L’ISIS distrugge a picconate resti archeologici di inestimabile valore: la recensione.

L'occhio verso l'attualità è fondamentale. Io riesco a discuterne, ma soprattutto argomentarne, quando si tratta di qualcosa di cui credo di aver padronanza. Sicuramente la comunicazione nelle varie sue forme è una di queste. Tuttavia ci sono episodi d'attualità per i quali poco riesco a dire, benché siano atti di comunicazione molto più potenti e distruttivi di quanto di solito scrivo su queste pagine.

Francesca l'avete già conosciuta per la recensione di The Interview. Mi ha chiesto di poter condividere il suo pensiero sugli ultimi fatti e filmati dell'ISIS. Credo ci sia molto da riflettere e ripubblico con molto piacere e interesse la sua teoria sull'accaduto.

Francesca De Nard - L’ISIS distrugge a picconate resti archeologici di inestimabile valore: la recensione.

Oggi, mentre cazzeggiavo su Facebook, mi sono imbattuta nel filmato distribuito dall’ISIS che ritrae la distruzione di diversi reperti archeologici situati a Mosul e risalenti, riporta il Misfatto Quotidiano, a più di 3.000 anni fa. Inutile dire che i commenti arrabbiati si sprecavano. Ma, non essendomi mai veramente interessata ai filmati diffusi dal califfato (a me l’horror piace finto, e più è finto più mi piace, non soffro di questa particolare forma di masochismo), sono rimasta piuttosto sconvolta dal subitaneo sentimento di disapprovazione, odio atavico, razziale, culturale che la visione del filmato ha scatenato in me e, sono certa, in tutti coloro che con me condividono lo stesso background culturale. E non sto parlando di livello di istruzione. Il marasma emozionale è stato immediato ed esplosivo, nonostante alla prima visione mancasse addirittura l’audio. Se ancora non sapete di cosa sto parlando potrete trovarlo qui.

Più tardi però ci ho riflettuto per davvero. Nella mia personale esperienza ‘assiri’ e ‘Mesopotamia’ sono parole inutilizzate dalla prima media, qualcosa mi dice che vanno molto d’accordo con ‘cuneiforme’ che poi ho scoperto anche essere il nome di tre ossa del piede. Nella mia formazione le ossa del piede rivestono un ruolo ben più importante e un interesse maggiore. Non vorrei essere fraintesa, non sto dicendo che le statue distrutte non abbiano un grande valore, dico solo che la portata emozionale di questa opera mediatica per l’occidentale medio che non abbia studiato archeologia dovrebbe, almeno in teoria, essere scarsa. Ma allora perché ha prodotto in me quella reazione?

Così mi sono seduta alla mia scrivania, ho cercato il filmato in versione ‘full’ (con scarsi risultati) e l’ho riguardato un paio di volte. Il sentimento man mano si affievoliva, ma nel frattempo in me prendeva piede la consapevolezza che c’è una logica dietro tutto questo, anche dietro a quello che provavo. Very well, ho pensato. Adesso rinuncio al mio venerdì sera per analizzare il filmato e la situazione tutta. Non in termini politici ma stilistici. E per stile intendo quello della propaganda. Un meccanismo inventato da noi occidentali ai tempi del totalitarismo, ed oggi pericolosamente adottato dalla Jihad. La propaganda non è più diretta solo ai (potenziali) seguaci, ma anche -in senso negativo- al nemico, e prova ne è la novità introdotta recentemente della diffusione di filmati prodotti direttamente in lingua inglese. L’adozione della lingua anglosassone potrebbe essere spiegata semplicemente dall’intento, a quanto pare raggiunto con grande efficacia, di arruolare cittadini europei o americani di fede islamica, o anche meramente dall’estendere la diffusione del prodotto ad un mercato globale. Ma non si ferma qui. Vuole anche instillare il germe dell’odio, che facilmente crescendo diventa guerra.

Analizziamo il filmato più nel dettaglio. Quelle che all’apparenza sembrano riprese casuali effettuate con mezzi rudimentali e di fortuna, probabilmente sono state realizzate con delle telecamere e sottoposte a sapiente postproduzione. Fin dall’inizio le immagini sono accompagnate dalle musiche di un verosimile Kanye West iracheno. La musica rende inintelligibile il sonoro, eccetto che per il rimbombo delle picconate, che è sicuramente stato amplificato a posteriori e fa da eco alle percussioni della colonna sonora. L’illuminazione sembra primitiva ma è stata diretta ai punti anatomici focali delle statue e mette in risalto la polvere sprigionata dai colpi. Aggiungiamoci un uso oculato del ralenty e il gioco è fatto. Il montaggio non è casuale, ma è il frutto di un lavoro di regia non amatoriale. L’apice è raggiunto quando a forza di picconate un’enorme testa cade al suolo sollevando una nuvola di polvere. E’ l’orgasmo dell’iconoclastia.

Ah, bei tempi quelli in cui l’iconoclastia era esercitata dalla Chiesa Cattolica! Anche questa abominevole minaccia alla libertà di espressione e alla Bellezza tutta non è una prerogativa della religione Musulmana.

E’ piuttosto evidente a questo punto che lo scopo di questo filmato è inviare un messaggio al mondo occidentale. Non vogliamo uccidere solo voi, ma quello che siete. Quello in cui vi riconoscete, tutti voi. Gli estremisti islamici hanno colpito quello che viene riportato in tutti i sussidiari delle scuole elementari come la nascita della civilizzazione, la culla dell’umanità. Tutti noi, anche i meno istruiti, lo ricordiamo. A ben vedere l’idea di ‘culla dell’umanità’ è frutto di un’interpretazione di studiosi della materia che ha avuto particolare successo ed è stata tramandata nei decenni. Un pochino presuntuoso, da parte nostra, ritenere che l’unica vera civiltà attuale (quella occidentale e bianca) sia nata, o quantomeno sia stata preceduta in un territorio che non ha niente a che vedere con noi. Seppure probabilmente vero. Ma non sempre la presunzione si fonda sulla verità: basti pensare al caso assurdo dell’archeologo tedesco Johann Winckelmann, che nel Settecento pose le basi dell’estetica neoclassica ritrovando nelle proporzioni delle statue greche e nel candore del marmo l’ideale di Bellezza di cui quella generazione aveva bisogno. E con meravigliose conseguenze in termini artistici. Peccato che le statue greche fossero copie romane (e sembra che l’archeologo lo avesse sempre saputo) verosimilmente di opere del periodo ellenistico e non classico come Winkelmann sosteneva. E ad ogni modo i greci le dipingevano con vernici colorate, quindi anche quella del bianco è una montatura. Perché vi ho raccontato questa storia? Non lo so, probabilmente perché sono convinta che anche gli autori del filmato diffuso dall’ISIS la conoscano, e in qualche modo si stiano prendendo gioco della nostra superbia. Non voglio quindi dilungarmi anche con la storia di Ipazia (che tra l’altro era pure una giovane donna con una cattedra universitaria che, senza indossare il velo, si liberò di uno stalker mettendogli in mano un assorbente usato) e della biblioteca di Alessandria. 

Chi ha realizzato quest’opera di marketing conosce bene quale siano le nozioni di base dell’europeo medio, ma non solo, conosce anche il nostro pensiero e le nostre possibili reazioni. E’ ormai florida e consolidata la letteratura riguardante le teorie psicologiche che stanno alla base di un efficace lavoro di pubblicità o propaganda. Sono materia di studio nelle scuole di cinema (almeno credo, o spero). La mia tesi (che poi ho scoperto essere non solo mia) è che chi produce questi filmati abbia appreso il mestiere in un ambiente di professionisti, probabilmente in un paese occidentale. Sono persuasa che questi professionisti non credano affatto che la terra sia piatta. La realizzazione dei filmati dell’ISIS e la successiva postproduzione sono talmente accurate che potrebbero da sole giustificare, per esempio, il ritardo di un mese della pubblicazione dell’esecuzione del pilota giordano rispetto all’effettiva data della registrazione. I tempi di produzione stanno quindi condizionando anche la nostra percezione dell’attualità e la politica estera. A differenza dell’estratto in questione, sembra che i filmati delle esecuzioni siano stati addirittura precedentemente scritti, e che gli attori, ultimamente addirittura le stesse vittime, abbiano tragicamente seguito le indicazioni di un regista. A questo punto penso sia normale che vi sentiate manipolati. Non mi dilungo ulteriormente per scelta personale (non amo lo snuff come sopra ho spiegato) e soprattutto perché ho trovato un articolo elegantemente scritto e molto dettagliato sul portale Al-akhbar, fondato da un giornalista libanese (così almeno recita il sito) allo scopo di diffondere la libertà di espressione nel mondo islamico. Eccolo qui http://english.al-akhbar.com/node/23629

Vi troverete un’analisi puntuale di tutti i filmati finora prodotti dall’ISIS, le esecuzioni, gli attentati dei kamikaze, e tutto in lingua inglese. L’autore evidenzia chiaramente una maturazione stilistica e di intenti del movimento. È questo che fa davvero paura, che fa davvero incazzare.

Per info su produzione e distribuzione torna utile ancora una volta il Misfatto Quotidiano

Nemmeno quella della cinematografia al servizio del Male è una novità: ricordiamo tutti (forse) il caso della regista tedesca Leni Riefenstahl, che viene tuttora ricordata come la madre del cinema moderno per il suo straordinario documentario Olympia, commissionato dal regime nazista come opera di propaganda in occasione delle olimpiadi di Berlino. Leni fu la prima regista a utilizzare cineprese in movimento; oltre a questo realizzò tonnellate di pellicola propagandistica spinta durante il regime, e alla fine della guerra si reinventò fotografa e documentarista e morì decrepita tra le braccia di qualche ragazzetto con un quinto della sua età. A Leni piacevano gli uomini, soprattutto se bellissimi. Come le statue di ispirazione ellenica (manco a farlo apposta, bianche!) che si sovrappongono alle immagini degli atleti, candeggiati pure loro dal bianco e nero, all’inizio del suo grande capolavoro. Perché Leni? Perché penso che se potesse resuscitare, accetterebbe la sfida dell’ISIS e la combatterebbe a colpi di chiappe tornite. Perché Leni e non Orson Welles? Perché sì, perché siamo anche un po’ ipocriti (e con questo non voglio ‘perdonare’ nessuno). Se Leni fosse viva oggi altro che Goebbels, sarebbe un’icona gay, ma questa è un’altra storia. 

Anche se per noi la rappresentazione della figura umana sembra banale e scontata, e anzi ormai siamo convinti che dopo l’impressionismo, l’espressionismo, il cubismo, la pop art, l’iperrealismo, l’arte abbia ben poco da offrire, in realtà la libertà di raffigurazione è frutto di una conquista a suo tempo pagata col sangue. E’ sulla base di questa emancipazione che si fonda la nostra identità. Il Medioevo e le Crociate per noi sono memoria. Meglio così, perché all’epoca eravamo noi gli ‘scopacapre’. L’identità dell’Europa moderna, che ci piaccia o meno, non pone le sue basi nel Cristianesimo ma in quel razionalismo che ha contraddetto il Cristianesimo, sostituendosi poco per volta come precettore e maestro di vita. Dal Rinascimento all’Illuminismo fino ai giorni nostri, con tutte le aberrazioni mediatiche del mondo moderno, esiste ancora un ideale di Bellezza.

Per questo la decapitazione di una statua può assumere un significato simbolico ancora più potente di quello di una persona. Senza per questo togliere alcun valore alla vita umana. E i nostri nemici non solo lo sanno, ma sono in grado di comprenderlo. E inspiegabilmente lo vogliono distruggere. Forse. Non mi esprimo in merito alle teorie secondo le quali ad essere distrutti sarebbero state delle copie, non prendo posizioni complottiste sul terrorismo in genere, mi interessa solo parlare di arte visiva. Sembra un paradosso piuttosto vigliacco celebrare l’iconoclastia, che giustamente nella sua primitività va d’accordo con fuoco e picconi, attraverso l’utilizzo delle più sofisticate strategie comunicative, figlie di un secolo e oltre di sperimentazione. L’impressione è quella che i jihadisti abbiano intenzione di distruggerci con gli stessi mezzi che noi pretendiamo di avere messo a disposizione della libertà.

Abbiamo creato un Mostro. Questo, ancora una volta dopo 50 anni, deve farci riflettere sulla potenziale pericolosità del mezzo.

Lezioni di Social dal film Chef

Domenica sera l'ho dedicata alla visione di "Chef", un film leggero sulla caduta e l'ascesa di un cuoco professionista. 

Al di là della trama principale dedicata all'estro e all'egocentrismo comune a tutti gli chef del mondo, il film è anche una buona fonte d'ispirazione sull'utilizzo dei social media per realizzare azioni di marketing a costo zero.

Un cuoco un po' inesperto nell'utilizzo dei Social Media decide di rispondere d'impulso ad una recensione negativa nei suoi confronti apparsa online firmata dal top blogger del momento. Da qui si susseguono tutta una serie di avvenimenti che lo porteranno a sfruttare i social media per far fiorire il suo nuovo business. 

Reagire d'impulso scatenando tutta la rabbia per un torto subito non è mai una buona cosa, soprattutto online, sebbene possa essere la prima delle azioni. 

Prima di tutto, attraverso le parole del figlio del protagonista, ci viene spiegato cos'è Twitter come si crea un account e come approcciare gli account degli altri:

In un'altra scena perfetta ci viene spiegato l'effetto domino innescato nel rispondere ad un tweet provocatorio con una risposta d'impulso, pensando di farlo in modo privato anziché pubblico:

Una delle ultime scene del film, per il quale non sono state distribuite clip ufficiali purtroppo, mostra come un sapiente utilizzo dei social media, mostrando in modo autentico l'imprenditorialità e i prodotti venduti garantisce un riverbero in termini di audience e di clienti inaspettato.

Cosa ci portiamo a casa?

  • Ciò che viene pubblicato online è lì per restare. Può essere dimenticato, ma resterà per sempre negli archivi dell'etere
  • Le reazioni d'impulso, soprattutto se pubbliche, sui social network non portano mai a niente di buono
  • Respira, non è una conversazione in real time. Servirà il tempo necessario per rispondere nel modo migliore, ma fate sempre sentire il vostro cliente/utente ascoltato e offrite una soluzione al problema esistente
  • Siate rintracciabili e disponibili al dialogo
  • Se il vostro business è vero, autentico e sincero i Social Media sono solo un'arma a vostra disposizione per mostrare rapidamente e a basso costo tutte queste qualità
  • Fatelo fare a qualcuno in grado di capirne in primis di comunicazione e solo dopo di come utilizzare gli strumenti social tecnicamente

#WhyIBlog Intervista a Nicola Carmignani

Non conosco Nicola di persona, ma l'ho sempre apprezzato per il modo in cui riesce a dare valore ai contenuti che pubblica e credo sia un ottimo esempio di come sfruttare le proprie competenze mostrandole attraverso il suo blog.

Via alle classiche domande di rito. Tutte le altre interviste sono qui.

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Presentazioni. Nome, Professione, URL e piattaforma utilizzata

Nicola Carmignani, informatico, freelance esperto di Social Media Marketing e digital strategy, cittadino del web e blogger. Mi occupo di comunicazione digitale e formazione in ambito web e social media marketing.

Online mi puoi trovare sul mio blog www.nicolacarmignani.it e, ovviamente, su Instagram (@nicolacarmignani - instagram.com/nicolacarmignani). Sui restanti social sono quasi sempre @nicocarmigna, abbreviazione dei miei nome e cognome... perché le scuole medie non finiscono mai!

Perché hai un blog?

Una storia iniziata semplicemente per caso e per curiosità. Avevo voglia di sperimentare, di capire cosa fosse un blog e quali potenzialità potesse avere uno strumento di comunicazione come questo. A partire da quel momento, sono entrato in un mondo a me completamente sconosciuto, ricco di professionalità e popolato da persone molto qualificate, che, in molti casi, hanno saputo trasformare la propria passione in un lavoro.

Come ti ha aiutato nel mondo del lavoro?

Certamente un blog è una bella vetrina oltreché un potente mezzo di comunicazione, utile per mostrare le proprie capacità e mettere in gioco le proprie competenze. Attraverso il blog, ho potuto dare voce alle mie passioni, approfondire ciò che amo di più e provare a raccontare, anche ad amici e parenti, l’attività  che svolgo: spiegando che è una professione che richiede competenze, capacità organizzativa, gestionale e di comunicazione e che non è soltanto una perdita di tempo trascorso on-line, davanti al computer.

Proprio attraverso il mio blog e i contenuti che pubblico, ho avuto numerosi contatti, ho potuto instaurare e consolidare la mia rete di rapporti professionali e umani e, in alcuni casi, ho ricevuto direttamente proposte di lavoro o di collaborazione professionale.

Quale significato ha oggi avere un blog? Non sono sufficienti i social network?

I social network assolutamente non bastano! Un blog è uno spazio personale, nel quale dare forma e sviluppare con cura i propri pensieri, approfondire tematiche professionali e scrivere estesamente di argomenti aggiornati. Attraverso il blog è possibile iniziare e sviluppare  una discussione, per certi versi in un modo simile a quello che si potrebbe impiegare sui social media, ma in maniera più ordinata e organizzata. Inoltre, il blog ha una memoria poderosa, mentre i social network tendono a dimenticare più velocemente e in maniera non selettiva: tutti i post di un blog risultano ben organizzati, classificati attraverso tag e facilmente reperibili; la ricerca degli argomenti e delle discussioni può essere eseguita con motore di ricerca interno o impiegando i classici motori web. Spesso i social sono poco (o per niente) indicizzati e la ricerca dei vecchi post può risultare difficile o addirittura un'impresa.

Un blog che consiglieresti di seguire?

Non farò nessun nome, soltanto perché credo che ognuno dovrebbe seguire un pannello di blogger personalizzato sulla base dei propri interessi. Inutile seguire quelli che per me sono rilevanti che siano in ambito social media marketing o letterario. Il mio consiglio è quello di navigare in rete, magari seguendo i link consigliati dai blogger che già si leggono, alla ricerca di autori talentuosi. E poi non voglio far torto a nessuno, ma ti posso dire che quasi tutti i blogger principali che seguo li hai già intervistati.

Per una degna eredità musicale

L'avvento della musica in streaming, su YouTube in primis e poi via via con i vari servizi nati negli anni, Pandora - Grooveshark - Rdio - Spotify e il neo arrivato Tidal, ha democratizzato l'accesso alla musica abbattendo i costi e fornendo una quantità di brani per la quale ci vorrebbe una vita intera per ascoltarli tutti quanti.

A parte una stressante lotta per trovare un servizio che abbia tutti i nostri artisti preferiti, sembra proprio non saremo in grado in futuro - così come predetto dal critico musicale Lefsetz -  di fare a meno di questo tipo di sottoscrizioni per apprezzare vagonate di petabyte. 

Pensandoci un attimo stiamo dando in mano a compagnie, spesso a noi sconosciute, tutta la nostra storia musicale. Un elenco di canzoni, album e artisti al quale nel breve-medio periodo sapremo sempre come accedervi, ma effimero nelle premesse. Del resto non possiamo sapere quanto queste società e i loro accordi con le major dureranno.

La musica che ascoltiamo ci definisce come persone, se scorri le playlist di un perfetto sconosciuto così come del tuo migliore amico ti possono raccontare delle sue passioni, stile di vita così come se è un tipo malinconico o pieno di gioia. È una sorta di eredità in lascito a chi verrà dopo di noi, tipicamente dei figli.

Ecco, cosa lasceremo a loro in eredità? Una volta facilmente trovavamo impolverati giradischi con altrettanto impolverati vinili o cd appartenuti ai nostri genitori dai quali attingere per muovere i primi passi verso un indirizzamento musicale. Chi verrà dopo di noi non avrà più nulla di fisico da tenere in mano, ma avrà invece una lista di brani residenti nelle cloud e gestiti da qualcun altro. Il mio augurio è di far trovare con assoluta certezza a chi ci sarà dopo di me tutti gli album per me importanti e non averla un po' mi intristisce. Al contempo, pensandoci, non avrei tutti i soldi necessari per acquistare il corrispettivo di oltre 15.000 brani salvati sui vari servizi di streaming per esserne sicuro.

Mi preoccupo troppo forse. Meglio concentrarsi su un'esperienza ottimale della fruizione musicale. E ad oggi nessun servizio di streaming è in grado di darvela. Non con l'attuale compressione di file. 

Da qualche giorno o comprato queste due bestiole. Non stravolgeranno la pessima qualità dei 320kbps, ma sicuramente la miglioreranno almeno di un poco. E non crediate che basti un CD per avere il massimo.

Curare le proprie emozioni attraverso un alto flusso qualitativo di musica può essere uno dei momenti più introspettivi e sublimi. Non fermatevi quindi al primo click, se potete acquistate i brani digitali da quei siti in grado di darvi almeno il file in formato FLAC e accompagnate le vostre orecchie con gli strumenti adatti.

Così come nel pezzo tradotto da ilPost preso da Slate.

Ma sì, le cose davvero valide sono costose. Ci sono un sacco di informazioni nelle incisioni dei vinili e nei bit dei CD. Quello che ci vuole per estrarre tutte quelle informazioni – le testine dei giradischi ad alta qualità, i convertitori da digitale ad analogico, le milleuno parti di un buon amplificatore (i condensatori, gli alimentatori, eccetera eccetera) e le casse – è tutto, sfortunatamente, molto costoso. Molti audiofili spendono decine di migliaia di dollari per i loro impianti; alcuni ne spendono anche di più. È folle? Forse, ma non vedo articoli che prendono in giro le persone che spendono 400 dollari per un pasto (che scompare una volta che lo si è consumato), o 80mila dollari per un’auto, o 10 milioni per un quadro. Potrebbe essere un po’ di rabbia populista contro le persone che hanno tutti questi soldi da spendere, certamente. Ma i media mainstream offrono entusiaste recensioni di ristoranti e di auto di lusso, e profili sognanti di manager di fondi finanziari i cui muri sono pieni di de Kooning e Rauschenberg.

Autenticità vs Trasparenza

È un argomento appassionante, almeno per me. Quanto siamo autentici e trasparenti online sono a tutti gli effetti due concetti separati. Ho cercato di esprimere il mio punto di vista più volte nei mesi passati (Qui, qui e qui), ma forse l'estrema semplificazione ha sempre l'efficacia maggiore:

Authenticity = Sharing genuinely = The way you share

Transparency = Sharing deeply = The things you share

Queste sono due definizioni prese da un post sul blog di Buffer, un servizio che permette di condividere in modo rapido i contenuti dell'Internet attraverso i social network.

Autenticità significa condividere in modo genuino, è il modo in cui si condivide qualcosa. La trasparenza è la sostanza di quanto condividiamo.

Da qui per condividere le belle, lunghe e profonde riflessioni di Lara McPherson in questo post su cosa riveliamo di noi stessi quando siamo online, ma soprattutto cercare di non confondere la "parte" che trasmettiamo in forma di bit con il "tutto" che ci compone.

We forget that it’s all the stuff between the carefully edited pictures, blog posts, shared links and professional profile that makes us real. Its your tiny insignificant likes and dislikes, voice inflections, language quirks, body language, and all the other bits that you would never think to share. And if you are sharing them to a mass audience then it would be hard to claim intimacy or authenticity. It’s impossible to know anyone entirely from their digital footprint no matter how authentic, transparent and vulnerable they are willing to be.
The thing is: we’re more than what we claim to be and more than we project publicly. We’re more than we can comprehend. The depth and diversity of the human experience is so vast, and there is no way we could possibly distill all that we are, all that we have been and all that we’d like to be into a perfectly considered and articulated personal brand communicated in a series of edited photos and 140 character updates. No one can do that. Not even Beyonce. (And she has a whole team dedicated to it. Plus she’s probably superhuman.) If we can use all the possible channels available to us (yes, including the internet) to explore ourselves and others to the fullest extent possible, then perhaps we’ll come close to understanding this.

Il problema con i film d'azione

Chris Stuckmann analizza, con una buona dose d'imparzialità, il "problema" con i film d'azione degli ultimi anni. Dall'attrazione in picchiata, hanno via via perso per strada 6 punti riassunti e raccontati da Chris in questo interessante video.

  1. Storia. Senza una storia nuova, fresca e in grado di mantenere alta la tensione per tutto il film, il momento di massimo picco cui tutti saranno in attesa saranno i titoli di coda
  2. Eroe. Qualcuno di cui preoccuparsi, qualcuno per cui fare il tifo fino alla fine
  3. L'antagonista. Il polo opposto dell'eroe, ma con il quale ha sempre una connessione indissolubile. Un personaggio, senza necessariamente giustificarne le azioni, del quale possiamo comprendere le azioni
  4. Acrobazie/Stunt. Le azioni pericolose sono il cuore di un film d'azione. Se l'attore protagonista è in grado di girare queste scene senza una controfigura, tanto meglio
  5. Inquadratura/Montaggio. Un utilizzo esasperato della Shaky Camera per sottolineare il realismo dell'azione non ha fatto altro che rovinare il modo di seguire scene d'azione. Troppi tagli e cambi di angolo. Anche se ci sono stati buoni esempi ultimamente come John Wick
  6. La vulnerabilità dell'eroe. La bellezza di un eroe sta nel fatto di avere sempre e comunque un aspetto umano, qualcuno in grado di intaccare le sue qualità e straordinarie capacità. Questo dà la tensione adatta allo spettatore tanto da domandarsi se l'eroe riuscirà a farcela

MI trovo piuttosto d'accordo. Ricordo pochissimi film d'azione negli ultimi 10 anni che non fossero re-make, persino re-make del re-make, sequel con vuota narrazione oppure ottima tecnica devastata dalla povertà di idee. 

Che ne pensate?

#WhyIBlog Intervista a Tommaso Sorchiotti

Ho conosciuto Tommaso di persona nel 2010 alla 4sqconf. Quando ancora Foursquare navigava in ottime acque e i Social Network vivevano la rincorsa verso l'esplosione definitiva. È tra i pochi "superstiti" del momento d'oro della blogosfera italiana, perciò mi fa molto piacere avere il suo punto di vista.

Presentazioni. Nome, Professione, URL e piattaforma utilizzata

Lavoro come Head of Digital in IQUII, una Digital Company con base a Roma. Faccio formazione in alcune importanti business school e affianco aziende, manager e professionisti nello sviluppo del Brand online e nell'utilizzo efficace del Digital. Sono considerato a sproposito il primo tumblero italiano, più che altro per aver abbracciato e creduto nella piattaforma Tumblr prima che diventasse la realtà che è.

Quindi, in sintesi, Tommaso, Creative Digital Strategist, www.tommasosorchiotti.com, Tumblr.

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Perché hai un blog?

Tutto nasce dal desiderio di sperimentare e capire i cambiamenti che accadono. L'amico Dottavi avrebbe detto che occorre essere attori, non spettatori, per poter vivere questo mondo. Da qui la prova di molti servizi e delle più importanti piattaforme.

In realtà, prima ancora di iniziare a lavorare in ambito digital, avevo come molti un blog anonimo su Splinder, dove raccontavo le situazioni particolare che mi capitavano. Poi nel 2007 ho scoperto Tumbrl, iniziando a realizzare quello che Paolo Valdemarin sintetizzò poco dopo con l'espressione "blogger senza blog".

Il blog nasce dall'esigenza di affermare il mio punto di vista, raccogliere in uno spazio principale la mia identità, collezionare e rilanciare gli spunti originali, divertenti e stimolanti che incontro durante la giornata. Da qui la scelta di Tumblr.

Come ti ha aiutato nel mondo del lavoro?

Non so dirti quanto mi abbia aiutato. Sicuramente le competenze di scrittura, pianificazione e organizzazione mentale, personalizzazione grafica e tecnica ha permesso di prendere confidenza e, nel tempo, di affiancare altre realtà nel lavoro di pubblicazione online.

In seconda istanza la visibilità che mi ha portato una presenza forte e definita online. Già semplicemente il fatto di essere ospitato qui, assieme ad altri blogger italiani importanti, è un bel riconoscimento.

In molti poi mi hanno fatto notare l'ironia di firmare il libro "Come si fa un blog 2.0" con un tumbrl che si intitola .Questo non è un Blog.

Quale significato ha oggi avere un blog? Non sono sufficienti i social network?

No. Un blog è uno spazio tuo. Permette di affermare la tua identità, aprendo a conversazioni e relazioni.

Nei social network sei un nodo della rete, nel tuo blog sei un autore, tra augeo e auctoritas (la mia prof di latino sarebbe orgogliosa!)

Un blog che consiglieresti di seguire?

Adorando il sarcasmo, lo stile visual e le illustrazioni non posso non segnalare:

Del panorama italiano due risorse interessanti per chi si muove nella comunicazione online sono: