Posts in Social Network
Discutere. Sì, ma per quale motivo?

In tanti anni di presenza su molteplici social network, raramente mi è capitato di partecipare a discussioni accese e ritrovarmi invischiato nel sadico meccanismo di controllo spasmodico del mio turno per esprimere la mia opinione.

In questi giorni sono rimasto coinvolto in questa rarità. E le conclusioni a cui sono arrivato sono diverse e talvolta contrastanti.

Mi sono domandato se avesse senso, fosse importante, portasse a qualcosa di costruttivo scrivere su Facebook mie opinioni personali, talvolta ruvide, per aggiungere il mio punto di vista a una discussione che comunque sarebbe lo stesso terminata in un binario morto.

Mi sono domandato invece perché non farlo. Perché rimanere impassibili, auto-eliminarsi da un discorso, che come detto sarebbe comunque finito su un binario morto, e lasciare spazio a una sola corrente di pensiero giustificandosi privando di importanza il fatto che lo scambio di opinioni avvenisse online e per di più su un social network.

Mi sono domandato se il vortice di spreco di energie, il coinvolgimento emotivo, il rilascio di adrenalina valessero la pena. Se fossero soltanto dannosi per la mia sanità mentale oppure nascondessero qualcosa di diverso.

Per mia natura non sono capace di lasciar perdere. Da non confondere con l’attaccare briga o fare il leone da tastiera come oramai piace tanto dire. Mi sono sempre reputato rispettoso dell’opinione altrui, anzi prego che tutti abbiano la possibilità di esprimerla.

E così mi sono risposto. Lasciar perdere anche una insignificante discussione online talvolta è la mossa migliore. Per prima cosa perché il più delle volte non ho la titolarità né le competenze per aggiungere qualcosa al discorso. Ma quando si passa sul piano del giudizio e delle opinioni personali credo sia importante esserci, farsi sentire, con modi e tempi aderenti all’educazione e rispettosi della legge.

Lo star zitti equivale a far passare una sola linea di pensiero, ad uniformarsi, al dover per forza aderire a una corrente che il più delle volte vuol far credere di essere onnisciente, sopra le parti, nel giusto perché utilizza il buonismo come leva giustificativa.

Sì, è solo una diamine di discussione nell’etere. Ma quando è messa a repentaglio la libertà di esprimersi e rappresentare un contraddittorio, allora è giusto farsi sentire sempre e comunque.

Faceapp, divertente ma...

Ma come al solito stiamo regalando petabyte di dati a una società russa che sostanzialmente può e potrà fare ciò che vuole di tutte queste belle immagini che stiamo ritoccando per vanità personale e la paura di essere troppo decrepiti tra una decina d’anni.

NssMag fa una breve analisi di ciò.

Il successo dell'app è almeno in parte dovuto alla nostra paura di invecchiare: non vorremmo sapere tutti come saremo a 65 anni? Quante rughe avremo e come apparirà il nostro volto? E se davvero sarà quello il nostro aspetto fra 50 anni, siamo ancora in tempo per cambiarlo con prodotti ad hoc e creme per la pelle? Forse quest'ultimo è un passaggio troppo forzato, in fondo è solo un'app per divertirsi, ma questa riflessione non può essere sfuggita ai maggiori beauty brand del mondo, che vedendo quali sarebbero le parti del viso più soggette all'invecchiamento avrebbero un buon punto di partenza per sviluppare un prodotto mirato di sicuro successo.

La diffusione di questa app, però, non può non farci venire qualche domanda sulla sicurezza e sulla privacy dei nostri dati personali. FaceApp, infatti, non è mai stata chiara sull'utilizzo che fa delle immagini dei suoi utenti: al momento la società non è coinvolta in nessuno scandalo informatico relativo all'utilizzo dei dati personali, ma è molto probabile che ogni immagine che scattiamo con l'applicazione resti sul server della stessa, conservata in modo sicuro e potenzialmente disponibile per chi ne avesse bisogno. In pratica il divertimento di un minuto - lo scatto di un selfie - si trasforma in FaceApp nell'accumulo di centinai di migliaia di informazioni personali, che ancora non sa come utilizzare. 

Ma c’è di più, o meglio, sarebbe la prima cosa da leggere prima di utilizzare qualsiasi app. I termini di servizio di Faceapp riportano chiaramente quanto segue. Divertente eh, ma fino a un certo punto.

Faceapp terms of service
Alternative

Il post di ieri capitava, non volutamente, a fagiolo.

Nella serata di mercoledì in molti luoghi del globo terraqueo tanti social network non erano raggiungibili, o meglio, molti dei loro contenuti inaccessibili e non fruibili.

Ho sorriso provando a pensare a chi ha deciso di basare completamente la propria carriera su una piattaforma non sotto il proprio controllo, poggiando sulla discrezionalità del fato e del business delle stesse.

L’intangibilità di quest’ultime corrisponde alla fragilità di un’escalation di cui non si decifra molto bene l’orizzonte. Sia temporale, sia nei termini di come il mercato deciderà di premiare i cosiddetti influencer.

Chissà se a tutti quei professionisti e non sia venuta in mente la stessa cosa. Se hanno a disposizione un’alternativa professionale valida, perché diciamocela tutta, tolte quelle piattaforme a cui devono spesso tutta la loro fortuna, sono in grado di saltare sul treno di un’altra oppure no?

Sapersi reinventare non è affare per molti.

Vuoto fotografico

Una riflessione di Giulia nella quale mi rispecchio molto. È anche un po’ per questo motivo che ho aperto Contz 📸 Blog.

Se scelgo la prima, oltre al fattore tempo, c’è anche il fattore “Cosa dico?”, che credetemi, è rilevante anche per chi sembra avere un’opinione su tutto. Ora, non solo questo non è vero (almeno per me), ma tre quarti del tempo la mia opinione me la tengo. Perché non serve a niente, perché non è abbastanza informata, perché non mi pare aggiunga nulla, perché non mi va. Se parlo è perché ho qualcosa da dire o perché mi pare che un punto specifico non sia stato toccato da altri. Avere ogni giorno qualcosa da dire è impossibile. 

Instagram, insomma, rischia di essere l’officina del vuoto. Una macchina che trita contenuti di nessuna rilevanza, una serie di “sticazzi?” che levati, alla quale sono molto restia a contribuire con altrettanto vuoto. Ogni tanto lo faccio, ma sempre sentendomi un po’ troppo la vecchia dell’internet che gioca a fare la Generazione Z. Altri si sentono più a loro agio, e a me sta bene, oppure hanno vite più interessanti, il che mi sta ancora meglio. Ma mi immagino la pressione di mantenere ogni giorno un profilo funzionante non avendo granché da raccontare. Finisce che diventa un’abitudine, e si tiene premuto il tastino per documentare ogni stupidaggine, ogni sbrocco, ogni banalità. Spazio e byte e tempo altrui sprecati.

Social detox

Riprendo da Lorenzo alcuni consigli pratici sulla lista della spesa per avere una vita serena senza entrare nel logorante loop del controllo costante dei propri account social.

1. Limita quando e come usi i social media, visto che possono interferire con la comunicazione di persona. Evitiamo di usarli durante i pranzi con famiglia e amici o a lavoro;

2. imponiti dei periodi di detox: sia totali di qualche giorno, ma anche riducendo drasticamente l’uso (10 minuti al giorno);

3. presta attenzione a cosa fai e a come ti senti: se dopo 45 minuti di scrolling forsennato ti rendi conto di sentirti stanco e a disagio, smetti di farlo. Non fare il lurker, ma partecipa attivamente;

4. chiediti il perché usi i social media: controllare twitter la mattina è un’abitudine o un modo per rimanere informato? Guardarlo a lavoro è una via di fuga da un task difficile? Sii onesto con te stesso e decidi cosa vuoi dalla tua vita;

5. fai pulizia: tutti i contatti accumulati, i brand seguiti sono ancora interessanti per te? Sono noiosi, pesanti o ti fanno arrabbiare? È il momento di usare unfollow, mute, hide, delete;

6. non lasciare che i social media sostituiscano la vita: non fare in modo che le interazioni online sostituiscano interamente quelle faccia a faccia.

Per mia personale esperienza. Aggiungo al punto 1 la praticità di allontanare lo smartphone dal tavolo decresce sensibilmente la voglia di update.

Il punto 6, in particolare, mi stupisce ogni giorno di più. Amici e colleghi mi parlano di influencer dai nomi esotici quotidianamente. Hai visto xyz che ha fatto questo, xxx ha fatto quest’altro, il figlio di $£& ha avuto la sua prima torta di compleanno.

Ok, per lavoro devo anche seguire le nicchie di pubblico a cui si rivolgono determinati influencer, ma mi stupisco come molte persone vivano, sì la parola giusta è vivano, la vita di qualcun altro con il filtro di uno smartphone a fargli apparire davanti agli occhi una realtà drogata e costruita ad hoc per apparire.

E mi domando spesso e volentieri se anche io faccio lo stesso. Fortunatamente, quando mi parlano dei suddetti, faccio scena muta perché ne conosco davvero pochissimi. Quindi la risposta è sicuramente no.

Contenuto molto personale

Ieri poi con la fretta di voler scrivere qualcosa entro la mezzanotte ho pure scritto peggio di un bambino sui libri di grammatica.

Complice il sonno e un periodo non troppo rilassante.

La scorsa settimana, culminata poi con ieri, mi ha visto concentrarmi su un argomento ben specifico. Anzi due.

Il primo. Condividere sempre, senza se e senza ma, qualsiasi cosa. Il culmine, per l’appunto, con il dover condividere il fatto di aver votato su di un social network, sfiorando quasi il reato. Sì perché veniva richiesto di inserire anche un’immagine e il richiamo delle sirene a voler fotografare proprio la crocetta apposta era assai forte.

Dicevo, è reato farlo. Ma tant’è ne ho viste passare su questi benedetti social.

Il secondo. Mi viene da sorridere a vedere certi personaggi, ritornare alla ribalta, nascondendo sotto mentite spoglie il loro volere di raggiungere pubblici oramai irraggiungibili con i social network. Dando colpa a quest’ultimi di non essere più il bacino da cui alimentare il proprio ego, quegli stessi luoghi che fino a poco tempo fa fungevano da salva vita per il loro digitare a vanvera. È patetico vederli, adesso, inneggiare al blog come unico strumento per poter parlare ai pochi a cui interessa davvero parlare, perché non più in grado di raggiungere la ribalta altrimenti.

A me che non è mai interessata, la ribalta, continuo a creare il mio contenuto molto personale, per appuntare ciò che di bello trovo online insieme ai miei pensieri.

Cosa accadrà agli influencer...

Un pezzo sprezzante, acuto e molto divertente di Diecimila.me sul tema influencer.

Sorrido.

Ma cosa accadrà quando le tette inizieranno a scendere all’altezza delle ginocchia e i culi all’altezza delle caviglie? Quando le rughe si scaveranno profonde fin dentro quel poco che resta di anima, le lacrime s’asciugheranno, Photoshop e i filtri Instagram non saranno più sufficienti a nascondere quel decadimento fisico che sta lentamente raggiungendo gli stessi livelli di quello morale? Cosa accadrà quando qualcuno più giovane, più fresco, più spregiudicato riuscirà per un po’ a prendere il tuo posto?

Quando avrai finito le idee, e i soldi, e la gente ti fermerà per strada solo per chiederti se hai una sigaretta o due spicci messi male, e gli sponsor non ti cercheranno più, e i tuoi tentativi di contattarli finiranno in una doppia spunta blu senza alcuna risposta? Quando al tuo confronto anche le meteore pop degli anni ’80 ti sembreranno delle icone assolute, tanto che ti verrebbe voglia di dare un rene pur di leccare il fondo del barile assieme a loro all’Isola dei Famosi?

Tu sei in controllo

Una possibile risposta a quanto scrivevo qualche giorno fa.

Social media is up to you. You are in control of what you see and how you use it. Every platform is useful in its own way and thwarting it from your life is not always productive. Use it to your own advantage, and don’t let it control you and you may discover more of the many benefits to the platforms available. If social media only has negative effects on you, don’t force yourself back into that bubble, find other ways to connect with the world, or reinvent your pages and limit your screen time.

Quello che vedi non è reale

Essere onesti online è davvero un gran casino. Anche volendolo è difficile esserlo. Anche provandoci la tecnologia ci invita a fare di meglio, presentando una realtà filtrata.

Qualche anno fa scrivevo di quanto sia complicato essere sé stessi online. In questo post su Medium, la riflessione riguardante instagram fa più o meno il paio con quanto scrivevo al tempo. Gli strumenti che abbiamo a disposizione possono portarci a raccontare una realtà migliore di quella che è davvero.

Perché?

I motivi possono essere molti. Essere accettati, famosi, riconosciuti. La realtà in fin dei conti è che dietro quell’account c’è una persona simile a noi, nonostante provi a far credere che non sia così.

I’m not saying you shouldn’t post what you want to Instagram. because you can. But, what you post does not reflect your life. It only reflects what you want it to reflect. Instagram is not a game. There isn’t a way you win at Instagram, it’s just an app for photos at its core.

By remembering this, we do not fall into the trap of narcissism and do not fall prey to taking what we see at face value. We need to remember that behind the photos there is a person that is very much like you and me, no matter how much they try to prove that they aren’t.

Mezze verità

Via.

Il fallimento dei Social Network è riconducibile al fatto che anziché avvicinare i popoli, contribuire ad accorciare le distanze del pianeta, dare luogo a quel villaggio globale fine ultimo sin dalle origini di Internet, farci conoscere le persone, darci l’opportunità di esprimerci e di ascoltare, ci ha sbattuto in faccia l’amara realtà: la gente fa schifo, tutti odiano tutti, ed è meglio starsene chiusi in casa a leggere, ascoltare musica e vedere la tele.