Irrisolto

Il giorno di Pasqua lo abbiamo dedicato a far prendere forme strane al divano. Netflix è stato un buon intrattenitore e nell’esplorazione dei suoi pressoché sconfinati limiti, ci siamo imbattuti ne Lo Spietato con Scamarcio.

In una battuta del film lei dice a lui:

È la prima volta che esco con uno così, un irrisolto.

Io mi sento così con il mio blog. Mi sento di non aver mai completato l’opera, di non essere mai soddisfatto da quello che vedo. Non sono un preciso per natura. Tranne su alcune cose, la grafica, gli oggetti nuovi, la scaramanzia.

Ieri non mi piaceva più. Come si fruiva da mobile, il font con “le grazie”. Ho per ora dato un’impronta forse un po’ troppo retrò. Tuttavia credo si guadagni in godibilità in lettura.

Irrisolto. Ancora per quanto?

Dettare

Ho recentemente acquistato il mio primo paio di AirPods. Pensavo di sentirmi uno stupido con quegli aggeggi dal design bizzarro e probabilmente disegnati tramite un’accetta, e invece sto iniziando ad usarli sempre di più:

  • Telefonando. Io cammino costantemente durante le telefonate. Ovunque sia, per parlare al telefono, io cammino. Le AirPods sono un aiuto non da poco, posso alzarmi dalla sedia e passeggiare dimenticandomi il telefono sulla scrivania

  • iPad Pro. Con il nuovo iPad che ha solo un’uscita USB-C o compri una cuffia apposta, o ti affidi a quelle bluetooth. Anche qui cascano a fagiolo. Metti che in una serata ci dividiamo gli schermi, io mi infilo le AirPods e mi guardo la qualsiasi da iPad

Ma arriviamo a uno spunto ulteriore al quale non avevo pensato. In effetti faccio uno sporadico utilizzo dei comandi vocali e di Siri in genere, forse solo abitudine, ma ancora non riesco bene ad automatizzare i processi. Leggevo questa column sul NY Times. Invece di scrivere fisicamente gli articoli, questo giornalista sfrutta soltanto la voce e due app dedicate in grado di registrare e sbobinare:

Here’s what I do: Instead of writing, I speak. When a notable thought strikes me — I could be pacing around my home office, washing dishes, driving or, most often recently, taking long, aimless strolls on desolate suburban Silicon Valley sidewalks — I open RecUp, a cloud-connected voice-recording app on my phone. Because I’m pretty much always wearing wireless headphones with a mic — yes, I’m one of those AirPod people — the app records my voice in high fidelity as I walk, while my phone is snug in my pocket or otherwise out of sight.

And so, on foot, wandering about town, I write. I began making voice memos to remember column ideas and short turns of phrases. But as I became comfortable with the practice, I started to compose full sentences, paragraphs and even whole outlines of my columns just by speaking.

Then comes the magical part. Every few days, I load the recordings into Descript, an app that bills itself as a “word processor for audio.” Some of my voice memos are more than an hour long, but Descript quickly (and cheaply) transcribes the text, truncates the silences and renders my speech editable and searchable. Through software, my meandering memos are turned into a skeleton of writing.

The text Descript spits out is not by any means ready for publication, but it functions like a pencil sketch: a rough first draft that I then hammer into life the old-fashioned way, on a screen, with a keyboard, lots of tears and not a little blood.

Non credo arriverò a questo grado di complessità, anche perché non faccio il giornalista di professione, ma spesso mi capita che le idee migliori per i miei post mi vengano in auto mentre sto guidando, o prima di addormentarmi dove mi sta calando la palpebra e non ho più le forze di scrivere.

Forse iniziare ad usare la voce mi aiuterebbe a non dimenticarmi dell’80% dei contenuti che invece avrei scritto qui.

E voi come sfruttate la voice recognition?

TecnologiaAndrea Contino
Sono i social network a dover cambiare o le persone?

Gli ultimi giorni sono stati particolarmente interessanti. Con quanto successo sulla pagina facebook INPS e con l’intervento del CEO di Twitter a una conference TED, ho voluto mettere insieme un po’ di argomenti.

Sono i social network a dover cambiare?

Montemagno pensa siano le piattaforme a doversi dotare di misure drastiche, essere ripensate dalle fondamenta per non consentire la divulgazione di qualsiasi opinione trattata alla stregua di un premio Nobel. Jack Dorsey dal canto suo ci ha messo la faccia, contrariamente a quanto fa Zuckerberg, senza promettere una soluzione, ma riflettendo sui problemi endemici della sua piattaforma e comprendendo quanto di possibile si possa fare per riportare Twitter ad un livello di vivibilità e civiltà accettabili.

Oppure dovrebbero essere le persone a dover cambiare il modo di approcciarsi al resto del mondo una volta dotati di tastiera?

La mia risposta sta nel mezzo. Un po’ come si punivano gli hooligans in Gran Bretagna qualche decennio fa, le piattaforme dovrebbero cercare di debellare gli utenti in grado di generare solo insulti e odio. Il problema vero è che quest’ultime non funzionano come uno stadio. Morto un account, ne nasce un altro.

Partire dall’educazione? Facile a dirsi, ma nella pratica ho assistito a esternazioni allucinanti da persone culturalmente elevate, ma probabilmente l’impunità va a risvegliare gli istinti più gretti dell’uomo.

Nell’originaria e originale idea alle fondamenta dei social network, perlomeno quelli più frequentati al momento, ci sarebbe dovuta essere la pacifica circolazione delle idee, azzerare le distanze, facilitare la creazione di comunità. È ormai palese che una ben bassa percentuale di questi sfarzosi concetti è oggi riscontrabile in una qualsiasi conversazione su una di queste piattaforme. La costruzione dell’ego, l’importanza dei numeri rispetto ai contenuti, l’apparenza sopra l’essenza sono i veri protagonisti invece.

Dovremmo forse semplicemente accettare un concetto molto semplice. Le persone sono molto brave ad esser stronze e fare schifo quando gliene dai la possibilità. E più restano impuniti, più possono agire protette dall’anonimato, più il concetto di 1 vale 1 diventa diffuso, maggiori sono le possibilità di terminare nella deriva dell’insulto e dell’intolleranza.

Sospetto ci sarà un gran lavoro da fare in tutti i sensi. Sia dal punto di vista di accesso e interazione in questi luoghi così familiari eppure così estranei, così come da quello della comprensione intrinseca degli stessi. La rilevanza di cui li carichiamo è commisurata a una qualità di vita migliore o semplicemente a diventare animali sociali di tutto rispetto?

Mi sono dato una risposta molto tempo fa. Allontanandomi dalla partecipazione attiva perché l’80% delle volte si tratta di assenza di valore e di contenuti immeritevoli della mia attenzione. I miei profili resteranno attivi per ragioni di studio, approfondimento e lavoro. Ma sono conscio del fatto che ciò sta al di fuori di questo dominio internet, difficilmente sia in grado di dire chi io sia e altrettanto non è in grado di darmi una giusta percezione del mondo e di chi lo abita.

Lo spazio per l’approfondimento è, ad oggi, e fortunatamente, altrove.

Quello che vedi non è reale

Essere onesti online è davvero un gran casino. Anche volendolo è difficile esserlo. Anche provandoci la tecnologia ci invita a fare di meglio, presentando una realtà filtrata.

Qualche anno fa scrivevo di quanto sia complicato essere sé stessi online. In questo post su Medium, la riflessione riguardante instagram fa più o meno il paio con quanto scrivevo al tempo. Gli strumenti che abbiamo a disposizione possono portarci a raccontare una realtà migliore di quella che è davvero.

Perché?

I motivi possono essere molti. Essere accettati, famosi, riconosciuti. La realtà in fin dei conti è che dietro quell’account c’è una persona simile a noi, nonostante provi a far credere che non sia così.

I’m not saying you shouldn’t post what you want to Instagram. because you can. But, what you post does not reflect your life. It only reflects what you want it to reflect. Instagram is not a game. There isn’t a way you win at Instagram, it’s just an app for photos at its core.

By remembering this, we do not fall into the trap of narcissism and do not fall prey to taking what we see at face value. We need to remember that behind the photos there is a person that is very much like you and me, no matter how much they try to prove that they aren’t.

Perché in aereo ci sono turbolenze?

Per la serie misteri irrisolti.

You’re on an airplane when you feel a sudden jolt. Outside your window nothing seems to be happening, yet the plane continues to rattle you and your fellow passengers as it passes through turbulent air in the atmosphere. What exactly is turbulence, and why does it happen? Tomás Chor dives into one of the prevailing mysteries of physics: the complex phenomenon of turbulence.

LifeAndrea Contino
Il vantaggio di esser secondi

Ricordo ancora l’esempio nel manualone di marketing di Kotler. A volte esser secondi, e magari ammetterlo anche, ha i suoi vantaggi.

In un mercato come quello tecnologico spesso e volentieri è proprio così. Il Samsung Galaxy Fold si sta rivelando un potenziale nuovo fiasco per l’azienda coreana. Molti giornalisti entrati in possesso dell’unità di review lamentano danni importanti allo schermo e alcune volte l’impossibilità di utilizzo.

Questo darà un vantaggio non da poco ai competitor, primo su tutti Huawei che si appresta ad arrivare sul mercato con il suo modello “pieghevole” Mate X, così come tutti gli altri a ruota.

Ciò non solo danneggerà ancora una volta la reputazione di Samsung, dopo il modello Note esplosivo di qualche anno fa, ma probabilmente minerà la considerazione stessa delle persone verso un modello pieghevole in generale.

Perché spendere 2000 euro per un device così delicato? Moda oppure bisogno?

M.G. Siegler ha sempre un punto di vista conciso e dritto al punto:

And yet someone at the company decided they were going to not only release this device to the public, but they were going to charge people $2,000 for the privilege of owning such an experiment. Prestige? It’s the kind of move that takes the brand trust already badly damaged by an exploding Galaxy Note and kicks it in the nuts.

Già durante l’annuncio agli addetti ai lavori questo modello apparve come poco più di un prototipo, da oggi probabilmente ne abbiamo la conferma definitiva.

TecnologiaAndrea Contino
Weezer: NPR Music Tiny Desk Concert

Premessa. Adoro i Weezer.

Seconda premessa. La bravura di una band è direttamente proporzionale a quanto è tecnicamente capace di esibirsi live. Il coefficiente aumenta nel momento in cui è in grado di esibirsi in acustica.

NPR, organizzazione indipendente no-profit comprendente oltre 900 stazioni radio statunitensi, ha creato questo format molto carino dove alcuni artisti si esibiscono in uno spazio minuscolo e sprizzano figaggine da tutti i pori.

Che bello vedere i Weezer prendervi parte.

Buon giovedì!

This is probably the loosest you'll ever see Weezer. Known for meticulously produced — and electric — live shows, frontman Rivers Cuomo and the rest of the band settled in behind the Tiny Desk for an entirely acoustic set without the in-ear monitors, click track or vocal separation they usually employ to stay locked-in and tight for bigger performances.

The result is surprisingly intimate, with songs that feel lived-in and rumpled, like an old flannel shirt from the '90s.

Weezer opened with one of the band's rarer songs: "Longtime Sunshine," a 1994 track that's only appeared as a Rivers Cuomo home recording on bootlegs and compilations, and on the deluxe edition of Pinkerton.

Then the band performed a stripped-down version of its electro-pop song "Living in L.A.," from Weezer's new self-titled "Black Album," followed by another deep cut, "Across the Sea." It's a song Cuomo originally wrote in his early 20s, inspired by a fan letter he'd received from a young woman in Japan.

While beloved by many Gen-Xers who'd first heard it on 1996's Pinkerton, the song's lyrics haven't aged terribly well.

Weezer returned to its newest material to close the set with "High as a Kite," from the new album. A song of innocence and escapism, Cuomo sings about daydreaming and how he wants to disappear — which is exactly what the band did once the song was over, but not before Cuomo told the crowd, "We are Weezer, from the planet Earth. Have a nice life!"

MusicAndrea Contino
Disiscriviti

La mia personale battaglia a colpi di Unsuscribe ha inizio più o meno da un paio di mesi, ma la situazione in cui mi trovo è praticamente identica a quella iscritta da Antonio Dini nella sua newsletter:

Un'altra cosa imparata è che alcuni "unsubscribe" sono fatti bene (ti portano a una pagina web che ti dice "ciao"), altri sono faticosi (ti portano a una pagina web in cui devi confermare: "se vuoi proprio dirci ciao pigia qui"), altri furbacchioni (ti portano a una pagina web che ti dice "ciao" e poi "pigia qui se ti sei cancellato per errore"), e altri ancora scorretti (ti portano a una pagina web che ti dice: "ma qual è la mail che volevi cancellare?" e poi spesso: "ok ti abbiamo cancellato, ma per una settimana continuerà probabilmente ad arrivare roba").

Insomma, si imparano cose sulle persone anche a cancellarsi dallo spam e dalle mail non desiderate.

InternetAndrea Contino
Come fare scelte difficili?

Which career should I pursue? Should I break up -- or get married?! Where should I live? Big decisions like these can be agonizingly difficult. But that's because we think about them the wrong way, says philosopher Ruth Chang. She offers a powerful new framework for shaping who we truly are.

LifeAndrea Contino
Il design è il nuovo marketing

Era un po’ che non leggevo un post di Seth Godin così interessante. Nel cercare di definire cosa sia un brand e quali elementi lo contraddistinguano dagli altri, fa un esempio piuttosto calzante.

Se Nike dovesse aprire un hotel sapremmo per certo quale sarà il suo stile, al contrario se Hyatt dovesse realizzare un paio di sneaker non avremmo idea di come sarebbe il risultato. Il Design è il nuovo marketing. La scelta di differenziarsi senza prendere scorciatoie, senza badare soltanto ai profitti, ma pensando prima i propri clienti.

And what is a brand? It’s not the logo, certainly. I have no idea what Everlane’s logo is. The brand is our shorthand for the feelings that an experience creates, the promises that a product or service brings with it.

If Nike announced that they were opening a hotel, you’d have a pretty good guess about what it would be like. But if Hyatt announced that they were going to start making shoes, you would have NO IDEA WHATSOEVER what those shoes would be like. That’s because Nike owns a brand and Hyatt simply owns real estate

Ora. L’esempio pratico di queste affermazioni arriva proprio ieri, proprio da Nike. Uno dei suoi atleti, Tiger Woods, vince un torneo dopo tanti anni, dopo tanti vicissitudini che lo hanno portato dalle stelle alle stalle. Nessun brand come Nike sa cavalcare queste onde, comunicando i propri valori nel momento in cui conta.