Posts in Blogosphere
Ti stravolge la vita

Un blog, ti stravolge la vita. La mia, ma anche quella di Galatea:

Il mio blog, questa cosa che ho aperto con somma incoscienza oramai più di dodici anni fa. Non avevo nessun piano, nessuna aspettativa. Mi annoiavo ed ero piena di curiosità per questo oggetto misterioso che consentiva non tanto di scrivere (quello lo avevo sempre fatto da quando andavo alle elementari, in continuazione) ma di farsi leggere da sconosciuti e sentire cosa ne pensassero loro di quello che scrivevo.

Non c’erano i social, quando ho cominciato. Che a dirlo ora sembra di parlare di un’epoca remota e lontana come quella del telegrafo senza fini. C’era solo una pagina bianca e virtuale e attorno un misterioso mare di utenti che giravano per la rete a caso, si fermavano. Ti leggevano, lasciavano un commento, a volte uno sberleffo.

Mi ha stravolto la vita, il blog. Immaginatevi una ragazza (allora lo ero ancora) che abita in un paesino di campagna, ai margini del tutto, e insegna a scuola, che d’improvviso viene catapultata in blogfest, convegni, cooptata in gruppi di giornalisti, partecipa a festival, comincia scrivere libri. Si ritrova persino di fronte ad una telecamera, a girare un documentario in cui può parlare delle sue grandi passioni, di storia, di Medioevo, di barbari.
Per me il blog è stato la lampada di Aladino, il mio personale genio. Di tanto in tanto sembro tradirlo, travolta dal fascino di altri account, dei social, di Facebook, di YouTube, ma poi è qui l’unico posto dove mi sento a casa.

Ok. Oggi ci sono i social e la gente diventa famosa su Instagram. Ma il sangue che abbiamo sputato qui, beh gli instagrammer se lo sognano. Seguite la serie del venerdì del Many, ci sono ogni settimana una serie di blog nati, ri-nati o mai morti degni di essere seguiti.

BlogosphereAndrea Contino
Come un'esalazione

But the other point I want to make is that getting heard outside the world of blogs occasionally requires that you have something to say. And one of the most delicious things about the profoundly parasitical world of blogs is that you don’t have to have anything much to say. Or you just have to have a little tiny thing to say. You just might want to say hello. I’m here. And by the way. On the other hand. Nevertheless. Did you see this? Whatever.

A blog is sort of like an exhale. What you hope is that whatever you’re saying is true for about as long as you’re saying it. Even if it’s not much.

Ho trovato questo paragrafo in un post del 2006, attraverso un altro blog. Da cui copio a piene mani quest’altra frase:

Questo è il mio piccolo angolo di internet in cui posso riversare i miei pensieri senza temere che vengano spazzati via dalla marea dei social media. Ho esalato qui per dieci anni, e anche se la maggior parte di andrea.co è irrilevante, resta il mio personalissimo irrilevante.

BlogosphereAndrea Contino
Una volta al giorno

Non è obbligatorio farlo.

Ho pensato più e più volte di non riuscirci durante questo mese, ma sta diventando un piccolo piacere quotidiano.

Raccontare, raccontarsi. Riordinare i pensieri e cercare di dargli forma comprensibile.

Stamattina in doccia ci pensavo. Nel gennaio degli anni passati, quanti post riuscivo a scrivere in un mese?

E mi sono accorto che mai sono riuscito ad essere costante, mentre ci sono stati altri mesi molto più prolifici.

Scrivere qualcosa implica, almeno per me, nella stragrande maggioranza dei casi ricercare, verificare, elaborare, produrre. È un processo naturale di cui non posso più fare a meno.

Vedremo come butta in Febbraio.

BlogosphereAndrea Contino
(Social) Media Panic

Il mio voler diminuire il tempo speso sui social network non è da confondere con una personale e accesa battaglia contro di essi. Anzi.

A me piace osservarne le mutazioni, il cambiamento di rilevanza e influenza nei confronti di tutto ciò che sta al di fuori di uno schermo.

Così è stato per la 10yearschallenge. Il meme diventato virale un po’ su tutte le piattaforme social, ha portato alcuni giornalisti a pensare come quest’ultime abbiano proattivamente spinto la cosa per poter carpire dati dalla mappatura delle immagini caricate.

Senza forse tenere conto di quante altre nostre foto questi luoghi posseggono già e se avessero voluto potenziare il loro algoritmo lo avrebbero potuto fare semplicemente sfogliando tutti i nostri album di foto caricati dall’iscrizione ad oggi (come immagino abbiano fatto).

Pertanto l’allarmismo creato attorno alla faccenda non solo è inutile e irrilevante, ma demonizza sulla base di nessuna prova. Solo per il gusto di sparare a zero.

Ho letto con soddisfazione il punto di vista di Jeff Jarvis sulla questione, il non dover gettare fango a tutti i costi rischia di diventare controproducente:

At this moment, we are arguing about that impact of the net on our daily lives. Some have said to me that this fuss about the #10YearChallenge meme is helpful because people are talking about the issues at hand.
I have one response: Let that debate be based on facts and evidence, not on baseless provocations and what-if worries, which fuel a moral panic that comes to blame all our troubles on technology and assume malign motive for every action the technologists take. Journalists do not have license to relax their standards of fact and evidence and should be informing the debate, not fueling the panic

È apparentemente scollegato da tutto questo discorso, ma il post di Tim Carmody su Kottke.org tocca un punto molto interessante. Ok i blog e il loro rampante ritorno, ma senza Facebook o Twitter la carriera di alcuni della mia generazione non sarebbe stata la stessa. Le opportunità e le conoscenze, come anche per me, sono sì partite dal blog ma si sono poi ampliate notevolmente con l’avvento di altre piattaforme. Non c’è dubbio alcuno.

And guess what? So have Twitter and Facebook. Just by enduring, those places have become places for lasting connections and friendships and career opportunities, in a way the blogosphere never was, at least for me. (Maybe this is partly a function of timing, but look: I was there.) And this means that, despite their toxicity, despite their shortcomings, despite all the promises that have gone unfulfilled, Twitter and Facebook have continued to matter in a way that blogs don’t.

C’è poi questa domanda costante e impellente che aleggia sulle tastiere di tutti coloro abbiano mai deciso di aprire un blog:

Maybe we need to ask ourselves, what was it that we wanted from the blogosphere in the first place? Was it a career? Was it just a place to write and be read by somebody, anybody? Was it a community? Maybe it began as one thing and turned into another. That’s OK! But I don’t think we can treat the blogosphere as a settled thing, when it was in fact never settled at all. Just as social media remains unsettled. Its fate has not been written yet. We’re the ones who’ll have to write it.

Il più delle volte si risponde di star scrivendo per se stessi. E per la stragrande maggioranza così sarà sempre. Ma probabilmente lo scopo comune è quello di estendere se stesso in un luogo altro, apparentemente eterno, lasciarci dentro una traccia e vedere come va a finire.

Leggersi con calma

Credete nei segni?

Parlo dei campanelli d’allarme, quelli che col senno di poi dici a te stesso: sarebbe dovuta andare così fin dal principio.

Due giorni fa parlavo di come i template del blog non mi soddisfacesse più, a un anno esatto di distanza. Ed ecco il segno.

Mentre ero intento a scartabellare nei codici di backend un salvataggio sbagliato e tutto il template torna alle impostazioni di default: una schifezza.

Allora, palla al balzo e di buona lena ne ho installato uno nuovo e fatto pulizia. Ricominciando più o meno daccapo. Come sempre.

  • Non compaiono più le icone delle mie presenze social. Il traffico devo portarlo in entrata, mica in uscita. E poi se ci tenete tanto a trovarmi altrove, cercatemi direttamente lì
  • Idem il logo. Lo trovate in fondo, in chiusura, giusto una chicca
  • Per navigare nelle altre pagine ho lasciato solo degli emoji. A tanti danno fastidio, ma rubano poco spazio ed esprimono già tutto il loro significato da soli

Non credo di aver terminato con le modifiche, ma almeno quelle generali sono a posto. In generale spero di aver dato quel tocco minimal a cui anelavo.

In due giorni di letture forzate però è successo molto. Qualcosa di strano ed eccitantissimo come dice Marco. Quel grande ritorno dei blog come scrive Bat e anche Luca forse sta succedendo per davvero.

E non so se sia davvero la New Wave Italiana, oppure:

forse c’è solo di nuovo la banale bellezza del leggersi con calma, e del lasciarsi scrivere con calma.

C’è però quest’aria frizzantina che non si sentiva da un po’. Sarà la magia della comunicazione asincrona o della JOMO a farsi sempre più strada, tant’è ultimamente sembra di essere sempre più nel 2004 invece del 2019.

Il che è una bella cosa, per due motivi:

  1. Chi ha qualcosa di interessante da dire non ha mai smesso di farlo
  2. Chi non l’avesse ancora fatto sa dell’esistenza di un mondo al di fuori dei social

A tal proposito. Nell’ultimo post parlavo di fotografia e progetti.

Arriva contz.com

Qualche giorno prima di Natale ho comprato contz.com. Il dominio è tornato senza proprietario non so dopo quanto tempo. Forse più di 10 anni, durante i quali ho fatto più volte il tentativo di acquistarlo.

La pazienza è servita. E cosa ci ho fatto?

Beh, un altro blog ovviamente. Un photo blog per l’esattezza. Ci sto caricando i miei scatti migliori. Per ora sono molto pochi, ma conto di arricchirlo con altri a breve.

E niente, non so. A volte internet sa essere un bel posto.

BlogosphereAndrea Contino
Molto personale

Sarà l’aria frizzante di questi giorni. Oppure è soltanto opera del subconscio. Sta di fatto che i primi giorni dell’anno sono per me sempre sinonimo di rinnovamento online. Molto spesso ho rinfrescato o cambiato completamente la grafica del blog, oppure dato vita a nuovi progetti online.

Anche quest’anno non è stato da meno.

Quest’anno voglio dedicare sempre meno tempo ai social network e molto più al mio spazio personale.

Non so se mi piace ancora la grafica attuale. A distanza di un anno e nonostante ci abbia sputato l'anima. Non so, vorrei trovare una strada più basica che dia maggior spazio al contenuto e a ciò che scrivo.

L’altra ripetitività dei primi giorni dell’anno coincide per me con il recuperare nuovi blog interessanti. Luoghi nascosti di vite agli antipodi dalla mia, ma intrisi della stessa passione per condividere, conoscere, raccontarsi.

Ieri ho scovato Kari Gee. Utilizza SquareSpace, ha un template fichissimo e ama condividere praticamente ogni aspetto della sua vita. Spulciando tra i post passati ho trovato questo, intitolato “It feels deeply personal”:

One unpopular opinion I hold is that everybody should have a blog, where they just check in a couple of times a week. They/you don’t need to have much of anything to say, just raise a hand and say hi.

Here’s what time I woke up this morning, here’s what I had for breakfast, here’s what I thought about when I brushed my teeth. Is it raining where you are? I’d like to know.

I’m not going to lie to you—many people wouldn’t care, probably most, but I would. I’m interested in the routine habits of others, and their observations on their moods or surroundings. I was very fond of these daily weather reviews of New York City that used to run in the Awl, for example. Somebody could do that. Or take a photo of their/your coffee cup every morning, I would like that, too.

It could be the exact same cup in the exact same location day after day, it wouldn’t matter. There would be glimpses of life happening around it, detritus caught in the frame or the quality or slant of the light shifting as the year went on, etc., little unspoken hints passing by. The mysteries inside of details. I would like that very much.

La sete di sapere. Approfondire. I dettagli sono importanti.

Un bello spunto per me, mi ha fatto riflettere. Quest’anno vorrei proprio concentrarmi su questo.

Scrivere come se non ci fosse nessuno a leggermi. Discutere di ciò che amo e di ciò che mi circonda.

Come dicevo qualche settimana fa sentivo forte il bisogno di avere un posto dove condividere i miei scatti fotografici, avulso da regole di terzi, dei like e della SEO.

Identità.

Ci sto lavorando su e non appena GoDaddy si deciderà a sbloccarmi il dominio farò un post dedicato per presentarlo.

BlogosphereAndrea Contino
Bear app

Ho voluto testare Bear come principale editor per i post del mio blog. Non tanto perché non mi fidassi troppo della struttura online di Squarespace, ma per evitare (e qualche volta mi è capitato) di perdere quanto lavorato in fase di scrittura, per colpa di down della rete o problemi relativi al caricamento del browser.

Per prima cosa ho studiato brevemente la sintassi del markdown, inventata da John Gruber di Daring Fireball. Molto utile in quanto cerca di permettere a chi scrive di focalizzarsi solamente sul testo e poco sulle amenità grafiche e di stile.

feature-style.jpg

Siccome Squarespace integra il Markdown, è sufficiente scrivere tranquillamente il post su Bear, utilizzare il menu apposito che replica le funzionalità di un qualsiasi editor e poi cliccare su esporta in Markdown per poi incollare sul sito e avere già tutto formattato nel modo corretto. Non rimane che inserire eventuali video o foto direttamente sull’editor di Squarespace.

Forse un po’ macchinoso, ma del resto di applicazioni desktop che facciano da publisher per Squarespace non ne esistono più e reputo questo passaggio il più efficace sia per salvare offline il testo dei propri post, sia per pubblicare anche da mobile con un editor più potente.

Bear è gratuito sia su desktop che su mobile, esiste anche la versione Pro. Con una manciata di euro al mese si ha accesso al sync su iCloud, dei temi graficamente più carini e un set di formati aggiuntivi con cui eseguire l’export di ciò che si sta scrivendo.

Squarespace + Unsplash

Finalmente su Squarespace è arrivata l’integrazione totale con Unsplash.

Unsplash è il più grande database di immagini prive di copyright e utilizzabili sotto creative commons.

Da oggi se si cerca un’immagine nell’imagine block appare questa schermata.

Ottima integrazione. Ci voleva.

Unsplash
Spersonalizzare e monetizzare

Ho scritto spesso di Medium in passato. 

Da ieri, se si desidera aprire un blog (o pubblicazione come chiamano loro) su Medium, non sarà più possibile associarci un dominio personale.

Spiegazione: se aprissi oggi uno spazio http://medium.com/acblog, non potrei farlo diventare http://andrea.co.

La vittoria della spersonalizzazione è totale. Un luogo dove non solo il design delle pagine è praticamente identico attraverso tutti i siti ospitati, ma ora non si potrà nemmeno più avere una URL dedicata. 

Il fallimento poi, secondo il mio modestissimo parere, risiede nel bislacco business model. Solitamente le piattaforme ospitanti un blog o un sito qualsiasi con contenuti creati dagli utenti ospitati, fanno pagare questi ultimi per il privilegio e le funzionalità messe a disposizione. 

Medium invece fa l'opposto. Applica il modello del paywall a contenuti scritti da comunissimi utenti e non da professionisti pagati dalla casa editrice. 

Spiegazione: il cookie di Medium ha scoperto che sono un avido lettore. Dopo 3 articoli al giorno mi blocca la lettura dell'80% dei contenuti che vorrei leggere. Costringendomi così a pagare un abbonamento annuale per continuare a leggere. Parte del guadagno viene distribuito a quegli utenti che hanno deciso di essere pagati per ogni view fatta dal proprio post. Facendo imbufalire chi invece vorrebbe leggere. 

Insomma, se ancora non fosse chiaro, Medium sta diventando sempre meno il luogo dove traslare i propri siti e blog. Il controllo dei propri contenuti reputo sia più importante della caccia alla piattaforma the-place-to-be e alla promessa di una facile monetizzazione.

Chiudo con le parole di John Gruber, più che azzeccate.

I know many people love Medium’s editing interface, but I just can’t believe that so many writers and publications have turned toward a single centralized commercial entity as a proposed solution to what ails the publishing industry. There is tremendous strength in independence and decentralization.
BlogosphereAndrea Contino
L'essenza dell'essere qui
Valentina, dimmi la verità, che pensi di me? Come sono visto da fuori?
Lo sai cosa penso di te.
Dimmelo ancora.
Penso che sei anonimo e inespressivo, quando parli sembra che c'hai uno strofinaccio in bocca e non si capisce un ca**o, non ti lavi e ti vesti da sfigato di sinistra quando il mondo va tutto da un'altra parte. Questo penso.
Nient'altro?
No, a posto così.

Nel 2003 avevo 20 anni. Usciva il film Ricordati di me. Erano anni in cui nelle sale principalmente i teen-drama facevano da padroni. In breve: una lunga serie di luoghi comuni e cliché inseriti in storie dall'effetto catartico per i giovincelli dell'epoca.

Mi è rimasta impressa questa battuta. Soprattutto: ...il mondo va tutto da un'altra parte. L'ispirazione per il post di oggi, di cui avrei voluto scrivere soltanto come aggiornamento di piattaforma che in realtà si è trasformato in altro, arriva da Alessio:

Ho cominciato a postare in maniera più consistente su Instagram. Lo trovo carino, mi permette di associare ad un’immagine in formato 1:1 (tipo Polaroid) un piccolo post-it con dei pensieri volatili. È però qualcosa che considero di seconda categoria, non perché non siano contenuti di qualità2, ma perché nel momento in cui tappo il pulsante “Pubblica”, quelle foto e quei pensieri vanno a finire sul server di qualcun altro.
Qualcun altro che un giorno chiuderà baracca e burattini, e andrà tutto perso. Qualcun altro che nasconde ciò che penso e ciò che vedo per privilegiare post sponsorizzati di utenti con i follower spesso e volentieri comprati. Un regno dove le metriche, volentieri alterate, hanno la meglio sulla qualità. Un regno dove malvolentieri ti metti il cuore in pace sul fatto che se fai qualcosa di strabiliante non verrai notato da nessuno

Credo siamo finiti in un Inception tra i vari cross posting. Tuttavia questo paragrafo si sposa perfettamente con la mia idea di postare qui le mie foto e quel quote iniziale del film.

Il mondo va tutto da un'altra parte.

Come qualche anno fa le condivisioni degli scatti avvenivano soprattutto su Flickr, oggi Instagram sembra quasi imprescindibile. Ma per quale scopo? Aumentare i fan? Mostrare qualcosa ai nostri amici? Accrescere il proprio ego? O solo per il comune giubilo per cui così fan tutti? 

Affidare i propri ricordi al machine learning, ordinati tramite speciali algoritmi e alla speranza che il pubblico a cui mi sto rivolgendo forse vedrà ciò che io ho da dire mi ha anche un po' stufato. Non sono alla ricerca di risposte alle domande qui sopra, ho solo il piacere di condividere con chi ha voglia e tempo di ascoltare.

Andrò controcorrente, sarò anacronistico e probabilmente anche un po' antipatico. Ma ad un certo punto chi se ne importa. Il mondo social, e questo weekend abbiamo forse avuto l'esempio più importante di tutti, bada a logiche ben precise. Ci vogliono impegno, talento, tempo e continuità. Come dice Insopportabile, non nasce tutto dal niente. Ma come dice sempre lui: 

I social sono ciò che decidiamo di comunicare, il buco della serratura dal quale le persone possono vedere solo la piccola parte che decidiamo di far vedere della nostra sterminata casa. 

Ecco. Questa è la mia "sterminata casa".

Perciò cercherò sempre più spesso di pubblicare le foto a cui tengo particolarmente sulla rinnovata sezione del blog https://andrea.co/foto/ e sempre meno sugli altri canali.

La sezione mantiene il nome di 📸 In una foto e spero possa avere presto nuovi contenuti.

BlogosphereAndrea Contino