consente di ovviare a quanto dicevo per Mobike Ovvero passare agevolmente da una pedalata più morbida ad una più dura e sostanziosa per quando il fondo stradale lo consente. 

Le maglie del cestino risultano essere leggermente più strette, in modo da consentire un trasporto già più agevole di beni poco stabili. 

Punto a sfavore forse la capillarità. "Solo" 4.000 in tutta Milano. Nonostante sia stato piuttosto fortunato a trovarne una disponibile appena uscito dall'ufficio, all'uscita dall’ambulatorio non lo sono stato altrettanto. Da corso Buenos Aires avrei dovuto camminare qualche centinaio di metro per trovarne un'altra, mentre Mobike mi offriva un paio di mezzi a pochi passi. 

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Al momento di rilasciare la bici ho notato che non è avvenuta alcuna transazione, ho poi scoperto che ofo dovrebbe rimanere gratuito fino alla fine di ottobre. A differenza di Mobike che ha svelato il suo listino prezzi, 30 centesimi ogni mezz'ora per poi salire a 50, ofo ancora non ha dichiarato quanto costerà il servizio

A livello di design e maneggevolezza a me ha impressionato molto Mobike, sembra più pratica da affrontare. Tuttavia ofo vince sicuramente la battaglia del comfort tra le due. 

Quale delle due vi sta piacendo di più?

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