Un'opinione su tutto

E così ci ritroviamo a indignarci ogni giorno per una cosa diversa. A essere ogni giorno schieratissimi, sulle nostre fottute bacheche. Stupidi, il più delle volte. A prendere le parti dell’uno o dell’altro. A parlare per giorni del diritto delle culone di indossare gli shorts (e io sono culona, sia chiaro, e ho parlato di body-shaming in Italia quando mediamente si ignorava cosa fosse il “body-shaming”, però a una certa anche basta); a dividerci nel partito dello Snapchat e quello dell’Instagram Stories; a condannare qualcuno per qualcosa, oppure a difenderlo, sempre con un preoccupante fanatismo e un'insopportabile superficialità; a essere Charlie Hebdo e, dopo qualche mese, je ne suis pas charlie, che io dico: RIPRENDETEVI. Pensateci due volte di più, siate meno emotivi, porcozzio, prima di spiaccicarvi simboli e bandiere in faccia.

L'articolo di ieri de Linkiesta tratta forse l'argomento degli argomenti. La diffusione dei social network, così come di qualsiasi bacheca digitale in genere, ha aperto le gabbie alla qualsiasi.

Le opinioni incontrollate, condivise sempre e comunque, schierate a favore di qualcuno o qualcosa rispetto ad un altro personalmente credo non siano figlie della comunicazione via web e della sua elevazione alla potenza grazie a delle piattaforme in grado di consentirlo con estrema facilità.

Siamo sempre stati così, il genere umano intendo e non gli italiani in genere. Basti pensare al dibattito politico, nel momento stesso in cui c'è un evento sportivo (calcio su tutti), le assemblee condominiali, un qualsiasi argomento discusso a colazione in un qualsiasi bar.

Siamo tuttologi per natura, non possiamo farne a meno. 

Facebook, ma credetemi tutte le piattaforme ne sono affette, ha soltanto esteso la catarsi per la quale se si vomita qualsiasi cosa si abbia in testa, allora si è parte di qualcosa, no FOMO no party.

E l'articolo ha perfettamente ragione su una cosa. Il silenzio è d'oro, solo che tutti gli altri metalli sembrano attirarci di più, purtroppo.

Virtualità Reale

Venerdì notte su Rai 5 è andato in onda un documentario su Woodstock '94 e '99. Al di là del banalissimo commento, i programmi belli ormai li trasmettono solo a notte fonda, una scena mi è rimasta impressa più di tutto il contorno musicale.

Il commento di una ragazza che girando per i padiglioni adiacenti ai palchi principali, mostrava l'alienazione procurata dal consumismo. I padiglioni infatti ospitavano dei temporary store di musica ed elettronica che per il '94 apparivano effettivamente un po' troppo fuori contesto.

L'ultimo fotogramma si concentrava su un video giocatore solitario, con la voce fuoricampo a tuonare: guardate questa gente anti-sociale, solitaria, preferisce stare qui a guardare un monitor piuttosto che godersi lo spettacolo e approfondire le relazioni interpersonali. 

Tutti i torti quella ragazza della generazione X non li aveva. Non li aveva se contestualizzati in quel preciso momento storico, ma difficilmente sostenibili da lì a poco. 

I videogiochi, da tecnologia solitaria e alienante (senza dover andare a scomodare le fin troppo facili associazioni tra videogiochi e violenza) anche grazie al parallelo sviluppo di internet e delle modalità multiplayer, sono finiti per diventare delle piattaforme di aggregazione molto potenti.

Una deriva difficilmente prevedibile oltre 20 anni fa. 

C'è una tecnologia che negli ultimi 5 anni sta subendo una brusca accelerata, una visione che arriva da lontano, forse proprio grazie ai videogiochi, la realtà virtuale.

Ad oggi credo di sentirmi come quella ragazza nel 1994. Benché sia un nerd me medesimo, faccio fatica a comprendere e ad appassionarmi a cosa sta accadendo in questo frangente tecnologico e ogni tanto mi sento di dare credito a chi paradossalmente con la realtà virtuale non ha nulla a che fare: Paolo Villaggio.

Sul numero di Panorama della scorsa settimana c'è un articolo a sua firma proprio sull'argomento, ma io posto la chiosa, perché merita una seria riflessione e impone alla nostra generazione di impegnarsi con attenzione per capire come sfruttarla al meglio e a cosa ci condurrà: risvolti psicologici etc.

image.jpg

Non è un'opinione da censore o bacchettone la mia, ma come tutte le tecnologie ancora in divenire, così come ciò che non conosciamo, ci fa inevitabilmente paura. Il futuro ci dirà di più, se sarà una cagata pazzesca oppure no.

Ps.: Per chi se lo chiedesse, si ho provato in tre occasioni caschetti per la realtà virtuale, non mi hanno entusiasmato, ma concederò nuove prove più avanti.

Smettere di procrastinare

Prima di partire per le vacanze, forse per la prima volta in 10 anni, ho deciso di allontanarmi consapevolmente dalla tecnologia. Il PC del lavoro spento per tre settimane, nessuna risposta ad email fossero professionali o personali. 
Lo smartphone unico compagno per condivisione foto, accordi per ritrovi con amici, musica. Disattivato tutto il resto. Stop.

Un giorno però ho fatto uno strappo alla regola. Ho aperto il mio feed reader per passare un po' il tempo tra un tuffo e un altro. Tra i primi scroll mi imbatto in uno riguardante lo smettere di procrastinare. Questo il video che lo accompagnava:

Il rimandare qualcosa che si dovrebbe fare è in realtà un po' diverso da qualcosa che invece si ha voglia di fare, ma credo che i meccanismi neurali che si inneschino siano pressoché identici. Ci si riempe di giustificazioni per rimanere confinati in comfort-zone, in modo da non dover affrontare impacci inutili. Tipo non sentirsi all'altezza o sentirsi inadeguato. Le distrazioni, poi, fungono da commodity alle quali aggrapparci nel momento in cui c'è un ostacolo che appare troppo grande da essere affrontato.

Ma il video si conclude con un concetto interessante. L'elasticità del cervello umano è impressionante, ci garantisce gradi di apprendimento a qualsiasi età, con ovvi livelli di difficoltà nel raggiungere gli obiettivi prefissati all'aumentare degli anni, ma con la dovuta preparazione e allenamento si possono abbattere le barriere del questo non riuscirò mai a farlo

Tutto 'sto preambolo per dire cosa?

Nel 2009 (sì nel 2009) scrivevo questa cosa. 7 anni e tanta procrastinazione dopo mi sono convinto. Spolverato di dosso la convinzione di essere troppo cresciuto per imparare a suonare uno strumento musicale.
Non è stato facile ammetterlo. Non sarà facile imparare i rudimenti della musica e di uno strumento come la batteria, ma è realtà. 

Tra una settimana inizierò le lezioni, non mi aspetto nulla, non ho bisogno di diventare un batterista da tour, ma sfidare me stesso a fare qualcosa che avrei sempre voluto, ma che stupide paranoie me lo impedivano. 

Realtà vs Fantasia

La seconda stagione di Mr. Robot è iniziata da qualche settimana ormai, complici le vacanze, solo nel weekend sono riuscito a guardare qualche episodio. 

Nei primi cinque guardati il nerdismo, la programmazione e il codice hanno lasciato il posto a un dramma psicologico di proporzioni pantagrueliche. Oltre ad assistere ad una lotta intestina di Elliot con la propria doppia personalità, c'è poco altro. 

Tuttavia è facile notare come i testi e i monologhi autoreferenziali, di cui Mr. Robot trabocca, poi tanto personali e buttati a caso non sono. Lo spunto riflessivo sulla quotidianità di ogni episodio è piuttosto importante, andando a toccare tematiche scomode, ma riuscendo a farlo in maniera brusca e diretta. 

Senza mandarle a dire insomma, l'intreccio tra religione, pragmatismo e ferma credenza nel potere dell'uomo sul proprio destino alla fine è arrivato. Credo piuttosto normale, un passaggio obbligato, in una fiction che chiaramente mira a mostrare come le nostre vite regolate da macchine siano sempre sull'orlo di un fragile baratro regolato da chissà quale bug. 

Il monologo è potente, crudo e immagino possa lasciare con poche risposte sensate anche i più ferventi credenti. Al di là del discorso ateo spinto si può facilmente riconoscere l'ironia dell'espressione di un'opera di fantasia nell'atto di spiegare l'assurdità di qualcosa di altrettanto fantastico come l'esistenza di un dio invisibile.

E che siate credenti o meno, fa riflettere.

"Is that what God does? He helps?

Tell me, why didn't God help my innocent friend who died for no reason while the guilty ran free?

Okay. Fine. Forget the one offs. How about the countless wars declared in his name?

Okay. Fine. Let's skip the random, meaningless murder for a second, shall we? How about the racist, sexist, phobia soup we've all been drowning in because of him?

And I'm not just talking about Jesus. I'm talking about all organized religion. Exclusive groups created to manage control. A dealer getting people hooked on the drug of hope. His followers, nothing but addicts who want their hit of bullshit to keep their dopamine of ignorance.

Addicts! Afraid to believe the truth. That there's no order. There's no power. That all religions are just metastasizing mind worms, meant to divide us so it's easier to rule us by the charlatans that wanna run us. All we are to them are paying fanboys of their poorly-written sci-fi franchise.

If I don't listen to my imaginary friend, why the fuck should I listen to yours?

People think their worship's some key to happiness. That's just how he owns you. Even I'm not crazy enough to believe that distortion of reality.

So fuck God. He's not a good enough scapegoat for me."

Stranger Things

8 episodi da incorniciare. 8 episodi che valgono il prezzo dell'abbonamento.

Stranger Things è la nuova serie targata Netflix, creata dai fratelli Matt and Ross Duffer (gli stessi di Wayward Pines). 

1983, Indiana. Una cittadina di provincia è il set perfetto per quanto Spielberg ha messo su schermo con E.T. alla regia e Super 8 alla produzione. Qui non andiamo troppo lontano. C'è un gruppo di ragazzini che ancora sa dare sfogo alla propria immaginazione grazie ai giochi di ruolo da tavolo, hanno le BMX parcheggiate in cortile e l'outdoor è avventura e scoperta senza pericoli, con la scelta della merenda come unico problema di vita.

Ma si sa, nel mondo spielberghiano l'ordinario viene sconvolto da eventi fuori dal comune appartenenti al mondo del sovrannaturale e sovrascientifico. Il mondo di Stranger Things dei fratelli Duffer non è da meno.

Appena dopo una lunghissima partita a Dungeons & Dragons, la vita di quattro ragazzini nerd e appassionati di scienza viene sconvolta dalla sparizione di uno di questi. Parte da qui il prologo della serie, ci introduce alla scoperta dei personaggi principali, così come un normalissimo contesto cittadino degli anni '80.

Già, gli anni '80. Stranger Things li incarna alla perfezione sotto ogni punto di vista. Benché rimangano sullo sfondo senza mai avere un ruolo attivo, i cliché di quel decennio sono vividi e presentissimi grazie alla colonna sonora, ai costumi, alla tecnologia che stava muovendo i suoi primi passi verso un'innarrestabile rivoluzione, gli amori liceali, la paranioa della guerra fredda dietro l'angolo, i difficili rapporti tra generazioni, la caratterizzazione di tutto quanto fosse da geek e sfigati e che oggi è sinonimo di cool.

Se a livello di citazioni filmiche si spaziamo dai già citati E.T. e Super 8 passando per i Goonies e Stand by Me Racconto di un'Estate, immancabile il parallelismo con quelle videoludiche. Una su tutte Silent Hill, dal quale i due fratelli alla regia recuperano l'idea di un mondo altro, plausibile e spiegabile da regole fisiche, in pratica impossibile da dimostrare.

Non ho volutamente raccontato nulla dei personaggi e della trama, sarebbe come rovinare un'esperienza che merita di essere vissuta da tutti gli appassionati di quel decennio, anche solo per esserci nati come il sottoscritto.
Mi permetto solo di citare il capo della polizia Hopper, la vera sorpresa della serie. Carisma, tormento e senso di giustizia e rivalsa.

Stranger Things non è solo un'operazione nostalgia, è il ricordo di un decennio lontanissimo ormai, ma dove forse ci si riusciva a divertire in modo più sincero e da quei momenti si era in grado di estrapolare memorie di avventure epiche, perché costruite da noi e dalla nostra immaginazione, non dall'applicazione o dal videogioco di qualcun'altro.

Tant'è. Anche i ragazzini di oggi sapranno come ricordarsi di una partita a Pokémon Go tra una trentina d'anni.
Forse.

Fatemi sapere che ne pensate.

Maschera Easybreath Tribord

Ho il terrore di poche cose. Una di queste è senza ombra di dubbio l'essere in acqua circondato da meduse. 

Da qualche anno l'unico modo per sconfiggere questa paura è stata quella di entrare in mare senza mai lasciare a riva un bel paio di occhialini.

Nonostante ciò non li ho mai reputati una soluzione adeguata. Dopo qualche utilizzo, anche acquistando prodotti di alta fascia, succedevano puntualmente due cose: iniziava ad entrare acqua, inevitabile appannamento. 

Ho provato perciò per un paio di anni la maschera con aggiunta di boccaglio, ma anche qui, se nuoti per 1 ora intera, a fine vacanza avevo la bocca praticamente della stessa forma della morsa di plastica. 

Ho finalmente trovato l'anno scorso il giusto equilibrio, gli occhiali a fascia che molto assomigliano a una maschera, lasciando però libero il naso. Punto per me piuttosto delicato.

Sono stato, perciò, molto contento quando Decathlon mi ha chiesto di testare la nuova maschera Easybreath di Tribord
A differenza delle maschere normali, innanzi tutto, vi è la possibilità di scegliere la misura più adatta alla propria faccia, verificando con semplicità le distanze dai punti critici del viso. Cosa ovviamente non scontata.

Test in acqua

Io non faccio snorkeling e poco mi interessa l'utilizzo della maschera per questo scopo, ma la forma di Easybreath è fondamentale per avere un raggio di visione a 180° libero da qualsiasi ostacolo. Il blocco unico infatti non avendo impedimenti, permette di accorgersi ciò che avviene anche ai lati del nostro fuoco centrale, allargando naturalmente il campo visivo una volta in acqua.

L'ingresso in acqua è stato accompagnato a sguardi un po' attoniti, sembravo un astronauta pronto al lancio e devo dire che tale mi sono sentito alla prima immersione, combattuto su come avrebbe funzionato il tutto.

La cosa che più mi ha impressionato è stato respirare. Lo si fa in modo naturale, dal naso, cosa incredibile per chi si immerge in modo amatoriale, ma è una sensazione strana perché per un riflesso naturale si inizia a farlo con la bocca e solo poco a poco ci si abitua a farlo come sulla terra ferma. 

Il centro internazionale di Ricerca e Sviluppo Tribord, ha creato e applicato poi una cosa molto intelligente alla maschera, pur nella sua semplicità. Nel boccaglio integrato è riuscita a separare i canali di inspirazione ed espirazione, riuscendo inoltre a bloccare l'ingresso dell'acqua nel momento stesso in cui ci si vuole immergere. 
Non solo. Appena si riaffiora non c'è necessità di "sputare" fuori l'acqua come è d'abitudine con una tradizionale maschera con boccaglio, ma istantaneamente si torna a respirare con molta naturalezza.

A livello estetico e di design la maschera mi ha fatto inevitabilmente scattare un'associazione mentale con il mondo dei videogiochi, ricordandomi un mix tra Borderlands e i colori di Overwatch.  Le plastiche appaiono resistenti, così come la parte in tessuto che tiene ferma la struttura alla nuca. 
Credo, come tutto il materiale subacqueo, sia necessario un'adeguata manutenzione risciacquandola con acqua dolce una volta terminato l'utilizzo a fine giornata. E nel malaugurato caso qualcosa si rompesse, sul sito decathlon sono presenti anche i ricambi singoli.

Che dire. Ho trovato probabilmente il giusto compromesso per stare più a lungo con la testa sott'acqua senza l'ansia di ricevere costantemente acqua nel campo visivo e preoccuparmi dell'appannamento.
E se mi chiedete, si l'acquisto è consigliato.  
Di nuovo grazie a Decathlon che mi ha fornito la maschera Easybreath per poter effettuare questo test estivo!

10 minuti al giorno.

Grazie a Luca. Oggi glielo devo.
Lui ci riesce a fare un post al giorno, lo ha raccontato nell'intervista fatta per Why I Blog
Io no.

O almeno ci sono periodi in cui la spinta creativa viene meno, o semplicemente tutto il resto mi sommerge. Come quest'ultimo mese.

Il lavoro (10 voli presi, 4 Stati visitati), la passione ri-accesa per i videogiochi da quando sono riuscito a ottenere indietro il mio originario gamertag su Xbox (aggiungetemi qui!), la vita in generale.

Oggi riapro Feedly, il counter segnava 4.000, mi sono concentrato sulle fonti interessanti e ho segnato come letto tutto il resto. Tra i post salvati ho trovato questo, proprio di Luca, in cui cita il video di Andrea Badgley su come postare in 10 minuti ogni giorno al WordCamp Europe.

Consigli semplici, ma forse efficaci per creare un'abitudine. È che io alle abitudini sono un po' restio. 
Nel frattempo ho aperto una nuova sezione del blog, si chiama Soundtrack ed è completamente in inglese.
Come il nome suggerisce parlerò (o cercherò di farlo) di musica e dell'aspetto tecnologico che la sta pervadendo

Sì, anche chi studia Scienze della Comunicazione ce la può fare

Un pezzo di storia vera di uno studente di Scienze della Comunicazione. Leggi il resto sul blog di Giovanna Cosenza.

Sta a voi decidere cosa fare, non a chi pensa di saperne di più (1,2)

Decido allora di farmi guidare dalla serendipità e, dopo due mesi passati a imparare la lingua e guardarmi intorno, arriva l’input che stavo aspettando. Il cartellone pubblicitario di un’aziendacompetitor di WhatsApp colpisce la mia attenzione. A mio avviso l’azienda ha speso milioni di dollari per una campagna di marketing sbagliata. Passando poi dalla carta al digitale, osservo che anche sul sito e sui social media la campagna di marketing di quell’azienda presenta lacune clamorose. Bingo. Mi impunto che all’azienda manca qualcosa. E quel qualcosa è il mio lavoro.
Spendo quattro giorni a studiare l’azienda, i suoi prodotti, i suoi dirigenti e le sue uscite su tutte le riviste di tecnologia. Fatti i compiti per casa, passo all’azione. Spendo altri due giorni a impacchettare un PowerPoint di 30 slide in cui illustro graficamente cosa l’azienda sta sbagliando e quali soluzioni io posso portare sul tavolo. Trovo suLinkedIn l’indirizzo email della persona giusta e gli invio il mio PowerPoint. Completo l’azzardo decidendo di non allegare il mio CV all’email. Mando un messaggio chiaro: sto cercando di aiutare loro, non di promuovere me stesso.

Dopo una settimana l’azienda mi risponde via email: sono stati colpiti positivamente dal mio lavoro. Mi offrono subito un’intervista su Skype per valutare il mio inglese. Superato il test di lingua, guadagno l’intervista dal vivo. Faccio bella figura e porto a casa quello che volevo. Un periodo di quattro mesi di prova, non pagati, per dimostrare in ufficio se valessi davvero. Senza neanche essere presentato ai colleghi, vengo gettato nella vasca degli squali con un’unica indicazione che ricorderò per sempre: “Do something”.Fa’ qualcosa. D’altronde, se bussi alla porta di una startup proponendoti in un ruolo che l’azienda non sta cercando, non puoi aspettarti nessuna guida. Il lavoro, appunto, te lo devi inventare. E io non ho mollato un secondo.

Dopo quattro mesi ho sbattuto sul tavolo dei capi risultati tangibili, frutto della mia competenza e della mia perseveranza. Il primo giugno del 2016 l’azienda californiana mi ha proposto un contratto stellare, più tutti gli agi di un lavoratore americano dellatech industry (assicurazione sanitaria, trasporti gratis, stock options, ecc.). Grazie al mio stipendio avrò una bella vita in California e potrò anche aiutare i miei genitori in Italia, che da tempo avevano bisogno di un sostegno economico. Inoltre, la scuola di inglese, favorevolmente colpita da tutto ciò che ho fatto in soli sei mesi, mi ha offerto un posto da docente di marketing digitale in un corso per giovani professionisti.

Per lavorare nel digitale

  • Avviso per chi vuole lavorare nel digitale come blogger, influencer, ecc. Non credete mai – dico MAI – alla fallacia narrativa di chi invariabilmente “ha lasciato il lavoro per bloggare, girare il mondo, guadagnare scrivendo sul blog, facendo foto, facendosi fotografare”. Nei giornali è rappresentato solo l’uno su di un milione che guadagna davvero. Per gli altri, è tutto un arrotondare e arrabattarsi. Insomma, voler fare il calciatore professionista non è una strategia, è un mix di culo, DNA, lavoro, ad alta improbabilità.
  • Adattarsi è essenziale: non significa adattarsi a fare le fotocopie. Adattarsi a fare cose che vengono richieste e per cui le aziende pagano. Vedi il punto seguente.
  • Seguire le tue passioni? Sti**zzi. Steve Jobs ha rovinato una generazione. Parla per te che sei un genio, Steve. Non che bisogna fare qualunque cosa anche se non piace, ma le passioni e il lavoro sono cose diverse. Dico sempre che io non ho passioni, se non le passioni degli altri. Questo mi aiuta, nel mio lavoro, ma non pretendo di vendere racconti. Vendo numeri e business plan. Quando vedo gente che ancora aspetta “il suo momento” in ambito artistico/glamour/letterario – o pensa di essere cronicamente sottopagata – penso sempre che un po’ di economia aziendale avrebbe fatto bene, alla loro vita.

Quelli sopra sono solo alcuni dei punti estratti dal post di Gianluca di oggi "Come lavorare nel digitale". 
Sono i tre punti che forse mi riguardano più da vicino. A me che un post sulle passioni l'ho fatto davvero e ci ho messo quanto di più vero avessi da condividere, perché a me è accaduto così.

Ma forse è vero, passioni e lavoro nel più probabile dei casi sono due parallele destinate a non incontrarsi mai, obbligate a guardarsi da lontano, attraverso una finestra senza aperture.
Tuttavia chi nel digitale ci è cascato, chi male o chi in piedi, chi ci è arrivato per scelta, l'ha fatto perché il più delle volte ce l'aveva dentro. Il come è storia.

Quella di ognuno di noi, quotidianamente impegnato a dover spesso lasciar fuori da quella finestra le passioni, che stanno lì ad urlare a squarciagola a chi non vuol proprio capire anche le più banali ovvietà di questo mondo digitale, così arduo da afferrare per chi ha deciso di voltargli le spalle perché troppo ancorato alla vecchia maniera, che non ha avuto la stessa nostra fortuna, di quando ci siamo concessi il lusso di lasciar passare da una fessura quanto di più personale avevamo e abbiamo deciso di condividerlo con il mondo del lavoro. 

Perché col digitale ci siamo cresciuti, ci siamo scontrati e l'abbiamo fatto nostro nelle interminabili ore spese su forum, chat, blog, siti, social network, videogiochi e moltissime altre cose che ci hanno permesso di essere dove siamo ora e di provare a capire ciò che sta al di là di questo vetro a protezione dello schermo. Quando la comunicazione era ancora McLuhan e il marketing era ancora il primo Kotler. 

È un mix di culo, DNA, lavoro ad alta improbabilità

Quanto è vero.
Concedimi anche questo però Gianluca. Non abbiamo addosso un peccato originale per aver travasato un po' di quanto abbiamo imparato dai primi Computer 386 a oggi apprezzandone ogni singolo secondo. Se odiassimo il nostro specialissimo mondo digitale, non saremmo qui a provare a tirare in mezzo quel qualcuno che ci guarda come degli spostati, degli sfigati, degli appartenenti a realtà lontanissime e incomprensibili.

Mentre non si stanno accorgendo che quelli strani, tra poco, saranno loro. 
Diciamolo a chi guarda al digital come un'opzione. Non lo sarà più tra poco, non ci sarà più una scelta del dentro o fuori. Sarà semplicemente la normalità, come la TV 50 e passa anni fa. E sebbene non potrà piacere a tutti, diventerà lo standard.
Ma del resto, non a tutti piace il calcio.