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L'ultima volta del Trono

Come non essere d’accordo con l’opinionista de Il Corriere?

E poi parliamo di Jon Snow: che fine gli hanno fatto fare a questo povero re legittimo senza corona? Scopre in quattro e quattr’otto di essere l’erede al trono perché nelle sue vene scorre il sangue Targaryen: una rivelazione che ha emozionato profondamente lo spettatore, venuto a conoscenza del segreto molto prima del diretto interessato. Nel giro di poche puntate Jon viene trasformato in un personaggio totalmente inutile: non salva il suo Nord dagli Estranei perché ci pensa Arya mentre lui stava per essere fatto arrosto dal drago dei non morti, non frena la furia di Daenerys e non salva i civili di Approdo del re. E nel finale? Non me la bevo la storia che uccide la sua amata per salvare il mondo dall’ennesimo tiranno. O meglio, lo fa con uno scontatissimo pugnale nel cuore (ah i bei tempi dei baci al veleno di Dorne), ma solo perché Tyrion (ancora lui) tocca la sua anima e il suo senso di colpa nell’unica scena riuscita dell’ultimo episodio. Senza quel discorsetto del condannato a morte, visto come buttava nell’ultima stagione, l’ex bastardo di casa Stark probabilmente non avrebbe neppure fatto il giusto atto finale. 

Così, la mia storia di sangue e veleni termina negli ultimi minuti del finale di stagione con una carrellata hollywoodiana che accompagna commossa i nostri personaggi mentre si preparano alla loro vita futura senza più una trama. Tutto molto bello, ma Game of Thrones non è cinema, non è “Star Wars”, non è “Il Signore degli anelli”. Non è il filtro blu che colora tutta l’ultima stagione per rendere più moderna la fotografia. È tutta un’altra cosa, è molta più cruda, sporca, tanto che a rivedere gli episodi delle prime stagioni sembrano quasi telefilm di fine anni ‘90. A Westeros non c’è spazio per il sentimentale e il commovente. Qui c’è, c’era, spazio per uomini che vivono, sbagliano e si redimono (forse) solo dopo la morte. E invece vedo la mia Arya, la ragazza soldato dai mille volti, che si prepara il fagotto e parte alla conquista delle terre sconosciute come qualsiasi esploratore. Non doveva finire così. Non il mio trono di spade.

La vera sensazione che da grande fan della serie ho avuto è che la rovina di Game Of Thrones sia stata il proseguire le serie TV senza avere le spalle coperte dai libri di Martin.

L’adattamento TV di una serie con un così ampio pozzo di informazioni ben si denotava nelle prime stagioni, mentre, soprattutto quest’ultima ottava, tutto è sembrato veloce, abbozzato, una cavalcata veloce verso un finale agrodolce.

Eravamo tutti preparati a non avere un lieto fine, ci era stato detto, ma così sembra una presa in giro. Le regole di un reame millenario cambiate in pochi minuti. Dal dimenticarsi totalmente chi fosse il Re legittimo per diritto di sangue, al passare ad una sorta di democrazia per chi dovrà essere il vero reggente.

Ovvio, gli spettatori del Trono di Spade auspicavano tutti un finale da film, da oscar, sennò perché far resuscitare un personaggio come Jon Snow? A che scopo? Unire i popoli per poi essere liquidato da tutti i suoi familiari in poche battute?

Tant’è, questa è la volontà del padre di questa epica storia, che come dice Tyrion sono la cosa più potente di tutte.

Spero nei libri e magari in un finale diverso.

Gli spoiler pericolosi

Il sistema di bolle dei social network funziona fino ad un certo punto.

Il mondo visto come un sistema di bolle però mostra i suoi limiti con fenomeni diffusi trasversalmente ai quali è impossibile sottrarsi a meno di non isolarsi totalmente dal resto.

Non c’è italiano che, in questo momento, non rompa i maroni con Game of Thrones e che non esprima la sua approvazione sugli Avengers e a me, d’altra parte, scoccia fare la figura di quello che vuole distinguersi a tutti i costi sottolinenando il fatto che non ho mai visto un solo minuto né della serie più seguita al mondo né della saga di film tratti dai fumetti che i miei amici leggevano quando facevamo le medie.

Fantasy e fantascienza mi fanno cagare allo stesso modo. Se proprio non vogliamo privarci dei social network – e comunque questo resta tutt’ora il mio fine ultimo – l’unica soluzione e mettersi in stand-by per un po’, in attesa del prossimo tormentone commerciale.

Vox ha realizzato un interessante articolo sull’argomento. Il mio suggerimento è quello di sparire completamente dai social network per il tempo necessario.

Uno streaming per domarli tutti

L’articolo di Rivista Studio, La guerra dello streaming, racconta di un’ovvietà abbastanza facile da prevedere. L’offerta delle piattaforme streaming si sta allargando a macchia d’olio: Netflix, Amazon Prime, Chili TV, NowTV o Sky Q, Infinity e molto presto AppleTV+ e Disney+.

La battaglia per l’attenzione televisiva è ufficialmente al suo apice.

Con tutta questa offerta gli spettatori non solo non sanno più dove concentrare il proprio tempo libero, ma altrettanto su quale cavallo puntare. Dovessi immaginare di abbonarmi a tutti quelli sopra descritti, beh mi ci vorrebbe uno stipendio a parte solo per scegliere cosa guardare in TV.

Qual è l’ovvietà? Il passaggio logico successivo è la pirateria.

Lo streaming è la nuova frontiera, la nuova grande caccia all’oro; e nessuno vuole rimanere indietro. C’è la serissima eventualità, però, che la venatura principale si consumi presto, e che in questa guerra/non-guerra a vincere sia, com’era già successo in passato, non il migliore, né il più furbo; ma, abbastanza prevedibilmente, la pirateria.

La prima puntata della stagione finale del Trono di Spade è stata vista da 18 milioni di spettatori paganti, ma anche da 55 milioni che ha deciso di scaricare illegalmente l’episodio.

Ça va sans dire.

L’offerta si è moltiplicata negli anni, la mia idea di avere un unico contenitore a un prezzo ragionevole penso sia un desiderio comune a molti. Chiunque sarebbe disposto a pagare per i contenuti che ama se fossero accessibili ad un prezzo ragionevole.

Chi confonde il modello di queste piattaforme con quello della musica non ha capito molto del mercato dello streaming di contenuti video. Tuttavia sarebbe la strada auspicabile per arrivare ad azzerare la pirateria (9.99€ al mese chi non li pagherebbe?) e avere un accesso unico a tutti i contenuti preferiti.

L’ultima del Trono di Spade

Domani notte andrà in onda la prima puntata dell’ultima stagione di The Game of Thrones. Di riassunti delle 7 stagioni precedenti online ne trovate a bizzeffe e sicuramente fatti meglio di questo, ma mi sembrava il più divertente.  

Dracarys.  

The Dirt - Il film sui Mötley Crüe

Dicono il 2019 sarà l’anno del rock a dispetto dell’hip-hop.

Bohemian Rhapsody prima, ora il film sui Mötley Crüe.

The Dirt è uscito venerdì su Netflix in tutto il mondo e a me è piaciuto davvero tanto. Forse il più famoso critico musicale si esprime così:

Which is why the younger generation is going to be intrigued by this flick, they not only want to know how it was, they envy it and want to re-enact it.

That’s right “The Dirt” will be influential. Never underestimate the power of rock.

Rock on.

Love, Death & Robots

Il futuro distopico dei tanti prodotti Netflix degli ultimi anni finisce per essere qualcosa di già visto in Love, Death & Robots. La serie animata Netflix, tanto caruccia e ben confezionata, ma dal sapore della pietanza già assaggiata da qualche altra parte ma non ti ricordi bene dove, fino a ricordarti che era quello che hai mangiato una settimana prima a casa dei tuoi.

Bellissimo esercizio di stile e sicuramente da guardare. Mi faccio aiutare dalle parole di Lorenzo:

Narrativamente, tutto in Love, Death & Robots sa di già visto e offre quasi sempre un risultato prevedibile e telefonato. Questo non vuol dire che non ci si possa divertire e affascinare con un paio di queste pillole, Tre Robot e Zyma Blue su tutte, ma per il resto è la sagra del già visto, del contenuto che ti ricorda un videogioco, un film o un fumetto che ti sei già trovato davanti e che quindi non ha molto da dire. In certi momenti sembra di assistere a una sagra di idee per una possibile serie tv proposte a raffica da un autore un po’ ansioso che sembra volerci convincere a tutti i costi della sua vulcanica creatività (e in fondo non è detto che non finisca proprio così).

After Life

Questo fine settimana ci siamo incollati alla TV per After Life.

Una mini-serie scritta e prodotta da Ricky Gervais. Non ho mai seguito troppo Gervais, come attore non mi ha mai detto molto. Eppure in questa interpretazione al metà tra il cinico-pessimista e la riscoperta del sé e della bellezza della vita, l’ho apprezzato particolarmente.

Dopo la morte della moglie la vita di Tony non ha più un senso. Senza la possibilità di condividere la felicità l’esistenza ha poco senso. Pensa costantemente al suicidio come piano B. Il piano A invece è essere completamente sinceri con il resto del mondo, dicendo e facendo qualsiasi cosa passi per la testa.

Libero.

Ed è proprio questa libertà a portarlo ad affrontare la sua paura più grande. Essere felice di nuovo con una persona differente dalla moglie appena deceduta.

L’espressione di una personalità buona e gentile, incattivita dalla vita e dal dolore, reagisce nel modo migliore possibile grazie alle persone che lo circondano.

Tra tanta TV spazzatura, After Life merita di essere visto.

Il break pubblicitario deve cambiare

Una bella analisi di come lo spot da 15 o 30 secondi deve necessariamente cambiare pelle e trasformarsi in qualcosa d’altro. Lo spettatore va alla ricerca di meno interruzioni e contenuti più rilevanti.

La pubblicità deve reinventarsi e trovare nuove forme di comunicazione.

Se da un lato anche il consumo di contenuti originali su smartphone sembra avviato verso un modello in abbonamento (sarà così la piattaforma di brevi contenuti premium creata da Jeffrey Katzenberg), dall’altro sono molti gli analisti che mettono in dubbio la sostenibilità di un sistema basato solo sulle sottoscrizioni. Potremmo anche assistere al risorgere di contenuti finanziati dalla pubblicità, magari distribuiti in maniera diversa, in streaming attraverso device come Roku o Apple TV. È una tendenza che potrebbe essere confermata dall’arrivo di Facebook Watch, che in alcuni Paesi include spot prima e durante i programmi, o dall’annuncio di Amazon della creazione di un nuovo servizio free e ad-supported che offrirà film e programmi in streaming, o ancora dal recente cambio di strategia di YouTube, i cui programmi saranno anch’essi gratuiti e finanziati dalla pubblicità. Forse gli scricchiolii non volevano avvertirci della morte della pubblicità (o della morte della pausa pubblicitaria come la conosciamo oggi), ma di un cambio di modello. La tv pagata dalla pubblicità continuerà a esistere ma in modo diverso. Come dice Amanda Lotz, “siamo di fronte a un aggiustamento generalizzato del mercato in cui è necessario allinea

Cinema & TVAndrea Contino
The Umbrella Academy

Primo: a me i My Chemical Romance piacevano un bel po’.

Secondo: Mi ha scocciato altrettanto un bel po’ quando si sono sciolti.

Terzo: Non sapevo che il cantante e front man della band, Gerard Way, fosse un autore e regista così abile.

Scopro proprio per caso che ha firmato The Umbrella Academy e presto sarà serie TV su Netflix. Parla di super eroi e alieni. Orfani delle serie Marvel, mi sembra un buon compromesso per soddisfare la nostra sete di salvezza del pianeta.

Il 15 febbraio su Netflix:

Cinema & TVAndrea Contino