Juventus e il problema della maglia

A questo punto direi irrisolvibile. 

O meglio, l'anno scorso sembrava di sì. E quindi siamo tornati indietro di due anni

Quella bruttissima patch dello sponsor sembrava un incubo dimenticato, ma eccolo riaffiorare più terribile che mai. 
Perché non è stato mantenuta la pulizia della stagione che si sta per concludere?

Dilemmi irrisolvibili, appunto. 

Obsession with Storytelling

The Atlantic on "Why" Stories Took Over your Smartphone:

Stories is not a technology, nor is it a feature. It is a media format, or even a genre, in the way that a magazine or a murder mystery or a 30-minute television program is. This is also why it’s a little silly to worry about who “copied” Stories from whom, since the whole point of formats and genres is to develop independent of single tools of creation and dissemination. The different styles of Story illustrate the form’s broad uses. On Snapchat, Stories are more informal, making use of the face-filters and geotags common to that platform. On Instagram, filters and Boomerangs and neon text and the like are more frequently used, as that platform’s heavily composed manner warrants.
And that’s also why “Story” is such a terrible name for this format. Contemporary culture’s obsession with storytelling runs so deep, everything has become framed as storytelling, even when it’s clearly not. Most Stories are not storytelling. They are sequenced, which is one of the definitions of narration: an account of events. But sequence is not sufficient to create narrative, and many Stories feel like random collections of unrelated materials. Most of the ones I see on Facebook and Instagram are one- or two-image sequences, hardly enough to play out a day-in-the-life, let alone a moment, anymore.

As the article points out, stories or storytelling are a very different kind of "story". I mean, that's what the name would and should suggest, but in the end the definition of what a story is has at its core a deep meaning that comes from the past, first by oral form and then through books. 

The media might change but a collection of pictures or frames that are meant to disappear, in my opinion are far away to be defined like that. 

I Blogger NON esistono

Da un post di Pier Luca di oggi:

[...] Iniziamo col dire che i blogger NON esistono, così come NON esistono gli influencer. Non si tratta di professioni, né di qualifiche professionali. Chi le utilizza in tal senso raggiunge esclusivamente l'obiettivo di coprirsi di ridicolo esplicitando la propria ignoranza sul tema.
Esistono avvocati, commercialisti, cuochi, esperti di marketing e comunicazione, ed anche molti giornalisti, tra gli altri, che hanno quel che viene convenzionalmente chiamato un blog, nel quale normalmente esprimono i loro pareri, le loro opinioni relativamente all'argomento sul quale hanno un expertise da esprimere. Altrettanto esistono  ancora una volta avvocati, commercialisti, cuochi, esperti di marketing e comunicazione, ed anche molti giornalisti, tra gli altri, la cui esperienza nel settore in cui operano fa si che venga loro riconosciuta autorevolezza e dunque influenza nel loro campo. Costoro sono dunque influencer e, se hanno una scarsa presenza in Rete e relativamente poco seguito sui social, come vedremo, micro-influencer.
Calciatori, musicanti e musicisti, starlette e altri NON sono influencer sono celebrities, personaggi famosi a vario titolo che prestano, appunto, la loro fama, previo compenso naturalmente, anche alla comunicazione d'impresa. Potremmo definirli per sintesi i "testimonial 2.0". La versione riveduta e attualizzata di quelli che erano, e sono, i testimonial. Un mondo completamente diverso da professional e persone comuni, da utilizzare così come vengono utilizzati i testimonial. Cosa che, ad esempio, per stare a cose recenti, lo spot di Kena Mobile, con Banfi e Fedez, fa in maniera assolutamente inadeguata, ad essere gentili.
Se dunque la relazione tra celebrities e brand è prettamente utilitaristica in termini di congruità di immagine tra il marchio, l'azienda, e l'immagine della celebrity da ingaggiare, pagandola, ben diverso è il discorso per quanto riguarda professional e "persone normali".
In questo caso infatti, anche se la relazione può essere monetaria, soprattutto quando impiega tempo e know-how di chi viene coinvolto che dunque giustamente deve avere anche un corrispettivo economico, il rapporto andrebbe, va, impostato in termini di coinvolgimento e vantaggio reciproco. Un buon esempio concreto in tal senso è il caso del lavoro di Enel nel quale, come altri [inclusi dei giornali, per inciso], sono stato coinvolto negli ultimi due anni.
Infine, i micro-influencer, "persone normali" con una scarsa presenza in Rete e relativamente poco seguito sui social, diciamo sotto i 10mila follower per dargli una dimensione quantitativa, possono essere coinvolti sia economicamente, ovviamente con corrispettivi di gran lunga inferiori, che relativamente ai loro interessi, alle loro passioni di cui già parlano in Rete e sui social delle quali i loro contatti li sentono abitualmente parlare. Si tratta di una categoria che sin ora è stata ampiamente sottovalutata, e complessivamente sottoutilizzata, da parte dei brand. [...]

La distinzione netta tra influencer e celebrities è importante e da considerare sempre. Aggiungerei personalmente che talune volte le celebrities possono anche essere degli influencer se si esprimono nel campo di competenza, parlando di moda o di qualsiasi argomento nel caso in cui abbiano un business relativo a quel relativo ramo.

Sbaglia sicuramente chi reputa o si reputa blogger come sostantivo da apporre alla propria carta d'identità. Una persona può essere un blogger nel momento in cui possiede un blog e lo aggiorna costantemente parlando di un'area specifica di cui non solo è appassionato, ma di cui è esperto e ha qualcosa di sensato da dire e condividere. Posto il fatto che molto probabilmente nella vita svolge un lavoro completamente differente e magari neppure affine a ciò di cui si diletta a riempire pagine dell'internet. 
Tuttavia suddetta definizione o auto-defiinizione non trova nessun riscontro pratico nel momento in cui è necessario presentarsi al mondo.

Peccato non essere al convegno dove si discuteranno questi argomenti il 21 maggio prossimo dalle ore 10 alle 13 all'Università Colombo di Milano. Ma voi che potete fateci un salto. 

On AirPort and Time Capsule death ☁️

As Peter Cohen says, cloud ☁️ is the answer. Period.

I still think that Apple is leaving a hole by discontinuing Time Capsule, but network-based backups have become less important for many people as they’ve grown to rely on the “cloud” to take care of everything. Of course, I’ll argue separately that your data is your responsibility to keep safe, and that you should make local backups and backups to the cloud to be safe, but I admit that I sound more and more anachronistic by the day. For most people, the way they do it now – or the way they perceive their gear to work – is good enough.

Il Cimitero delle Bici

Ne parlavo giusto ieri a pranzo con un collega. Qui a Milano, ma come credo anche nel resto d'Italia e d'Europa, l'arrivo dei servizi di bike sharing, come Ofo o Mobike, in mano sostanzialmente a soli brand cinesi ha avuto soprattutto un impatto positivo e non ha deturpato più di tanto il decoro urbano o l'impatto estetico delle nostre città (tranne alcune eccezioni). 

In Cina la situazione è parecchio diversa.

L'anno scorso, il bike sharing è decollato in Cina, con decine di aziende di bike-sharing che hanno rapidamente intasato le strade delle città con milioni di biciclette a noleggio dai colori vivaci. Tuttavia, la rapida crescita ha superato di gran lunga la domanda immediata e ha travolto le città cinesi, dove infrastrutture e regolamenti non erano preparati a gestire un'improvvisa inondazione di milioni di biciclette.

Quando le città hanno sequestrato le biciclette abbandonate a migliaia, si sono spostate rapidamente per aumentare la crescita e regolamentare l'industria. Vaste pile di biciclette sequestrate, abbandonate e rotte sono diventate una vista familiare in molte grandi città.

The Atlantic ci ha fatto un servizio fotografico spettacolare. Sembrano tulipani, ma non lo sono...

 Shanghai. (Yibo Wang / Shutterstock)

Passeggiate videoludiche

C'è tutto un mondo e, soprattutto un business, di gente che fa streaming di camminate virtuali dentro i videogiochi. Non ne ero a conoscenza, ma non me ne stupisco. 

Matteo Bittanti ne scrive su Link qui

A questo punto è legittimo porsi due domande. La prima: Perché camminare in un videogame? La seconda: Perché guardare un video che documenta il camminare in un videogioco? La prima verte sulle ragioni che motivano l’attività performativa. La seconda su quelle che legittimano l’attività spettatoriale. Il camminare è legato a motivi ludici, sociali, estetici, persino economici.
Lo sforzo peripatetico di TCMC attesta competenze ludiche (l’attraversamento dell’intera mappa di gioco, evitando ostacoli e trappole) ed extra-ludiche(un efficace montaggio del materiale registrato, la scelta del soundtrack). Non va poi dimenticato la competizione meta-ludica tra i vari YouTuber. In questo caso, TCMC ha esplicitamente riconosciuto il debito nei confronti di 3kliksphilip, autore di diversi video time-lapse che documentano l’attraversamento di ARMA e Elder Scrolls, ma al tempo stesso fa notare che tali produzioni “erano a bassa risoluzione” e per lo più ottenute “per mezzo di cheat mode”.
In breve, grazie alla condivisione della passeggiata videoludica su YouTube, TCMC incrementa il proprio capitale culturale (reputazione, status) e, in prospettiva, anche quello economico, grazie alle forme di monetizzazione diretta e indiretta tipiche del Let’s Play. Per quanto concerne l’attività peripatetica, nel suo trattato filosofico sul camminare, Andare a piedi, Frederic Gros (2013) scrive che “Camminando, non incontriamo noi stessi.
Al contrario, camminare significa rinunciare all’idea stessa di identità, alla tentazione di essere qualcuno, di avere un nome e uno storia”. Il videogioco – il più potente simulatore di identità mai creato, strumento che ci consente di reinventare noi stessi con la semplice pressione di un tasto – si presta benissimo alla logica della scampagnata. Non stupisce che la pratica sia assai diffusa nell’ambito dell’arte videoludica. Si pensi alla performance di Joseph DeLappe in Second Life, in cui l’artista americano ha riprodotto le marce pacifiste di Gandhi servendosi di un tapis roulant modificato, o agli interventi di COLL.EO in Grand Theft Auto IV.

Ready Player One

In attesa di leggere il libro da cui prende ispirazione, il mattino di Pasquetta, con una scelta del tutto astrusa, sono andato a godermi Ready Player One. 

Realtà virtuale, videogiochi, revival anni 80/90. Una combo di nerdismo allo stato puro, diretto da Steven Spielberg. Lo stesso regista di cui ho studiato di tutto e di più durante il mio esame di Storia del Cinema con il Prof. Gianni Canova, dal quale rubo le parole dalla sua recensione per "We Love Cinema". 

Si può ancora parlare di regia, di fronte a un film (ammesso che sia ancora un “film “…) come questo? Cosa fa il regista di un meccanismo testuale giocosamente complesso come quello di Ready Player One? Dirige gli attori? Non proprio. Per almeno metà film gli attori sono determinati dalla performance capture e dai sensori che li trasformano in ibridi semivirtuali. Sceglie le inquadrature? Non esattamente. Le immagini e le scene piroettano e saltellano come la pallina di un vecchio flipper sparata dentro un videogame anni ’90. E allora? Dov’è il regista? Che fa? È il capitano della ciurma. Tiene insieme il team. Assembla. Shakera. Mescola. Cuce. Come un barman dell’immaginario. Come un game designer che prova a fondere e a ibridare cinema e videogame, fumetti e subculture pop, reale e virtuale, pixel e carne.
[...]
Cosa c’è dentro Oasis? C’è tutto l’immaginario che Spielberg ha contribuito a creare. C’è il cubo di Zemeckis. C’è la DeLorean di Ritorno al futuro. Ma poi ci sono Alien e Godzilla, King Kong e i Transfomer, Dune e Clark Kent, Pac Man e Space Invaders, ma anche Quarto Potere e perfino Ejzenstejn, citato per la scena della battaglia sul lago gelato di Alexander Nevskij. E poi, su tutto, c’è Shining, a cui Spielberg dedica un omaggio intertestuale che porta ai confini dell’incredibile il rapporto fra la pellicola originale e la sua riscrittura elettronica-virtuale. Dopo A.I., Spielberg torna di nuovo a Kubrick e ancora una volta ne proclama la centralità in tutto il nostro immaginario: proprio la parte ispirata a Shining è quasi un compendio di tutta l’estetica citazionista degli ultimi trent’anni, oltre che la fucina di una delle scene più visionarie di Ready Player One (quella degli zombi che ballano sospesi nel vuoto e immersi in una luce verdastra, sulle note della musica che accompagnava le feste dell’Overlook Hotel).
Lì, in Oasis, il cattivo si chiama Nolan, come il regista di Inception e Interstellar: l’unico vero avversario che negli ultimi anni ha insidiato a Spielberg l’egemonia dell’immaginario contemporaneo. L’unico alla sua altezza. Per batterlo, per sconfiggere il suo avatar nel film, Spielberg mette insieme una banda di nerd: come i ragazzini di E.T., come quelli di Hook. Dotati di saperi incomprensibili agli adulti, alla fine vinceranno loro. E salveranno il cinema dal rischio di essere un’invenzione senza futuro. Fanno sorridere quei critici cisposi che lamentano assenza di profondità nei personaggi. Sarebbe come chiedere a Indiana Jones di cercare di assomigliare a un personaggio di Dostoevskij. Questo Spielberg – visionario, allucinatorio, spericolato – ci dice che il regista oggi è il detentore dell’archivio. È il Bosch del web. Il Bruegel del virtuale. Il Tintoretto del visual contemporaneo.
Che sia lui il “creatore che odia la sua creatura” di cui si parla nel film? Chissà. In ogni caso, con Ready Player One Spielberg ci dice che bisogna mescolare, ibridare, confondere. Bisogna entrare nel labirinto: perché solo lì dentro, dopo essersi perso, ognuno di noi può trovare il proprio easter egg: quello che ti spiega una volta per tutte come il virtuale altro non è che “un posto dove andare senza andare da nessuna parte”.
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