Un giorno a Corte con Pasquale Paoli

Sono stato parecchie volte a Bonifacio, vista la misera distanza dalla mia casa in Sardegna. Tuttavia non sono mai andato oltre, la Corsica per me ad oggi è ancora completamente sconosciuta.

Quest’anno la nostra vacanza ci ha portato a Île-Rousse, con uno stop di una notte a Corte. La prima cosa da notare risiede nel tragitto. Abituato alle mille curve della Gallura, guidare da sud verso il centro della Corsica è un piacere.

Girovagando a Corte si respira subito un’aria carica di Storia con la S maiuscola. È una cittadina arroccata, simile a Bonifacio, con tanti sali scendi, delle mura e una cittadella che ospita un museo.

Nel centro c’è una statua di Pasquale Paoli, nome comparso più volte nel tragitto e del quale ignoravo completamente la storia e i retroscena. Wikipedia viene in soccorso.

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Pasquale Paoli è considerato una sorta di Garibaldi, ma non per moti di unificazione, ma piuttosto per lo spirito patriottico e per il ruolo di Padre della Patria. Corso di nascita ma italiano nel cuore, rende per 14 anni la Corsica indipendente a metà del ‘700 fondando la Repubblica Corsa, un’università proprio qui a Corte, capitale della repubblica e la costituzione corsa che fu la prima costituzione al mondo scritta secondo i principi dell'Illuminismo, e comprendeva la prima implementazione del suffragio femminile.

C’è sempre da imparare. Viaggiare è un investimento sul sapere.

TravelAndrea Contino
Isola Piana

In Corsica del sud c’è quest’altro istmo dove si può camminare dall’isola Piana alla Corsica con l’acqua che non arriva quasi al ginocchio e sembra si possa bere dal colore che assume.

Incredibile.

TravelAndrea Contino
Il bisogno di creare storie

Chissà poi dove è finito quel vento che spingeva la new wave italiana di Many. In pochi sono rimasti a continuare ad aggiornare il proprio blog dopo i primi mesi del 2019. Non che io abbia mai smesso da 10 anni a questa parte.

Eppure qualcuno è rimasto, tra i tanti che grazie al Many ho scoperto c’è plus1gmt che ha sempre spunti di riflessione non banali e che mi intrigano tenendomi occupato il cervello con cose intelligenti.

Nel post dell’altro giorno quello sul bisogno di scrivere e leggere, ma soprattutto inventarci dei mondi alternativi nei quali stare rifuggendo la nostra realtà:

Mi sono chiesto da dove nasca il bisogno nell’uomo di leggere, ma anche di scrivere, tutte queste storie inventate e se un giorno la letteratura avrà un suo scopo. In un celebre episodio di un serie tv di fantascienza, una civiltà di stanza in un altro universo si metteva in contatto con noi dopo aver visto e letto tutti i film e tutti i libri prodotti dal genere umano, pensando che utilizzare modalità di comunicazione alle quali siamo abituati potesse rendere meno traumatico l’incontro con una specie extraterrestre ma equivocando il fatto che le storie descritte fossero vere e che, quindi, rappresentare situazioni alle quali l’uomo potesse essere abituato consentisse loro un più veloce processo di integrazione.

Gli alieni così arrivavano sulla terra suonando le note di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, si nutrivano di schifezze come i “Visitors” e lanciavano monoliti neri come se piovesse, tanto per iniziare. Agli umani veniva un coccolone e, nel giro di qualche giorno, sulla terra non c’era più anima viva grazie alle trovate di questa specie di esercito situazionista venuto da chissà dove. Per fortuna anche questa, come tutte le storie dei libri e dei film, è pura invenzione. Il senso di tutto ciò è che trascorriamo gran parte della vita immersi in dimensioni che non esistono.

Va bene, mi direte, ma che c’entra l’Inghilterra del titolo? Niente. Ho visto una foto scattata ieri a Londra. Pioveva, tirava vento e c’era un ombrello rotto abbandonato in una via del centro. Sullo sfondo un paio di quelle cose che ti fanno capire subito che è Londra. Mi sono immerso nella foto cercando un po’ di conforto perché qui, in Sardegna, fa molto molto caldo e una foto, a suo modo, racconta una storia che non c’è.

Che fine hanno fatto i gabbiani?

Come ogni estate, trascorro qualche giorno con la mia famiglia nel nord della Sardegna. A caccia di relax e di digital detox incurante di qualsiasi forma di FOMO.

Tra i posti che amo di più c’è Porto Pollo, un istmo di terra percorrendo la quale si arriva all’isola dei gabbiani.

La località oltre ad essere famosa per il mare e il kitesurf, penso abbia preso il nome per la presenza di quei gracchianti pennuti.

Ecco, io quest’anno di gabbiani in Sardegna non ne ho visto mezzo.

Sono emigrati? Non c’è più pesce nelle Bocche di Bonifacio? Si sono nascosti in qualche roccia?

Insomma, quelle riflessioni cariche di significato da fare tra un sonnellino e un altro: dove sono finiti i gabbiani?

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Carta e penna

Leggendo The Game di Baricco mi sembra che ciò che sto per linkarvi sia vetusto e poco attuale. Eppure sono molto d’accordo con questi punti di Om Malik:

Paper and pen help you recall things better. They activate the “reticular activating system,” which allows us to filter out unnecessary information. This is in stark contrast to social platforms, which fill us with nonsense by the second.

1. It is faster to write on paper and pen. Many of us just can’t type fast enough. Also, it is easier to scan a piece of paper and retrieve the information.

2. Paper is highly portable. A piece of paper and a small pencil or pen don’t need much space. And it never runs out of batteries (though, there is a risk of running out of ink).

3. Paper and pen allow you to focus, as there are no notifications in a notebook. When taking notes in a notebook, you are unlikely to be distracted with the latest tweet from your friend or the President.

Google (or Facebook) can’t track it — yet

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Non esitare

“Don’t Hesitate” — If you suddenly and unexpectedly feel joy, don’t hesitate. Give in to it. There are plenty of lives and whole towns destroyed or about to be. We are not wise, and not very often kind. And much can never be redeemed. Still, life has some possibility left. Perhaps this is its way of fighting back, that sometimes something happens better than all the riches or power in the world. It could be anything, but very likely you notice it in the instant when love begins. Anyway, that’s often the case. Anyway, whatever it is, don’t be afraid of its plenty. Joy is not made to be a crumb. — Mary Oliver

Via.

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Come se contasse davvero

L’abito non fa il monaco? In certe occasioni purtroppo ancora sì. In questo interessante excursus di Fast Company si ripercorrono le conseguenze di alcuni formalismi che arrivano da lontano e che arrivano ai giorni nostri obbligando ancora alcuni ad alcune tenute di abbigliamento ligie a dei protocolli non scritti.

Mi rendo conto che questo si ritiene quantomeno necessario per taluni mestieri. Ad esempio se entro in un hotel mi aspetto che il front desk sia munito di una qualsivoglia divisa, benché per svolgere quel tipo di lavoro non sia necessaria. Eppure ancora così è.

Personalmente non ritengo possa mai essere una discriminante. Il mio contributo e valore non andranno mai di pari passo a come mi vesto. Tuttavia i bias a cui siamo sottoposti quotidianamente pregiudicano molte volte il modo in cui vorremmo uscire di casa al mattino.

Now, of course, almost anything goes, thanks to the rise of young founders commandeering successful tech companies, an increase in both remote work and flexible hours, and the freelance economy. Hoodies, soccer slides, and graphic t-shirts that were once only seen on evenings or weekends are now de rigueur for those spending long hours in front of a computer screen. Flip-flops are more frequently spotted on the feet of office denizens in the summer as employers encourage their staff to “come as they are.”

Even Goldman Sachs announced earlier this year that it was revamping its dress code to be more casual. “Part of the rationale for the change might have been that Goldman was trying to attract a younger and more diverse workforce, and suits may send unintended messages about hierarchy and inclusiveness,” says Scott Young, managing director of Client Delivery at CultureIQ.

There are, however, limits to these wardrobe freedoms. A recent study found that nearly half of managers said they were concerned employees dressed too casually, while 32% of supervisors named “too much skin” as one of their biggest issues with the way employees dressed—perhaps indicating that we’re in for another seismic shift in the way we dress at work.

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