Bassa risoluzione

Essendo appassionato di storia dei media e di sociologia della comunicazione, così come ho fatto con il primo, non potevo non leggere il secondo libro di Massimo Mantellini: Bassa risoluzione.

Il libro descrive piuttosto bene, sfruttando le grandi tematiche sociali come sfondo al racconto, come la pervasività della tecnologia nelle nostre vite abbia fatto si che tutto scivolasse verso il basso. Un decadimento o una sintesi, se preferite, verso l'analitico e il sintetico. Una perdita di qualità dettata dalla superficialità di fruizione dei contenuti, dettata più dall'apparire che dal'essere.

Bassa Risoluzione.jpg

Massimo nel libro racconta piuttosto bene alcuni episodi sotto gli occhi di tutti, musica ascoltata con impianti da qualche spicciolo, fotografie scattate più con gli smartphone che con reflex professionali, la costante ricerca di lasciare o scovare una traccia si è imposta sulla profondità e la qualita.

Ciò non è necessariamente un male, anzi, ha permesso al progresso tecnologico di attecchire e di rispondere ad esigenze di cui non sapevamo nemmeno l'esistenza.

C'è stato un solo passaggio dove non mi sono trovato particolarmente d'accordo. Quando nei primi capitoli si parla di Internet come il non-luogo e dei tempi dell'iperbiografismo. Ovvero, lasciamo così tante tracce in rete di noi stessi che possono funzionare da biografia-testamento personale.
Tuttavia credo che sì, Internet ci dà la possibilità di raccontarci con immagini e testo, ma lo spettatore non saprà mai fino in fondo ciò che sta dietro quella cortina digitale. Le emozioni risiedono dietro una fitta rete di interpretazioni che solo per sbaglio potranno coincidere con ciò che abbiamo realmente provato nel momento in cui abbiamo deciso di scattare una foto, produrre un testo o registrare un video e condividerlo online.

Concordo invece con la sua disanima sull'altrove. Fatichiamo ancora a percepire Internet come qualcosa di reale, perché intangibile. Qualcosa che vediamo con gli occhi ma che cessa di esistere nel momento in cui ci allontaniamo da un dispositivo collegato ad esso.

Ciò che mi porto a casa è sicuramente la consapevolezza di come la tecnologia a nostra disposizione negli ultimi 30 anni abbia frammentato qualsiasi paradigma sulla quale si sia imposta, disgregando il pre-esistente e generando nuove piccole-grandi realtà inesistenti fino a quel momento: streaming di musica, netflix, eBook e la lista potrebbe andare avanti ancora per molto.

Nel leggere il libro ho sempre avuto davanti fissa l'immagine di un imbuto al contrario, con la parte più stretta rivolta verso di noi, fruitori estemporanei ed effimeri, costretti a fare una scelta costante su cosa prediligere in una miriade di infinite scelte e possibilità di interazione culturale.

Il senso della "bassa risoluzione" sta probabilmente nel scegliere nel modo giusto cosa poi prendere a piene mani e approfondire perché più affine al nostro essere. L'interazione con i mezzi tecnologici e il modo in cui decidiamo di utilizzarli, beh quello è un altro paio di maniche.

First Team: Juventus. La docu-series su Netflix

Se non l'hai ancora capito tifo Juventus. Contestualmente sono un discreto divoratore di serie TV. Facile immaginare il mio giubilo nello scoprire la combinazione delle due cose.

Vedete. A me il trailer ha fatto lo stesso effetto di quello di Batman vs Superman. Doveva essere il film dell'anno e poi sappiamo tutti come è andata. Ecco, la serie documentario prodotta da Netflix sulla Juventus ha il sapore di quei dvd che cercano di farti comprare alla fine di una gita in gondola a Venezia.

Una voce narrante molto lontana da una fruizione italica, davvero troppo impostata, quasi copia-incollata da quella utilizzata in inglese. Da cui si percepisce chiaramente come la serie è più indirizzata ad un pubblico estero, del resto l'obiettivo della Juventus è quella di espandere il suo pubblico al di là dei confini nostrani.

Nonostante credo sia la prima squadra di calcio al mondo a fare un'operazione del genere sulla più importante piattaforma di streaming, lo storytelling si è concentrato soltanto sulla prima parte della stagione attuale, un prodotto quindi destinato ad una fruizione poco duratura nel tempo.

A mio avviso si sarebbe potuto fare un'operazione differente, non per forza quella nostalgica improntata a raccontare i fasti della squadra che fu, ma quantomeno cercare di estrapolare i valori per i quali la Juventus dovrebbe essere riconosciuta e famosa.

Buon tentativo, ottima la fotografia così come la regia, ma dallo storytelling scialbo e superficiale.

Difference between a Community and a Network

From El Pais interview to Zygmunt Bauman:

The question of identity has changed from being something you are born with to a task: you have to create your own community. But communities aren’t created, and you either have one or you don’t. What the social networks can create is a substitute. The difference between a community and a network is that you belong to a community, but a network belongs to you. You feel in control. You can add friends if you wish, you can delete them if you wish. You are in control of the important people to whom you relate.
People feel a little better as a result, because loneliness, abandonment, is the great fear in our individualist age. But it’s so easy to add or remove friends on the internet that people fail to learn the real social skills, which you need when you go to the street, when you go to your workplace, where you find lots of people who you need to enter into sensible interaction with. Pope Francis, who is a great man, gave his first interview after being elected to Eugenio Scalfari, an Italian journalist who is also a self-proclaimed atheist. It was a sign: real dialogue isn’t about talking to people who believe the same things as you. Social media don’t teach us to dialogue because it is so easy to avoid controversy…
But most people use social media not to unite, not to open their horizons wider, but on the contrary, to cut themselves a comfort zone where the only sounds they hear are the echoes of their own voice, where the only things they see are the reflections of their own face. Social media are very useful, they provide pleasure, but they are a trap.

Ci hanno fottuto. Una generazione costretta ad essere eternamente giovane.

Se sei nato negli anni '80 penso troverai molto di te stesso in questo post di Rigoli, di cui voglio sottolineare alcuni passaggi.

Leggi anche il resto, merita. 

E quindi ci siamo adattati, ma non come volevate voi. Abbiamo messo su famiglia lo stesso, abbiamo cominciato a fare 15 lavori diversi, lavori che non riusciamo manco a descrivervi e che a un certo punto ci saremmo anche rotti il cazzo di descrivervi mentre siamo lì ad aiutarvi perché “Non funziona Google”, e a 30 anni abbiamo più voci noi nel curriculum che voi a 60. E quasi mai, se ci offrono il posto fisso, lo vediamo come il posto in cui lavoreremo fino alla fine dei nostri giorni, ma come il posto in cui abbiamo qualche certezza di lavorare per qualche anno senza essere sbattuti fuori a calci appena il vento gira, e dopo qualche anno siamo noi che ce ne andiamo, perché non abbiamo più stimoli e vogliamo averne di nuovi.
Siamo noi che sappiamo come usare i social network che voi usate solo per giocare e mandarvi i buongiornissimi, sappiamo che alcuni giornali sono attendibili e altri no, non ci facciamo fregare dai titoli del Corriere e di Repubblica o dal telegiornale su Rai Uno che pensavate dicesse sempre la verità.
Volevamo fare quello che sognavamo da piccoli, e lo facciamo. Magari non ci prendiamo dei soldi ma continuiamo perché vogliamo farlo, non abbandoniamo quello che volevamo fare solo perché vorreste vederci sistemati.

[...]

Insegneremo ai nostri figli che la vita è difficile, molto difficile, ma che possono fare qualsiasi cosa e non gli romperemo il cazzo dicendo “E allora quando ti sposi?” oppure “Non vieni mai a trovarci!”. Si sposeranno e faranno figli quando vorranno, se vorranno, e non ci metteremo in mezzo. Ci verranno a trovare quando avranno voglia loro, non costringendoli col ricatto sentimentale dopo avergli costruito attorno la gabbia della famiglia che ancora oggi continua a ingabbiare migliaia di persone che a cinquantanni si sentono ancora figli prima che uomini o donne.
Nessuno dovrà passare quello che abbiamo passato e stiamo passando noi, quello che voi non riuscite ancora a capire perché per voi gli anni Settanta non sono mai finiti, pensate ci siano ancora le lotte operaie, Guccini alla Festa dell’Unità e il Festival di Sanremo con il superospite internazionale.
Sapete che c’è? Avete vinto quella guerra, ma quella che stiamo combattendo noi, voi non sapete neanche che è in corso. Cazzi vostri, non possiamo starvi appresso in eterno, abbiamo da fare.

Blog, un riflesso del pensiero

In Italia, oramai e purtroppo, siamo rimasti in pochi ad aggiornare in maniera costante, metodica e quasi pedante il proprio blog. 

Non so, forse sono io che ho un RSS Feed ridotto, o non riesco a trovarne di nuovi che abbiano un appeal vicino ai miei interessi, ma tra i tanti che seguivo in pochi hanno mantenuto ancora oggi una minima attività "cardiaca". 

È bello farsi un giro, invece, tra i post di quelli ormai abbandonati. Sembrano come la Tesla lanciata nello spazio qualche giorno fa. Sono lì, galleggiano nell'etere inerti e immobili da anni, riproponendo argomenti e storie lontanissime per il contesto di riferimento, sebbene scritti poco tempo fa. 

C'è però dentro una grande verità in quel cimitero virtuale di post abbandonati a se stessi, la stessa che puoi ritrovare su quegli approdi sicuri in grado di proporre quantomeno un aggiornamento settimanale: Resteranno per sempre il riflesso di come gli autori hanno visto/vedono il mondo, il riflesso del loro pensiero

Lo spunto di questa riflessione arriva dal post di Om Malik, uno dei pochi blog ancora "vivi" tra quelli che seguo: 

Original posts, links and opinions are essentially a reflection on how they view the world and how they are thinking.
Today, we “think out loud” in too many places on the Internet and as a result are creating a diffused online presence. The more I try new services, the more I come to appreciate my Omstead, my thought place!

Una moltitudine di fonti nel quale imprimere al nostra identità. Un solo posto dove essere realmente se stessi e lasciare un'eredità (Leggere al punto 5 quidigitale certa

SpaceX, Falcon Heavy and trash ads

It's always good to see things from another perspective. The yesterday's launch from Elon Musk's SpaceX is certainly a big step for humanity, but other things might have to be considered. Like a live streaming of a Tesla billboard in space.

There is ample prior art, but I suspect Elon Musk launching a Tesla Roadster into orbit will go down in history as the first notable advertisement in space, a marketing stunt for the ages. However, it seems problematic that billionaires can place billboards in orbit and then shoot them willy nilly into the asteroid belt without much in the way of oversight. As the Roadster recedes from Earth and our memory, will it become just another piece of trash carelessly tossed by humanity into a pristine wilderness, the first of many to come? Or as it ages, will it become an historic artifact, a orbiting testament to the achievement and naivety of early 21st century science, technology, and culture? It’s not difficult to imagine, 40 or 50 years from now, space tourists visiting the Roadster on its occasional flybys of Mars and Earth. I wonder what they’ll think of all this?

More:

At one point, 2.3 million people were watching the livestream on Youtube – making it the second most popular livestream of all time.
The videos and reuploads have since attracted tens of millions more views and virtually every publication on the planet wrote about it.
Just days after car companies spent millions on commercials to run during the Super Bowl, Tesla probably beat them in overall reach simply because Musk used some synergy between his two companies.
AC è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.