La vita in diretta

Lo scorso venerdì, dopo un'interminabile (gli UCI Cinema hanno tempi pubblicitari e tempi morti infiniti, Arcadia Cinema tutta la vita) e piuttosto deludente visione di X-Men: Apocalisse, ho fatto una fatica terribile a prendere sonno.

Ho letto distrattamente qualche pagina de I guerrieri del ghiaccio, sfogliato qualche articolo sul mio Feedly, ma poi, sopraffatto dalla noia degli aggiornamenti social, sono capitato infine su un'applicazione mai aperta prima sul mio smartphone: Periscope. 

Mi si è aperta una finestra su un nuovo mondo. Popolato soprattutto da teenager solitari o coppie di amici/che, uno sguardo (spesso fisso e privo di parole) sul loro piccolo universo confinato in qualche minuto di trasmissione dalla telecamera frontale dei loro smarphone.
Ho percepito tante emozioni: molta solitudine, protagonismo, voglia di essere accettati e ascoltati, grande fatica a comunicare, o in altri casi la messa a nudo del proprio essere. 

Poi ho provato a riflettere da appassionato dei media. Twitter grazie a Periscope ha reso disponibile questo tipo di piattaforma già da diversi mesi, solo da qualche giorno anche Facebook con il suo Continuous Live Video.
Proprio quest'ultimo permette di trasmettere in modo perpetuo una diretta video (senza però la possibilità di salvarlo sulla piattaforma una volta terminato lo streaming. Ad oggi Facebook salva video della durata massima di 90 minuti per poi essere rivisti una volta terminata la diretta) abilitando così di fatto lo streaming della vita in diretta

Quella qui sopra è la Live Map di Facebook. Accedendovi da desktop si possono facilmente raggiungere tutti i live streaming attivi in quel momento, i pallini più grossi e lampeggianti indicano le trasmissioni con più spettatori e passandoci sopra con il mouse si può vedere da dove provengono gli spettatori di quel particolare programma.

Non ho utilizzato casualmente la parola programma. Queste due app, includiamo anche Meerkat per chi ancora lo utilizza, non introduco nulla di nuovo tecnologicamente parlando, ma stanno avendo successo dove lo streaming di YouTube non è riuscito ad imporsi per la grande massa. Ovvero uno spazio per gente comune, non dotata di particolari abilità o conoscenze da poter catalizzare l'attenzione in un canale da milioni di iscritti, ma con la sola voglia di mostrarsi al mondo con due tap sul proprio smartphone per qualche minuto al giorno e raccontare la propria storia. 

No, questi nuovi broadcaster non sono YouTuber, stanno invece traendo il massimo dell'interazione delle proprie amicizie su Facebook, dalla capacità delle proprie pagine di raggiungere fan o dai follower su Periscope. 
Eccoci a sbirciare la vita degli altri, ad entrare nella loro quotidianità perché ce l'hanno permesso, abbracciando così nuove forme di interazione.
Una televisione formata da infiniti canali, pronta per essere fruita ad ogni ora del giorno e della notte, ma dal contenuto ogni volta differente. Mi ricorda un po' la logica di Chatroulette, benché qui non si possa rispondere con video e voce, ma solo con emoticon e parole. 

In 10 minuti ho assistito a una sfilata di moda, una trasmissione radio dalle isole Mauritius, la ritrasmissione del segnale televisivo turco, una mamma americana appena alzata raccontare un lunghissimo rant contro un'altra donna, allenamenti di tennis nel sud del Portogallo, ragazze in spiaggia a Sestri Levante, due redazioni giornalistiche raccontare le notizie locali e la conferenza stampa del Novara Calcio. 

Da qui alla monetizzazione il passo è breve, soprattutto se si considera la crescente audience e le opportunità di fare qualcosa di creativo. E mi immagino già dirette di reality TV trasmessi unicamente su Facebook. Esempi di programmi televisivi che hanno abbracciato appieno il digitale già ce ne sono, uno su tutti che posso citare è GameTime che utilizza la propria pagina Facebook per trasmettere le puntate in diretta. Oppure la BBC in diretta con un programma scientifico sul trapianto di alcune parti di occhi da maiali ad umani. 

Ho notato, infine, un'intensa attività provenire dal sud-est asiatico, non so spiegare se per ragioni culturali, di diffusione di banda larga o che altro, però un'interessante fenomeno da studiare. 

Provando a mescolare un po' gli elementi in gioco, così come le tecnologie a venire non è difficile pensare ad un futuro di trasmissioni in VR in cui tutti potremmo ritrovarci in una pubblica piazza ad ascoltare qualcun'altro parlare o interagire con l'altra parte del globo senza doverci muovere dal divano di casa. Second Life anyone? 

Ciò che risiede nelle fondamenta stesse di Internet è l'instancabile voglia di comunicare e interagire, se poi ciò si traduce con una mescolanza di amici vicini e lontani o perfetti sconosciuti poco ci importa.
L'obiettivo è accorciare le distanze, prima con la voce, poi con la grafica, poi con il video in real time e molto presto simulando la realtà.

Che questo sia un bene o un male lo comprenderemo solo tra qualche decennio. Se finiremo lobotomizzati o sapremo ancora apprezzare emozioni carnali dipenderà solo da noi e da che utilizzo faremo della tecnologia che stiamo sviluppando.

Resta assodata una cosa: ricordiamoci sempre di essere noi in controllo

Ancora sugli influencer

Un annetto fa di questi tempi parlavo proprio di quest'argomento. Tirando fuori forse il discorso più basilare, quello della reputazione.

Poi un mese fa c'è stato un nuovo sussulto della rete nostrana con fiumi di tasti pigiati per raccontarcela ancora sulla questione influencer. 

Il tutto parte da un'articolo su Il Fatto Quotidiano dalla discutibile natura analitica (e carico di profonda gelosia secondo me) e poi prosegue in altri post (Wired, Medium per gli altri basta farvi un giro online).

La cosa che mi lascia stupito deriva dall'ancora enorme indignazione e generalizzazione provata. Se ancora gli influencer vengono confusi con saltimbanchi e imbroglioni significa che allora in questi anni non si è capita una stramaledettissima ceppa. O meglio, le aziende e le agenzie sulle quali fanno affidamento sono rimaste un passo indietro rispetto al mondo reale. 

Oggi il vero influencer ha imparato bene a campare "alle spalle" delle grandi compagnie, ma allo stesso modo sa bene come districarsi per mantenere la propria reputazione ad un certo livello. E c'è da fare un bel distinguo con chi accetta la qualsiasi proposta pur di mangiare a sbafo elogiando un giorno un brand e quello dopo lo becchi a fare lo stesso con il diretto competitor.

Proprio oggi ho strabuzzato un po' gli occhi leggendo di 30.000 $ pagati ad una persona per stare su Snapchat ad influenzare il proprio pubblico. Ripensandoci non è nemmeno una follia così grande. 

Provate a pensare a cosa avviene con lo showbiz ogni giorno in ogni parte del mondo. VIP e personaggi in grado di "influenzare" pubblici di riferimento vengono pagati per raccontarci delle storie, comunicarci un messaggio. Qualsiasi sia il loro campo. Il post di Mark Shaefer riassume bene la cosa: 

The idea of somebody getting $30,000 for a Snapchat story might seem insane but that is where the world is heading. How many people out there can create that kind of art and command massive Snapchat attention? Very few.
Of course the same thing is happening on Periscope, YouTube and blogs. With the advent of Facebook Instant Articles and live video, a new set of stars will probably emerge on Facebook content channels, too.
So with this tight supply of effective influences and growing demand, we would expect two things to happen.
  1. Becoming an “influencer” is going to be a legitimate and profitable career choice (at least short-term) and we will see increased competition as people jockey to stand out. Although creating snappy YouTube or Periscope content may seem easy to do, it probably requires about the same skill level a successful stand-up comedian, a commercial artist, or a TV news anchor. In other words, it’s not easy to do and those who make it and will be in high demand.
  2. Because of the severe shortage of effective influencers, marketing and ad agencies will have to have contract with the stars and act like a talent agency, connecting content creators with brands.

No. Non è una bestemmia dire che tra i cialtroni e i saltimbanchi ci sia davvero qualcuno con del talento. 
Ok. Sarà bravo a dire cazzate a profusione, oppure uno stimato professionista molto competente, ma tant'è ha vinto lui. Ha capito come usare il suo talento e l'ha plasmato per raggiungere qualcuno disposto ad ascoltare. E oggi con un click arrivi lontano.

Ci credi che questo video, privo di significato all'apparenza, ha raggiunto quasi 140 milioni di visualizzazioni? 
Un ulteriore stimolo per non fermarsi alle apparenze e appaiare gli accattoni del buffet a chi online è capace di generare empatia, interesse e appunto influenza. 

Il punto cruciale e più difficile è la misurazione e il ritorno sull'investimento fatto, ma questo è e resta compito delle aziende che intraprendono questo tipo di azioni giudicare. Evidentemente, se continuano a farlo, un motivo ci sarà. 

E poi, con i giornalisti non si è sempre fatto?

Chiudo citando il mio influencer 😁 sull'argomento, ovvero Piero.

Dovrebbe essere chiaro, dopo questi cinque minuti di lettura che:
  • essere popolari non significa necessariamente essere influencer (per un progetto dove necessariamente devo raggiungere tante persone diventa un parametro rilevante invece)
  • un testimonal è un influencer e può essere ottimale come scelta
  • esistono tanti influencer e la scelta dipende dal progetto e dalle persone che devo raggiungere
  • non esistono influencer assoluti

Quale ristorante scegliere?

Le "regole" di Internazionale, quelle in fondo, all'ultima pagina spesso sono le cose più divertenti e taglienti del numero che avete in mano. Hanno la semplicità di raccontare in modo tagliente la realtà di tutti i giorni. Come quella di scegliere un ristorante in base a dei segnali inconfondibili: 

  1. Se il cameriere esordisce dicendo “sapete già come funziona”, alzati e vattene.
  2. Diffida dei ristoranti a doppia nazionalità: il giappo-cinese o l’ithailian sono innesti contronatura.
  3. Per scoprire il livello di un ristorante, chiudi il menù e vai a controllare i bagni.
  4. Lungo l’autostrada il numero di tir parcheggiati fuori vale più delle stelle Michelin.
  5. Se c’è il menù appeso fuori, diffida; se c’è la traduzione in inglese, allontanati; se ci sono le foto delle portate, scappa.

Indubbiamente il punto 4 è il più importante di tutti. Il quinto è, tranne per le foto, forse un luogo troppo comune. 
Di mio aggiungerei: 

  1. Tira dritto in quelli dove c'è uno alla porta che urla per farti entrare a tutti i costi
  2. Controlla sempre prima se la stampa con i pallini gialli di TripAdvisor appesa fuori è dell'anno corrente o di 4 gestioni prima
  3. Chiedi sempre prima se prendono l'AMEX, o preparati a lavare i piatti se sei uscito solo con quella
  4. Se ordini acqua naturale e ti portano la bottiglia già stappata, l'80% delle volte e acqua del rubinetto
  5. Evita le polpette di venerdì. Sono gli avanzi di tutti i giorni precedenti
  6. Se quando prenoti ti dicono che ci sono due turni e che tassativamente alle 21.30 ti devi alzare se decidi per il primo, il listino prezzi è a quota popolare. Fidatevi, è così
  7. Quando entri dai uno sguardo ai tavoli. Se trovi nell'ordine tovaglia rossa di stoffa quadrettata, tovaglietta di carta riciclata marrone chiara, tovagliolo di stoffa bianchissimo, coltelli Kaimano e il classicissimo bicchiere Duralex, allora saprai che a) si mangerà tanto b) ci sarà un ragù eccezionale c) la ciotola del parmigiano è più grande del piatto dei primi d) alla fine ti porteranno la grappa assieme al caffè senza richiederla

Qualche altro luogo comune? 

I dischi di inizio Maggio 2016

Dopo il primo post del mese scorso, visto il discreto successo, ho deciso di replicare e creare uno spazio mensile delle migliori uscite per il genere Rock, Alt. Rock, Hard Rock et similia. 

Questo inizio 2016 ci sta regalando delle prime perle, l'abbiamo visto con i Parquet Courts, già menzionati il mese passato, e con le prime uscite del mese di maggio (Ogni album sotto menzionato ha un link a Spotify e si può ascoltare gratuitamente).

C'è tanto blues con Dan Patlansky e l'album Introvertigo, il figlio di Paul, James McCartney, tira fuori un album rilassato, dal rock non troppo potente, ma con sonorità simili a NEW del papà. I Seratones mantengono le promesse dei primi singoli usciti qualche mese fa, Get Gone è ricco di spunti interessanti e la voce femminile di AJ Haynes è capace di volteggi imprevisti tra acuti e toni molto bassi.
L'ultimo di Tremonti me l'ero perduto, non è stato molto pubblicizzato e non c'è nemmeno sui servizi di streaming. L'ho acquistato per la maglia. Niente di nuovo sotto al sole, molto simile al precedente, catchy è Catching Fire. 

Da non perdere questi primi due. Forse tra i migliori album di questi primi 5 mesi dell'anno. L'EP dei Pretty Vicious, Cave Song, è breve, troppo breve perché ne vorrei ascoltare molte altre di canzoni prodotte da questi ragazzini gallesi di diciassette anni pieni di gioiosa rabbia e in fondo voglia di evadere dalla provincia e allo stesso modo esaltarla orgogliosamente. Meritano la pubblicazione del singolo omonimo. 

Gli Yak e il loro Alas Salvation sono un acido miscuglio di punk londinese, Jack White (per la quale etichetta hanno pubblicato l'EP "No") e The Strokes. Da ascoltare più e più volte e possibilmente andare ad un loro concerto, speriamo presto. 
Ultimo in lista Robin Trower per qualche minuto di rilassato blues. 

Contenuti e Re

Ho letto con vivo interesse il post su Link, Content Is The King? a firma di Luca Cadura (Fondatore di Kenturio. Precedentemente è stato Presidente e Amministratore Delegato di NBCUniversal Italia).

Di norma i miei post a tema comunicazione e media sono per lo più polemici, caustici e vanno poco lontano. Questo non è uno di quelli. 
Mi piacerebbe provare ad intavolare una discussione da persona interessata o meglio da utente e fruitore altamente ingaggiato dai contenuti televisivi e multimediali in genere, veicolati nelle peculiari modalità innovative degli ultimi anni: on demand, online, contenuti pescati sulla coda lunga.

E siccome su Link non c'è una sezione commenti, provo a fare qualche riflessione, ripeto, da spettatore e comunicatore, su quanto scritto da Luca, esperto in materia e uno che mangia e respira televisione quotidianamente. 

L'articolo parla del cambiamento repentino della modalità di distribuzione dei contenuti televisivi e come quest'ultimi non sarebbero più i soli a far vincere un competitor sull'altro, ma in generale serve equilibrio tra prodotti, reti e distribuzione. In linea generale sono piuttosto d'accordo con il post, ma ci sono alcuni passaggi sui quali ho fatto un po' di fatica a capire, tipo:

Per avere successo, infatti, un bel contenuto necessita di essere visto da un grande numero di spettatori. E di conseguenza una distribuzione che colpisca un importante quantità di bersagli potenziali è altrettanto importante che proporre un contenuto di alta qualità. E poi il contenitore ha una sua rilevanza perché tutti ci sentiamo rassicurati se un prodotto ci viene proposto da un marchio, un brand, un’emittente di cui già ci fidiamo. Immaginate che per qualche caso una nuova serie di grandissima qualità (ma sconosciuta – pensate alla prima stagione di Game of Thrones o diHomeland) fosse acquisita da una rete minore. Uno di quei canali dai nomi sconosciuti ai numeri alti del digitale terrestre. La serie avrebbe successo? La sua qualità porterebbe in automatico notorietà e spettatori? Ovviamente no.

La cosa però che, almeno personalmente, non ho mai visto fare è una piccola emittente in grado di avere abbastanza danari da potersi permettere contenuti la cui produzione è costata milioni di dollari, sulle quali le major stesse a volte scommettono le loro fortune. E sulle quali, spesso, sono costrette a fare un passo indietro proprio perché la serie non ha successo.

Perché? Non è piaciuta. Purtroppo in Italia viviamo, in questo particolare settore, soprattutto in quello delle serie TV, di riflesso agli Stati Uniti. Al di là di qualche produzione nostrana come Gomorra o le fiction di Canale 5 con Gabriel Garko e Manuela Arcuri, non produciamo nulla di nuovo. Importiamo tutto e ci dobbiamo "accontentare" di ciò che ha già avuto successo all'estero e, come giustamente dice Luca, è stato prodotto dalle stesse major in grado di distribuire esse stesse il contenuto: HBO, AMC, Fox, USA, Hulu, Netflix, Amazon e moltissimi altre. 

In passato, come i grandi eserciti potevano cullarsi nell’avere l’arma totale (il fuoco, la falange, le armi da fuoco, le atomiche), le reti potevano provare a identificarsi con i prodotti che distribuivano. Se volevi vedere quelle cose le trovavi solo su quella rete. Oggi però i programmi si trovano dovunque, a seconda della finestra di distribuzione: lo stesso film può essere in pay, in free e disponibile on demand. Senza parlare delle opzioni illegali di accesso ai contenuti. E questo vale soprattutto per i contenuti pregiati, quelli più costosi. Quindi?

Io non ne sono tanto sicuro. Da fruitore identifico Mediaset e Mediaset Premium come quelli che hanno la Champions League per tre anni, che hanno Arrow, Flash e Mr. Robot. Così come identifico Sky come quelli che hanno l'Europa League, Game of Thrones e The Walking Dead. 
A voglia se identifico un contenuto con la rete che la trasmette e spesso la produce anche. 

I contenuti (soprattutto nella loro versione online) sono difficilissimi da reperire una volta trasmessi sul tubo catodico, a meno che si paghi un abbonamento a una specifica rete. Vedo solo Amazon e iTunes vendere serie intere in modo digitale, ancora una chimera per il mercato italiano (Mr.Robot, ad esempio, non l'ho ancora vista acquistabile digitalmente senza dover sottoscrivere necessariamente un abbonamento a Mediaset Premium).

La conclusione a cui arrivo è che il contenuto rimane sempre in testa e nella testa di tutti. Lato utente e fruitore, come già scrivevo qualche mese fa, sarei disposto a pagare di più di 9.99 euro in modalità flat un servizio unico che mi garantisca un accesso TOTALE, facile e veloce. Non mi interessa poi molto se a farmelo vedere è Netflix, Fox, Sky o chi per esso, per me sono solo delle piattaforme di accesso, una moneta di scambio tra moneta e valore per me interessante. 

È la mia personalissima chimera e il sogno che immagino i creatori di Popcorn Time avessero nel cassetto infrangendo molte leggi a livello planetario. Ma se ci è riuscito il mondo della musica non vedo perché non ci possa riuscire anche il mondo TV e del Cinema. Forse esistono ancora troppi interessi e un modello di mercato costruito in maniera più complessa.

E no Netflix non è l'equivalente di Spotify. Spotify non è una casa discografica. Apple TV? No è solo una finestra verso altre verticalità, bisogna comunque abbonarsi a dei servizi singolarmente e sborsare una cospicua somma di danari.  

Rubando un aforisma a V per Vendetta: Il contenuto domina. Almeno per chi sta al di qua del televisore.

adidas, perché?

Oggi alle 17.00 allo Juventus Stadium, addobbato a festa per la conquista dello scudetto 2015/2016, è andata di scena una tragedia
I giocatori della Juventus sono scesi in campo con la nuova maglia che indosseranno la prossima stagione per le partite in casa: oggettivamente un orrore.

Facciamo un passo indietro, per dare un po' di contesto. 

La Juventus ha terminato nella stagione 2014/2015 la sua collaborazione tecnica con Nike, passando definitivamente non solo ad adidas (c.a. 10,5 milioni di euro in più a stagione rispetto a Nike), ma anche alla decisione storica di gestire da sola il merchandising rinunciando al minimo garantito di adidas (c.a. 6 milioni di euro).

Ad oggi i numeri danno ragione alla società. La Juventus si posiziona come la nona o settima (dipende da quale classifica si considera: 1 o 2società al mondo per vendita di magliette, con un fortissimo boost nei mercati orientali. adidas in questa particolare classifica ha quasi un monopolio totale, tra i grandi club solo Barcelona e Atletico Madrid hanno ancora Nike, quasi tutti gli altri (eccezione Arsenal con Puma) hanno il brand a tre strisce come sponsor tecnico.

Non ho una passione spropositata per il marchio di Herzogenaurach, infatti ho storto già parecchio il naso per l'obbrobrio proposto quest'anno con la seconda maglia, un accozzaglia di elementi grafici senza nessuna interconnessione con i colori della squadra o della città se non per lo storico rosa.

E ora questa. Ma cosa non va nella maglia?

  • Dove sono finite le storiche strisce? 
  • Solo a me ricorda un'autostrada con in mezzo uno spartitraffico?
  • Perché sulla prima maglia lo sponsor Jeep non riesce mai ad essere stampato in tessuto e deve avere sempre questo gommoso adesivo che sembra fatto con Paint? (2012, 2013, 2014, 2015)
  • Non potevate chiamare chi ha disegnato la terza, meravigliosa, maglia di quest'anno?
  • Non conosco il processo di design, pensiero, decisioni attorno alla realizzazione di una maglietta di calcio, ma immagino sia un progetto da sottoporre alla decisione della società. Chi diavolo ha deciso per questa follia, insomma?
  • Perché inserire un giocatore possibile partente come Morata? (l'anno scorso è stato fatto con Coman, che negli ultimi giorni di mercato è andato via) Ma soprattutto tra tutte le bandiere che abbiamo in squadra, perché scegliere un ex-Inter e certamente non un idolo del popolo bianconero come Hernanes?

Ultimo rant. I colori della città di Torino sono il blu e il giallo e spesso li abbiamo adottati per la nostra seconda maglia. In un'occasione ci ha portato particolarmente bene, o meglio, abbiamo associato la scelta di questi due colori come un porta fortuna, visto che indossandoli abbiamo vinto la Champions League nel 1996.

Nel corso degli anni, invocando proprio questi fantasmi del passato, molti sponsor tecnici hanno provato a riproporli, ma da quando siamo diventati il Chelsea? Questa sarà la seconda maglia per la stagione ventura. Non oso immaginare come sarà la terza...

Speriamo solo porteranno in cassa i liquidi necessari per raggiungere altri obiettivi importanti, ma vi prego, il prossimo anno pensateci 20 volte prima di approvare una maglia del genere. D'accordo le ragioni di marketing, ma snaturare la storia non è sempre una buona cosa.

Instachange

Ormai non è più notizia il cambio di veste di Instagram che ha svelato ieri nuovi loghi per le applicazioni ad essa collegate e un re-design della piattaforma mobile all'insegna del minimalismo e della pulizia. 

Le nuove icone app di Instagram, Layout, Boomerang, e Hyperlapse

Le nuove icone app di Instagram, Layout, Boomerang, e Hyperlapse

Come è già accaduto in passato, il fuoco dei detrattori si è acceso in men che non si dica, concentrandosi sul cambiamento principale, il logo dell'app Instagram. La scelta di quei colori vividi e accesi ha scatenato reazioni negative e frustrazione di tanti utenti su twitter, così come in generale sui siti di tecnologia, con una comprensibile isteria dettata dall'umana natura di essere restia al cambiamento.

Nel corso degli ultimi mesi, del resto, non c'è stata una sola volta in cui un cambiamento grafico e di design sia stato in grado di mettere tutti d'accordo. Ricordate TIM? Enel, Uber e adesso Instagram. Tuttavia, come si dice "Haters gonna hate" (e qui c'è un bel pezzo da leggere sull'argomento) con buona pace di tutti.

L'unico spunto originale e da pensiero laterale l'ho trovato nell'articolo di The Atlantic bravi ad osservare l'abbandono dello scheumorfismo, stilisticamente richiamante qualcosa di antico come una macchina fotografica vintage, per lasciare spazio ad un'icona talmente minimalista da poter essere associata al significato che si ritiene maggiormente opportuno

The new Instagram logo is two circles in a square, one of the most basic iconographic representations of a camera-like object that I can fathom. Two circles and a square represent a lens, a light source, and a web connection—except even the web connection is implicit. Once, Instagram attracted users by constantly citing precedent, by reminding users of their predecessors, by dunking every feature in a warm bowl of chunky nostalgia. Now, Instagram’s just some lines on a screen. You know what to do with it.  

Personalmente trovo azzeccata questo tipo di interpretazione e lo sforzo di senso fatto da Instagram, tuttavia la scelta di questo gradiente per il logo dell'app è come un pugno nell'occhio con uno sforzo davvero basilare rispetto a tutta la serie di valori condivisi per arrivare a quel tipo di scelta: 

Since these early “flattening” explorations lacked the visual weight of the original, we turned our focus to figuring out exactly what people loved about the classic icon and how we could carry that over. Anecdotally, we knew that people loved the rainbow and the camera lens was a key visual element. As a part of our process, we also asked people at the company to draw the Instagram icon from memory in 5 seconds. Almost all of them drew the rainbow, lens, and viewfinder.

Questo quote arriva dal post fato dall'head of design di Instagram su Medium. L'ho trovata un po' troppo sempliciotta come giustificazione primigenia per iniziare a lavorare ad un cambiamento di questo tipo, una nuova identity per un app utilizzata da milioni di persone. 

Avrei trovato sinceramente molto più in linea sfruttare quella a sfondo bianco, utilizzata invece per i canali social di Instagram. The Next Web ha lanciato un sondaggio su Twitter, 2700 e passa persone sono un campione statisticamente rilevante, le reazioni come detto all'inizio, non sono delle migliori.
Ma come dice Brian Solis, proprio parlando di come AirBnB e molti altri brand abbiano scopiazzato i propri di loghi, la forza di questi cambiamenti risiede nel far percepire tutto ciò che un simbolo si porta dietro, e direi che Instagram nonostante tutto ha la forza per sorreggerlo e continuare a dimostrarlo, è sufficiente dare un'occhiata a quanto la community ha realizzato proprio per l'occasione con la campagna: #myinstagramlogo

Spritz St Germain

Ai primi caldi Milano cambia pelle. Ai primi caldi ci si ritrova in qualsiasi locale in grado di offrire cocktail decenti ed un buffet sufficientemente accettabile per evitare di passare la serata senza morire di fame e/o a caccia di un kebabbaro aperto. 

Il must è essere all'aperto

Personalmente non sono tipo da cocktail, preferisco una buona birra bianca artigianale (a proposito consiglio la SU DE DOSS de Il Birrificio di Lambrate anche se è quasi impossibile trovarla), ma in mancanza di quest'ultima è inevitabile discendere nell'inferno delle interminabili liste dei menu dei bar.

A questo si aggiunge il doveroso calcolo della variante di serata, se si guida, se non si guida, in quanto tempo si riesce a smaltire il contenuto liquido ingerito e tante altre belle paturnie per evitare di svenire per coma etilico dopo due bicchieri, oppure di berne 20 prima di sentire qualche giramento di testa.

Ad ogni modo, da come si evince l'indecisione è grande in me e spesso mi ritrovo a dire "Due!" subito dopo qualche amico che sapeva già cosa prendere ancora prima di organizzare la serata. 

Un paio di settimane seduto allo UGO di via Corsico mi sono ritrovato a fare lo stesso (provate a dare un'occhiata alla lista e ditemi se non sareste stati in difficoltà anche voi..), scopro così l'esistenza di una variante molto interessante allo spritz (occhio che quello originale veneto non ha l'aperol, c'è tutta una storia dietro), lo Spritz St Germain (benché soltanto ieri sera ho scoperto realmente il suo nome cercando di farmi capire in un altro bar😁). 

Ho cercato online la ricetta e cosa contenesse, ognuno ha la sua versione, ma quella che probabilmente si avvicina di più a quella assaggiata è la seguente:

5/10 prosecco
2/10 di St Germain - Che è un liquore francese ai fiori di sanbuco con una storia molto artigianale alle spalle.
3/10 di seltz o soda
Ghiaccio

C'è chi inserisce anche lime o foglie di menta, ma preferisco di gran lunga questa alternativa "liscia". Il risultato è più o meno il seguente, ovviamente con gli ingredienti sopra elencati.

Bon, per me è il cocktail pre-cena preferito del momento. È leggero al punto giusto, dolciastro all'inizio, ma secco una volta andato giù. Sufficientemente leggero per proseguire con cose più toste e corpose, ma sempre un ottimo inizio. 

Finalmente saprò anche io cosa ordinare la prossima volta, ma soprattutto non finirò col solito, violentissimo, invisibile alla fragola.

Parla meno. Fai.

Ma soprattutto diffida da chi costruisce castelli in aria. Dalle mie parti si chiamano baùscia, ed è meglio saperli riconoscere molto bene.

Want success? Talk less. Do more.
One more thing: People who do stuff don’t even have the time to talk about it.
So next time you catch some idiot boasting about his big goals (online or offline), don’t feel bad about yourself, just laugh it off and understand they’re full of shit.
You know better. So let’s get back to work.

Via.

Non è andata poi così male

Axl Rose, cantante e leader dei Guns N' Roses, sta momentaneamente sostituendo Brian Johnson, cantante e leader degli AC/DC, nel loro tour europeo.

Al di là della faccia schifata dei puristi, non sembra essere andata così male. Poi con la mia canzone preferita della band australiana, è andata proprio bene

Saranno tutti dei vecchietti ormai, ma sanno ancora il fatto loro.