Zero emissioni ☀️🚲

Con una giornata così, ti basta una bici e scopri un altro mondo. Dove solo le due ruote e i pedoni sono ammessi, dove l'unico suono è quello del fiume che scorre e il solo odore forte è quello delle salamelle cotte ad ogni nuovo spiazzo.
L'acqua gelida ristora. 45 km senza pensieri.
Dove è andato a finire tutto questo, ma soprattutto, quando ci ritorneremo?

Chi ha paura dei Social Media?

Quindi, per tornare a noi: è davvero così assurdo o così da restauratori da Congresso di Vienna dire, come dice Gianluca, che ha molto più senso produrre meno contenuti che tanto non si fila nessuno e cercare di far sì che siano migliori di quelli attuali e meritevoli di essere poi promossi sui Social Media a pagamento? A me sembra solo buonsenso.

La chiusura del post scritto da Massimo non fa una piega. Purtroppo la paura del vuoto pneumatico e delle possibili reazioni al "non parlo quindi non esisto", portano alcune società a pubblicare sulle loro pagine social la qualsiasi. Con una conseguente depravazione dei contenuti a favore dell'apparire sempre on top nelle timeline dei propri utenti.
La mala interpretazione del mondo dei social media sta proprio qui. Nell'intersezione tra i contenuti di valore, i contenuti tappabuchi e i contenuti trasformati in advertising. I primi e gli ultimi possono scambiarsi di ruolo nei canali social, possono essere storytelling trasformati in native advertising e viceversa.
Questo genera confusione in chi osserva l'evoluzione dei media e il loro rapporto con i guadagni dalle attività attraverso essi scaturiti, con l'unico obiettivo di verificare se davvero ci si riesce a aumentare i profitti delle aziende con questi giocattolini pieni di troll e imbecilli.

Tutto questo ha un necessario e primordiale bisogno di essere ricondotto a una pioggia di milioni di euro e a un peccato originale di chi ha iniziato ad occuparsi di queste cose? Si. Perché spesso, soprattutto qualche anno fa, era l'unico modo di farsi sentire all'interno delle grandi società. Il solo per poter attuare una qualche tipo di azione su quei nuovi e sconosciuti canali di comunicazione. 
Il dover esserci a tutti i costi ahimè ha spesso preso il sopravvento sul pensare se ci fosse qualcosa da dire veramente e quest'ultimo ha lasciato il passo a tanti errori, al paradosso di una pagina dedicata a ciò, mettendo a nudo chi davvero aveva voglia di mettersi in gioco, oppure restare nella roccaforte. 

Massimo poi cita questo video. Ecco questo è il classico esempio di chi di questa materia ci ha capito poco o nulla. È molto semplice e populista mostrare dei numeri per far trapelare una propria verità come una verità oggettiva e inconfutabile, ma c'è sempre di più, c'è sempre altro da considerare, soprattutto quando si tratta di un'attività complessa come quella della comunicazione online.

Chi parla non si è premurato di andare a vedere COSA viene detto in quelle conversazioni, QUALI aziende le generano, ma soprattutto COME interagiscono con i loro utenti. 
Ovvio esistono un'immensa varietà di tipologie di comunicazioni, più o meno innovative, più o meno ingaggianti. Questo sta alla bravura degli strategici e degli account dell'agenzia di comunicazione di turno alla quale la tale società ha deciso di dare il budget di comunicazione per l'anno in corso.
Quello che invece viene provato sensatamente è il valore del like, prossimo allo zero, ma è un concetto vecchio quanto Facebook stesso. Se si costruiscono, ma sopratutto si vendono, strategie in cui viene proposta la crescita dei like come una metrica di cui far conto, si è sbagliato in toto il proprio partner di comunicazione. 

Settaggio degli obiettivi. Sempre. E fortunatamente non siamo più nel 2007. Non c'è più nessuno da convincere in azienda. Bisogna soltanto capire se ci sono i margini per esserci e per fare la differenza. Non per aumentare a tutti i costi i profitti (che ad ogni modo, prova a chiederlo a Dell).

Vuoi vendere?
Vuoi fare awareness?
Vuoi fare caring?

Ha mai visto cosa ci fa una qualsiasi telco sui Social Media? Nel video dà anche una definizione di cosa siano quest'ultimi, ignorando completamente tutto ciò al di fuori di Facebook e Twitter. E chi glielo racconta dei progetti di Barilla con Il Mulino Che Vorrei e il soldino che prende nuova vita, delle innumerevoli community per creare prodotti migliori insieme ai propri consumatori, così come Winner Taco immesso di nuovo sul mercato dopo un'estenuante martellamento proprio sui social?

Questo professore ha provato invece a calcolare come sono andate le vendite di Oreo dopo quella settimana? Quante di quelle persone che hanno cliccato siano delle persone che non hanno visto il Super Bowl?
Ha provato a pensare quanta visibilità hanno dato quei siti che hanno dato la notizia del tweet?
Di quanto sono incrementate le visite al sito di Oreo in quel periodo?

Poi è vero, là fuori è pieno di personaggi pronti a trasferire concetti presi da manuali sul Social Media Marketing o studiati la notte prima su quei blog monotematici pieni di consigli che sembrano non funzionare mai.
Ciò non significa i Social Media siano un fallimento in toto e nemmeno la cura a tutti i mali della comunicazione aziendale. Sono solo un altro strumento a disposizione per raggiungere un certo tipo di pubblico, se poi funzionano, e ritorno a quanto scritto prima, sta solo nel trovare le persone giuste in grado di comprenderne le dinamiche, ma sopratutto saperle applicare agli obiettivi di questa o quell'altra realtà aziendale.

È un'esperienza magnifica quando si riesce a creare quel tipo di magia, interazione e vicinanza tra un brand e persone comuni. Gli esempi ci sono, funzionano anche senza vincere premi, ed è possibile soltanto da meno di 20 anni. Creando delle dinamiche di interazione che qualsiasi altro mezzo con oltre mezzo secolo sulle spalle non è mai stato capace di creare, a voglia a bombardare la gente con le storie della famiglia tipo alle 20 su Canale 5.

Se poi vogliamo estendere la discussione alla rincorsa alle revenue a tutti i costi, credo vada rivisto profondamente come le aziende decidano di esporsi su tutti i mezzi. Mai come oggi hanno a disposizione una moltitudine di dati dei loro utenti (accesso ai punti vendita, alle owned, earned e paid media etc.) e spesso e volentieri non sanno come utilizzarli, o nella migliore delle ipotesi li usano male.

Un progetto ambizioso, alla quale nascita ho avuto il piacere di assistere, va proprio in questa direzione. Utilizzare il patrimonio di quanto le persone lasciano in mano alle aziende (esploso anche e soprattutto grazie ai Social Media), per poter permettere a quest'ultime di indirizzare messaggi mirati, precisi, singolari e ritagliate su ciascuno di noi, su ogni schermo reale o virtuale ci ritroveremo a fare un certo tipo di esperienze.
Non più di disturbo, ma in grado di avvicinarci a una marca, provare delle esperienze e magari essere parte dello sviluppo di un prodotto migliore.
Chiudo scomodando sul tema Alessandra perché ci ha fatto un post da incorniciare.

Altro che Spotify

Un paio di anni fa mi arrivo questo pacco, una scemata, ma importante a livello di loyalty. Una delle poche aziende digitali alle quali sono affezionato aveva pensato a me, tra le centinaia di migliaia di utenti, con una dedica scritta a mano. 
Poco sforzo, molto ROI.

Oggi è successo lo stesso. Forse ne ho parlato troppo, forse sono troppo entusiasta, ma Rdio ha ascolta, ha agito, con una sciocchezza, ma da farmi sentire un po' più speciale.

Grazie Internet.

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Swarm si aggiorna. E siamo (di nuovo) tutti sindaci!

Da quando Foursquare decise di dividere la propria applicazione in due separate l'appeal creatosi per essere stata una delle prime società ad utilizzare la pointification, andò scemando. Foursquare si trasformò in un'applicazione dedicata ai consigli culinari e altri servizi, mentre Swarm custodì le vene ludiche, senza mai riuscire ad essere ciò che fu in origine.

La mancanza più grande è sempre stata quella di non aver più la possibilità di essere "sindaco" del luogo da noi maggiormente frequentato, titolo da guadagnare a suon di check-in attraverso l'applicazione originale di Foursquare.
Per sbloccare badge e collezionarne di più strani abbiamo tutti finto di essere dall'altra parte del mondo, oppure frequentato luoghi con perenne frequenza solo per guadagnare quella maledetta corona. 

Come promesso il mese scorso, con il nuovo aggiornamento, Swarm ripristina finalmente il concetto di "mayorship". 1 check-in al giorno per 30 giorni e vi troverete di nuovo a battagliare per il trono di questo o quell'ufficio, bar, ristorante, monumento, museo etc.
Il tutto accompagnato da una barra progresso, in modo da sapere sempre quanti check-in rimangono prima di rubare il trono di sindaco a qualcun altro. 

Come scopri nuova musica?

Consigli di amici?
Servizi streaming?
Siti o riviste specializzate?
I video suggeriti su YouTube?
La vetrina di iTunes?
I soliti stagnanti suggerimenti della radio?

In quanti modi differenti scoprire nuova musica? È un processo apparentemente semplice, soprattutto se non amate darvi da fare per scoprire qualcosa di meno conosciuto, ma più ricercato.


Se c'è una cosa positiva nei servizi di streaming è stata quelle negli ultimi 4/5 anni di accendere i riflettori su artisti minori o poco considerati fino a pochi anni fa o allo stesso modo dà l'opportunità della vita a band da poco nate.
Una moltitudine di sfaccettature diverse, tanta abbondanza da non venir consumata tutta, alcune nemmeno una volta.
La curation di playlist, i suggerimenti in arrivo dagli algoritmi, o semplicemente le sezioni novità basate sui propri gusti sono per certo un ottimo acceleratore per uscire dall'ascolto dei soliti 20/30 artisti sempre presenti nella vostra rotazione musicale.

Personalmente nel corso degli anni ho affinato la mia ricerca circoscrivendola ai generi musicali a me più vicini. Se Spotify va molto forte nell'area dance e italiana, Tidal in quella R&B, Rdio può sicuramente dire la sua nel dare risalto alla scena Hard Rock, Alternative e Indie.
Ogni martedì mattina ci sono suggerimenti sugli album appena usciti vicini alle mie preferenze di genere, e la sezione novità è sempre ricca di una selezione dalla quale riesco a tirare fuori almeno un paio di artisti sconosciuti ogni volta.
Se non fosse stato per questa routine ripetuta ormai dal 2011 avrei faticato ad ampliare così tanto le mie conoscenze, creare una libreria di tale portata, ed espandermi come nemmeno in "No man's sky".

Non finisce qui. Quotidianamente visito le recensioni di Pitchfork, accuratamente evitando di prestare attenzione ai voti, ma creandomi una mia opinione dopo ciascun ascolto. Le notizie di NME. Ed infine i suggerimenti settimanali nella sezione musica dell'edizione cartacea di Internazionale.


Questo agglomerato, nell'ultimo lustro, mi ha permesso di allenare le mie orecchie a più stili e generi che negli altri 25 passati. 
Qualcosa mi auguro da poter mostrare e lasciare ai posteri. La Musica è un'esperienza come dicevo nel precedente post, ed è tra le pochissime cose a non mentire mai su chi siamo davvero, nel profondo definisce la nostra personalità, fatta di tempeste interiori e sorrisi sulle labbra, oppure l'esatto contrario. 

Let there be streaming

La musica è un'esperienza.
Talmente personale da avere pochi rivali nelle altre produzioni mediali. E così come è in grado di scatenare ricordi ed emozioni, la sua fruizione è talmente lasciata alla volontà di ciascuno di noi da non poter essere imbrigliata e categorizzata in usi, costumi, algoritmi e, aggiungo, playlist suggerite. 

I recenti annunci di un nuovo competitor e la continua crescita nella fruizione di un altro, sono terreno fertile per lasciare presagire una radicale svolta da gran parte degli utenti nella direzione dei servizi in streaming per l'ascolto della musica.

Gran parte, ma non tutti. Moltissimi guadagni provengono ancora dalla vendita di vinili e cd, oppure dal download di mp3. Una piccola faccia della medaglia.

Ora. Vi siete mai chiesi in quanti modi negli ultimi 10 anni avete consumato musica?

  • Scaricando un mp3 - in modo legale o meno
  • Su YouTube
  • Attraverso un servizio di musica in streaming
  • Radio - Off e Online
  • Acquistando un CD
  • Acquistando un vinile

Un mix tra modello gratuito e a pagamento. Stessa cosa avviene nei servizi in streaming, ancora oggi nel 2015. Perché non siamo più di fronte a una rivoluzione come fu il portare la musica dentro i nostri device digitali. Siamo solo di fronte ad un modo differente di come quel pezzo di bit viene fruito.

Personalmente utilizzo da 3 anni Rdio, qui ne ho parlato svariate volte. È il servizio adatto alle mie esigenze, in grado di presentarmi settimanalmente nuovi artisti vicino ai miei gusti musicali, in grado di creare una stazione radio basandosi su quanti e quali brani decido di aggiungere tra i miei preferiti.

Una miscela perfetta. La MIA miscela perfetta. Non è possibile incasellare i gusti musicali di qualcuno, non è come scegliere le fonti di una notizia, ci sono delle differenze troppo profonde date dal gusto, dalle emozioni, dal periodo, dall'umore e dall'orecchio di ciascuno di noi. 
Personalmente amo la musica, non potrei fare a meno di almeno 1 ora al giorno di qualcosa di ricercato e precisamente rispondente ai miei requisiti, ma così per altrettante persone è una pratica distratta e suggerita dalla alta rotazione radiofonica limitando così sia la conoscenza che il ventaglio delle opzioni possibili. 

Lo streaming paradossalmente soffre di due difetti. Le forme di curation da parte di algoritmi o persone dei servizi stessi e l'abbondanza di contenuti. L'una strettamente legata all'altra. Con le playlist legate ai mood, a giornate particolari, eventi etc. tentano di tenerci costantemente incollati a fare streaming di brani: più ne riproduciamo, maggiori guadagni si generano per case discografiche ed artisti, e alla fine quest'ultimi concederanno esclusive a questo o quell'altro player.

Insomma un cane che si morde la coda. Un cerchio tutt'altro che perfetto. Quanto meno per la cosa più importante per artisti e major: $$$. Non abbastanza a quanto pare, le band fanno sempre più tour, con date sempre maggiori proprio per racimolare i danari non incassati dalle vendite di CD e download di mp3, visto che ormai lo streaming fa da padrone.

Sul breve-medio periodo non esiste e non esisterà, perciò, un vincitore se non in termini di guadagni e base d'utenza. È il bello di Internet, è il bello della trita e ritrita coda lunga.  Non riuscendo ad innovare, nella sostanza tutti propongono la stessa medesima esperienza, ognuno ha e avrà dalla sua solo il servizio in grado di rispondere alle più disparate esigenze: qualità del suono, catalogo, caratteristiche di prodotto.

Per me restano due: l'ampiezza del catalogo per me soddisfacente, la fruizione su ogni dispositivo.

Ma io non sono il mercato e tuttavia sarà quest'ultimo a decretare la sopravvivenza di uno o dell'altro simil-spotify. Non sarà certo nessuna delle innumerevoli playlist curate da un bot o da un essere umano ad avere la meglio, così nemmeno il marketing.

Un Eco infinito

Oggi tutti parlano delle dichiarazioni di Umberto Eco, di quanto ha detto Umberto Eco, delle profezie di Umberto Eco durante le celebrazioni per la sua Laurea Honoris Causa in Comunicazione e Culture dei Media dell'Università degli Studi di Torino.

Bene. Al di là del fatto che l'esimio non saprà nemmeno mai di questo schieramento "quelli del web vs Umberto Eco", qui la cosa tragica non è tanto quanto viene detto sui Social Network e le persone (ricordiamo essere i medesimi acquirenti di un qualsivoglia quotidiano cartaceo) che li popolano, ma totale disconnessione dalla realtà dell'emerito Umberto.

E queste sono le tipiche affermazioni di chi non ha mai utilizzato gli strumenti digitali. Rifiuto totale di comprensione dei nuovi mezzi di comunicazione, con le redazioni dei quotidiani come le uniche detentrici delle Verità del mondo, mentre su Internet non si può credere a niente e nessuno, perché tutto fasullo.

Certo. E chi crea le informazioni su Internet?

Bene. Avete già la risposta.

Come dire ad esempio che il vincitore del Pulitzer del 2013 con questo articolo sia completamente un fake, perché ha scritto per la Rete e non per la carta.

Arrestiamo la politica digitale dell'Italia. I giornali cartacei risorgeranno.

Perché arrivo in ufficio presto

Benché mi piaccia da morire dormire, il mio corpo si rifiuta di farlo dopo una certa ora. Weekend qualche ora in più, ma non mi troverete mai a letto oltre le 10.30. A meno di essere un seguito a una serata particolarmente intensa 😜.

Non arrivo in ufficio prestissimo, ma diciamo intorno alle 8.45 sono seduto davanti al mio monitor, spesso e volentieri da solo. Alcuni arrivano poco dopo, altri dopo un'abbondante mezz'ora. La bellezza della flessibilità del nostro lavorare da ovunque siamo ci dà ampio margine di manovra. 

Tuttavia non riesco a fare a meno di quei 20 minuti di completa solitudine, dove ancora le piramidi di email devono ancora iniziare e riesco a concentrarmi su come iniziare bene la giornata lavorativa.
Ci pensavo durante la vacanza di settimana scorsa e a proposito ho trovato un paio di post recenti sull'argomento che mi hanno fatto sentire meno solo. Il primo di Fast Company. Qui si puntualizza molto sul discorso di inserire anche un'attività fisica tra le 7 e le 9 di mattina, ma qui davvero è una cosa più forte di me. Tuttavia, uno spunto in cui mi riconosco è il seguente passaggio:

According to researchers Mareike Wietha and Rose Zacks in an article published in the journal Thinking & Reasoning, working early in the morning, when you’re still groggy, promotes greater insight, problem solving capabilities, and creativity when compared to starting the day after 9 a.m., when you’re feeling more alert and awake

L'altro di Mitch Joel, blogger e ceo di un'agenzia di comunicazione in Canada, da cui estraggo questo:

The early morning offers the sacred hours. The family is off to school. The hum of emails and meetings have yet to commence. The distraction of social media is a dull roar. It's all about focus. The ideas seem fresh. The real work is done, because there are no interruptions. The caffeine from my morning coffee is just kicking in. The world is filled with boundless ideas and opportunities.

Si insomma. Le rotture di scatole a quell'ora ti danno quantomeno la parvenza di non essere ancora cominciate.

Sunshine State of Mind

Scrivo queste righe pochi minuti prima di chiudere la valigia, consegnare la macchina all'aeroporto e ritornare in Italia.
Miami è la settima città degli Stati Uniti visitata dopo Los Angeles, San Francisco, New York, Las Vegas, Atlanta e Seattle. Ho prenotato a febbraio, decidendo di costruire la vacanza senza nulla di organizzato.
Quindi se cercate la vacanza con cocktail in mano, da passare sdraiato in piscina a dormire con gli occhiali da sole perenni e uno scocchiare di dita per chiamare "Garçon..", questo post allora non vi riguarda.
Non vuole essere esaustivo, è solo la raccolta di quanto sono riuscito a vedere e vivere in 5 giorni.

Dove stare e come muoversi
Se potete permetterveli a South Beach credo ci siano alcuni tra i più costosi hotel degli Stati Uniti. E se comunque l'esser serviti e riveriti in vacanza è una priorità, meglio puntare ad un servizio simile. 
Altrimenti AirBnB è la risposta. Questa la casa prenotata, è costata meno di un hotel a 4 stelle, ha un parcheggio per l'auto gratuito, è in un punto strategico per raggiungere qualsiasi luogo della città in non più di 30/35 minuti.
Il servizio pubblico funziona magnificamente, ma credo la macchina sia piuttosto indispensabile. I noleggi costano molto poco, specie se presi direttamente in aeroporto, ho speso 200 dollari e qualcosa prenotando con largo anticipo. Ma se vi accontentate di una utilitaria (va più che bene) con un centinaio di dollari la portate via per 5 giorni.
L'alternativa meno costosa è Uber, consigliato anche dai proprietari di casa, soprattutto maggiormente sicura rispetto ai pullman e ai tassisti.
Se optate per la macchina vi consiglio di scaricare Here Drive Maps. È disponibile per tutti i sistemi operativi e scaricando le mappe prima di partire sarà un perfetto navigatore anche in assenza di 3G. Idem se siete a piedi, le mappe di Here vi orienteranno senza bisogno di connessione. 

Cosa vedere...Cosa vedere?
Beh, per quello esistono milioni di siti e guide turistiche. Affondate da lì a piene mani, ma dedicateci almeno una giornata intera se volete fare tutto da voi. Occhio alle fregature. Sono tante e ben nascoste. 
Vi posso però dire cosa mi ha colpito:

  • South Pointe. All'estremo sud di South Beach. È l'imboccatura del porto ed è anche uno degli scorci migliori. Proprio di fronte c'è Fisher Island. Una delle poche isole naturali del circondario, la sola raggiungibile tramite traghetto. La sola dove per avere una proprietà devi avere almeno 3/5 milioni di dollari in banca. 
  • Aventura Mall. Al momento penso il più enorme centro commerciale mai visto in vita mia
  • Wynwood. Il quartiere hipster. Sembra di stare nel posto più degradato degli Stati Uniti, svolti l'angolo e sei in una galleria d'arte a cielo aperto. Tutte le foto nella galleria qui sotto sono di questo quartiere. 
  • Il faroKey Biscayne. Key Biscayne è un mondo a parte. Sembra di essere in un villaggio dove il tempo e fermo e la gente non sa bene cosa stia accadendo al di fuori di esso. In macchina si va pianissimo, tutti salutano tutti. Estremamente pulito, ci sono solo giovani mamme in giro a pascolare i pargoli mentre fanno jogging spingendo il passeggino. Alla fine dell'isola si arriva al parco dove all'estremità c'è un faro e due targhe commemorative messe in croce

La città è veramente enorme, questi sono solo alcuni dei quartieri, ma ce ne sono molti altri meritevoli di visita e approfondimenti. Anche fuori da Miami, come Everglades e la visita a qualche coccodrillo. Magari la prossima volta. 

Lingue e turisti
Sai l'Inglese? Bene. Sai lo Spagnolo? Allora sei in una botte di ferro. Qui è forse più parlato dell'idioma anglosassone, ed è bellissimo sentire i diversi accenti. Soprattutto quando mischiano nella stessa frase le due lingue. Altro che spanglish.
Non so se fosse il segno dei tempi, ma i turisti con maggior affluenza sono i brasiliani e i russi. Staccano di gran lunga tedeschi e francesi. Non ho incrociato molti italiani, spariti tutti finito il ponte del 2 giugno. 

Meteo
Se dicono che pioverà a Miami, a Miami Beach non accadrà. O perlomeno non più a lungo di 15 minuti. Ecco magari se il tempo sembra guastarsi, buttate l'asciugamano vicino a uno dei baracchini sparsi per la spiaggia. Giusto per salvare i telefoni e oggetti di valore. 

Musica
Nelle radio di Miami passano della musica terrificante. Ma brutta brutta. Hit di un anno fa almeno, sempre le stesse, oppure un costante mix di calypso e ritmi latini. Beh, c'era d'aspettarselo dopo tutto qui le influenze cubane e caraibiche sono fortissime.
Se volete viverla dal vivo sono stato al club LIV e nel locale caratteristico cubano Hoy Como Ayer.

Mangiare
Se amate il pesce, penso sia il posto giusto. Ma peccato, io non lo sopporto, quindi non potrò segnalarvi nulla di simile. Però qualche altro spunto posso lasciarvelo:

  • Colazione. Se sapete resistere a Starbucks o qualsiasi altra ipercalorica colazione americana abbiate in mente, allora recatevi da Delicious o Il Buon Pane Italiano. Sono gentili, hanno aperto da poco, nel primo c'è un caffè decente, nel secondo pane e cornetti come siamo abituati
  • Pranzo-Cena Se sei abbastanza fortunato, approfitta dei food truck sparsi per le strade. Altrimenti: Doma Bistro, BurgerFIJoey's, 900, Amami. Dipende cosa vuoi mangiare e in che parte della città ti trovi. Per tutto il resto c'è TripAdvisor.

Nonostante le immancabili artificialità ed esagerazioni tipiche americane - metà delle isole o pezzi di terra galleggianti di Miami sono artificiali, oppure ci sono ville in cui ogni palma importata dall'est Africa arriva a costare 10.000 $ l'una - Miami resta una città atipica. È una delle metropoli al mondo ad avere uno skyline così sviluppato e allo stesso tempo una spiaggia di così elevata qualità. Ed è probabilmente proprio perché ci sono così tante razze mischiate insieme e pochi puri e crudi americani a rendere Miami diversissima dalle altre grandi città degli Stati Uniti. C'è poca fretta, poca urgenza di arrivare, poco caos a parte un costante sottofondo musicale ad ogni block.
Sicuramente un buon compromesso tra relax e divertimenti.
In macchina ad esempio sembrano più o meno tutti rispettare i limiti di velocità, sarà per paura delle multe, ma raramente ho visto gente andare così piano in una strada a 8 corsie in mezzo a palazzi e attraversamenti pedonali.
Ci vivrei sicuramente per un paio di motivi. Fa sempre caldo in qualsiasi mese dell'anno. Potrei fare un bagno prima e dopo il lavoro. 
Senza nulla togliere all'assuefazione da Oreo.

Ps. Per la serie il segno dei tempi: Ho portato la reflex, ma ho scattato ben poche foto. Tutte con lo smartphone. È brutto da dire, ma è la verità.

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