#Draxler. Una storia di tweet e sofferenze

È stato un weekend sofferto sportivamente parlando.
Parlo poche volte del mio tifo calcistico su queste pagine, ne verrebbe fuori una versione distorta del sottoscritto, riconoscereste soltanto istinti primordiali a me difficilmente associabili.

Ad ogni modo, per chi non lo sapesse tifo quella squadra con le strisce bianche e nere di Torino, la più amata e odiata di tutte.

In luglio e agosto succede che ogni squadra della Serie A ha la possibilità di vendere e acquistare calciatori per la stagione sportiva successiva. Quest'anno la Juventus si è privata di grandi campioni e pur avendo programmato l'acquisto di altrettanti giovani talenti con molto anticipo, gli ultimi giorni di questa finestra di calcio mercato è tradizione acquistare i nomi di calciatori altisonanti per far sognare un po' la tifoseria.

Quest'anno le attenzioni delle ultime ore sembravano (sembravano in quanto l'amministratore delegato ha smentito di aver mai avviato una trattativa) essere ricadute sul profilo di un giovane ventunenne molto promettente, un trequartista della squadra tedesca Schalke 04, tale Julian Draxler.

Non è Messi(a), ma non è nemmeno da buttare.
Beh, il weekend di passione dicevo.

Sì, perché dopo settimane di accostamento di questo giocatore alla mia squadra del cuore, la trattativa è parsa finalmente entrare nel vivo venerdì.
Ho voluto staccare la spina queste 48 ore, osservare da ospite non pagante lo sfogo di innumerevoli tifosi dal pollice svelto intenti a vomitare sentenze su quanto stava accadendo, secondo dopo secondo, grazie a un aggiornamento in tempo reale su Twitter.

Ho creato una piccolissima raccolta su Storify.

Ce ne sarebbero tanti altri, ma solo per dire come Twitter è il nuovo luogo di ritrovo catartico per sfogare il proprio psicodramma personale
Scaricatoio di tensioni grazie ad un comune senso di appartenenza alla medesima sofferenza insostenibile altrimenti da soli, soprattutto perché in vacanza e lontani da amici di routine.

E ho solo collezionato quelli che mi han fatto sorridere, ma per questa manciata ce ne sono a migliaia, rappresentativi delle più disparate personalità: il disfattista, il gufo, il troll, l'ottimista inventore di notizie, quello che per forza ci deve buttare dentro i Marò, etc.

Insomma. Il vero bar sport. Poi se sono imbecilli, questo è tutto da verificare.

P.s. Alla fine quel giocatore non è venuto alla Juventus. Vi lascio cercare da soli le successive reazioni....#Draxler

Musica Sulle Bocche: Alfio Antico

Metti una domenica mattina alle 5.30, mi alzo con il forte appiccicaticcio dell'umidità marina di fine agosto. 

Corro verso la spiaggia, alle 6.00 inizia lo spettacolo del maestro percussionista Alfio Antico. È la settimana dell'anno in cui questo spicchio di terra si anima grazie al jazz festival internazionale Musica sulle Bocche. Sempre durante quella in cui ho ripreso a lavorare, tuttavia questo weekend capitavo da queste parti.

Gli anni passati la pigrizia mi tradiva, facendomi mancate tanti eccezionali concerti di pianoforte.

Stamani, invece, ho salutato il sole con tantissime altre persone. Ho gustato il sapore della terra, del mare e del fuoco. Il suono primordiale di uno strumento tutto da interpretare.

Le sicule melodie d'amore dell'artista, contrastanti con i tanti giovani devastati dall'alcol e venuti a spiaggiarsi, si sono sparse nell'aria come sale ad alimentare un contesto dove ancora la cultura ha qualcosa da dire.

Vodafone Smart Prime in prova

Innanzi tutto un grazie a Vodafone per l'invio del nuovo Vodafone Smart Prime, il primo smartphone da loro brandizzato, per una bella prova su strada con annessa SIM con la quale giochicchiare a dovere.

L'iniziativa vedeva il mio lato tecnologico contrapposto a quello più fashion di Daniela Schicchi cercando di capire quale dei due potesse prevalere durante l'utilizzo di uno smartphone, attraverso una serie di tweet dall'hashtag #TechOrDesign. Una conclusione di tutto rispetto: 

Passiamo al vero test. Smart Prime, realizzato da Alcatel, a discapito del prezzo di 149 euro che potrebbe suggerire una tecnologia medio-bassa, ma invece si fa apprezzare eccome. Arriva in una scatolina di cartone riciclabile con caricatore e cuffiette, leggero e compatto con scocca in alluminio e batteria rimovibile.

Sebbene abbia una memoria limitata a 8GB - ridotta a 5 in quanto 3 sono destinati al sistema operativo Android Lollipop 5.0.2 - l'alloggiamento posteriore consente un upgrade di memoria grazie all'aggiunta di una scheda MicroSD. Ho trovato, tuttavia, problemi a fargli leggere una scheda da 64GB, mentre con una da 32 non ce ne sono stati.

Utilizzo
Partito con l'installazione di alcune app fondamentali come Sunrise, Outlook e SeriesGuide mi sono immerso nell'esperienza Android. Personalmente non sono un grande fan di questo sistema operativo, un po' troppo macchinoso e dai passaggi logici astrusi per il sottoscritto (mi sa che sto invecchiando veramente), per cui il mio giudizio potrebbe risultare condizionato.
In generale pur comportandosi bene a livello di gestione del sistema operativo e delle applicazioni, ho percepito una lentezza di base nell'apertura di quest'ultime, probabilmente dovuto al 1GB di Ram dedicata. Una volta aperte le applicazioni si comportano bene, difficilmente vanno in crash e non producono surriscaldamenti eccessivi all'hardware del telefono.
Non sono riuscito a sfruttare il modulo NFC per i pagamenti stramite smartphone, purtroppo a diffusione ancora limitata negli esercizi che frequento abitualmente.
Molto buone le prestazioni della batteria, forse la caratteristica che più ho apprezzato, riuscita a superare ampiamente le 24 ore senza una singola ricarica.

Fotocamera
Gli 8  megapixel a disposizione nella fotocamera principale, fanno un egregio dovere considerato il rapporto qualità/prezzo. e considerando la fascia di prezzo la fotocamera è decisamente buona. Questa è una foto postata su twitter qualche settimana fa, la qualità generale si fa apprezzare anche con scarsa presenza di luce.

Per chi si avvicina per la prima volta ad uno smartphone può essere un acquisto azzeccato, non richiede molte pretese (qui c'è la scheda tecnica del prodotto), ha una ottima durata di batteria e fa delle foto decenti per il prezzo che ha.
Sicuramente se la batte con l'ampia gamma di Microsoft Lumia che si avvicinano a quella fascia di prezzo.

#WhyIBlog Intervista a Jacopo Paoletti

Rientro dalle ferie e cominciamo subito con il piede giusto. In occasione della riapertura del suo blog, due battute con Jacopo Paoletti e le sue, personali, motivazioni sul perché averlo.

1. Presentazioni. Nome, Professione, URL e piattaforma utilizzata

Mi chiamo Jacopo Paoletti, e come magari qualcuno saprà, mi occupo di marketing e comunicazione digitale. Cronologicamente dovrei rientrare fra i blogger della prima ora, anche se da giovanissimo ero poco più che un mero sperimentatore del mezzo (e sopratutto assolutamente discontinuo nelle pubblicazioni, in preda alla classica sindrome del monta e rismonta). Ho iniziato a "giocare" su Blogger nel 2001, ma allora "la vecchia guardia" della blogosfera italiana già iniziava a strutturarsi con i primi lunghi blogroll su Splinder; oggi molte di quelle penne illustri sono diventate una dorsale fondamentale nel panorama crossmediale nostrano, per quanto gli albori di questi nuovi media siano stati per tutti davvero pionieristici. Il dominio http://jacopopaoletti.com, sui cui poi ho aperto il primo self hosted, credo sia stato registrato addirittura a fine 2000, prima che si diffondessero le applicazioni web stand alone alla Wordpress; gli antenati dei blog erano infatti già pseudo diari fatti di pagine statiche, che però andavano aggiornati manualmente a colpi di HTML, e che spesso venivano manutenuti su spazi free come Geocities o Tripod. Se ci pensi parliamo di soli 15 anni fa, ma mi rendo conto come possa sembrare preistoria per i nativi dell'era di Periscope e Snapchat.

Comunque oggi il mio blog è qui: http://jcp.im e come piattaforma di blogging ho scelto Wordpress.com: lo so, i puritani ti diranno che sono per il self hosted (giustamente, eh), ma per una questione di pigrizia mia (nel gestire la parte d'infrastruttura e quindi dell'hosting) ho preferito optare per questo compromesso.

2. Perché hai un blog? E perché hai deciso di riaprirlo dopo qualche tempo di inattività?

Foto di Stefigno

Ho vissuto per molti anni il blog come un fenomeno puramente formativo ed esperienziale, cioè più con un occhio tecnico e professionale allo strumento che in chiave strettamente personale sul contenuto. Anche nei periodi in cui mi sono ritrovato a fare personal blogging era perlopiù in forma anonima o sotto pseudonimo, o quasi sempre nell'ottica di uno specifico progetto o di un'attività online ben definita. Le cose per me sono definitivamente cambiate nel 2011, quando ho fondato Intervistato.com (il blog collettivo di social journalism dove per oltre tre anni abbiamo intervistato persone e personaggi noti, dentro e fuori la Rete, e provenienti da tutto il Mondo) e dove mi sono ritrovato per la prima volta ad espormi personalmente online ed in un modo per me completamente nuovo.

Esaurita quell'esperienza, e a distanza di qualche anno, ho sentito sempre più la mancanza di quello scambio reciproco continuo (che a parer mio oggi solo la community verticale di un blog può dare), ed è così che è nata l'esigenza di avere un "non luogo" online che fosse tutto mio: una spazio personale ma che fosse sempre aperto al pubblico; una casa stabile, dove poter riordinare le idee, i miei appunti, le proprie riflessioni, e farne qualcosa di più strutturato e orientato all'approfondimento, godibile e condivisibile con tutti, ma soprattutto dove il contenuto fosse un elemento fondativo e duraturo nel tempo, oltre la velocità, il rumore ed il conseguente oblio dei vari social stream. Lo considero oggi più che mai una componente centrale della propria identità digitale, essendo la concreta emanazione online della propria libertà di esprimersi e autodeterminarsi in Rete.

3. Come ti ha aiutato nel mondo del lavoro?

Il blogging mi ha sicuramente aiutato a farmi conoscere e riconoscere, a tentare di farmi capire dagli altri (e se siamo qui spero anche ad apprezzare ;) ) da persone che diversamente non avrei raggiunto, o che probabilmente avrei raggiunto in troppo tempo, ma soprattutto mi ha permesso di costruire quella rete di rapporti che sono spesso andati oltre l'online, e che in molti casi mi hanno portato ad esperienze personali, lavorative e professionali di lungo termine. L'assioma che "con i blog non si guadagna" è quindi per me molto relativo; è ovvio che si pensa di monetizzare scrivendo post e piazzando banner, allora no, non si guadagna (ma anche in termini di reputazione proprio), e poi forse non è mai stata questa la strada di questo strumento. Se c'è un percorso da tracciare è nell'intersezione fra le relazioni, gli interessi e i contenuti, e conseguentemente nella generazione di valore da questa nuova alchimia.

4. Quale significato ha oggi avere un blog? Non sono sufficienti i social network?

Se potessi semplificare con una metafora, direi che i blog sono la voce, e i social il megafono per portarla lontano. Serviranno sempre delle scatole dove mettere le proprie cose, e dei mercatini dove andare a distribuirle. I blog oggi sono solo alcune di quelle scatole, e i social media uno dei tanti luoghi digitali dove le conversazioni online diventano la base proprio di quei mercati. Il Cluetrain Manifesto resta assolutamente attualissimo in questo senso. Oggi i social costituiscono il rumore di fondo di tutte le nostre conversazioni, e chi riesce ad avere una propria scatola ha indubbiamente una posizione di vantaggio nelle distribuzione di qualcosa (contenuti, prodotti, servizi, ecc) verso un determinato mercato (che nel caso dei blog corrisponde al proprio bacino di utenza).

Si potrebbe sintetizzare con una descrizione rovesciata della piramide dell'influenza: i blogger tendono a rientrare in quella serie di soggetti (i tanti decantati "influencer") che vengono ritenuti credibili e/o affidabili da un certo segmento di persone, e pertanto considerabili "influenti" da queste ultime (sia chiaro quindi, non influencer in senso assoluto, ma per quel pubblico specifico, restando inteso come la grandezza del relativo segmento prescinda dal valore strettamente numerico di soggetti che lo compongono, infatti essere affidabili per qualcuno diventa per sé stesso valore qualitativo e non semplicemente quantitativo). Poi che questa "influenza" sia realmente in grado di cambiare i comportamenti e le scelte degli individui è, come sai, tema assolutamente aperto e ancora molto dibattuto, e probabilmente servirebbe un'intervista ad hoc solo per affrontare questa tematica. Per non tediare ulteriormente qualcuno meglio fermarsi qui ;)

5. Uno o più blog che consiglieresti di seguire?

Negli anni sono finito per seguirne troppi, sia italiani che esteri, e quindi non vorrei fare torti a nessuno. Consiglio un buon feed reader e di leggere sempre secondo i propri interessi (e non necessariamente i soliti noti): c'è veramente tutto per tutti, e sicuramente qualcuno come noi che è interessato a leggere ciò che abbiamo da dire al Mondo.

Seguite le vostri passioni, non chi vi dice cosa fare

Stavo per andare a fare una pennica dopo le ore piccole di ferragosto, ma ho volutamente rinunciato - ho dovuto rinunciare - dopo la marea di troppo superficiali conclusioni del giornalista de Il Fatto Quotidiano Stefano Feltri su una diatriba di celolunghismo vecchia di decenni: le facoltà scientifiche sono meglio di quelle umanistiche, rovina, secondo lui, del futuro dell'Italia.

Nel primo post Feltri analizza un paper dove viene evidenziato come chi studia le materie umanistiche non guadagna, sarà un futuro disoccupato e, aggiunge lui, ha deciso di intraprendere una carriera di studi facilona perché non aveva voglia di impegnarsi in qualcosa di più complesso.

È giusto studiare quello per cui si è portati e che si ama? Soltanto se si è ricchi e non si ha bisogno di lavorare, dicono gli economisti. Se guardiamo all’istruzione come un investimento, le indagini sugli studenti dimostrano che quelli più avversi al rischio, magari perché hanno voti bassi e non si sentono competitivi, scelgono le facoltà che danno meno prospettive di lavoro, cioè quelle umanistiche.
I ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza. Studi difficili e competitivi. Ma chi li completa avrà opportunità maggiori, in Italia o all’estero.

WTF!?

Forse sono un prodotto atipico della cultura umanistica italiana, lavoro per una delle più grandi aziende al mondo solo perché ho avuto culo e svogliatamente mi sono trascinato a fare qualcosa di facile e veloce?

Ho respirato, ho riflettuto e mi sono detto andiamo a leggere questo benedetto paper catastrofista secondo il quale dovrei guadagnare poco o essere disoccupato. Fortunatamente l'aver conseguito una laurea umanistica, t'oh ma guarda un po', mi ha permesso di imparare a leggere una ricerca e le ricerche si basano sulla statistica e su un campione di intervistati. E le ricerche producono risultati esplodendo i dati presi da campioni, ovverosia non necessariamente rispecchiano la realtà che raccontano. 

Quello che mi sento di dire ai ragazzi italiani (ad esempio ho fatto lo stesso discorso a mio nipote di 18 anni) che stanno per scegliere la facoltà universitaria è lo stesso fatto da Marco in questo video:

Per trovare il lavoro dei vostri sogni dovete avere passione, lottare, combattere contro giganti così come dettagli piccolissimi, ma non permettete a nessuno di dirvi cosa non potete fare. No non è una frase da film, ve lo dico perché io lo sto sperimentando in questi primi 10 anni di carriera.

Mi sono laureato in Scienze e Tecnologie della Comunicazione, dopo 3 mesi esatti dalla mia laurea triennale benché fossi già iscritto ad un Master ho trovato lavoro. Ci vuole fortuna e trovarsi nel posto giusto al momento giusto, sono conscio di questo, ma senza la passione e la fermezza delle scelte che ho fatto non sarei dove sono ora. Ci saranno fallimenti e delusioni, porte in faccia, ma anche tante, tantissime soddisfazioni. Ve lo prometto.
Credete in voi stessi, alcune volte servirà accontentarsi, ma soprattutto non aspettatevi di guadagnare migliaia di euro il giorno dopo usciti dall'Università. Ci vuole tempo e dedizione, ma se si stabiliscono degli obiettivi li si possono raggiungere. L'Italia vi ferma? Uscite dal Paese e tornateci quando avete fatto quello che dovete. 
Se il lavoro non c'è, come dice Marco, non aspettate e createvelo. No, non bisogna aver studiato Economia o Ingegneria per creare una start-up, per farlo servono idee, spirito di sacrificio e collaborazione.

Andiamo avanti. Nel secondo post Feltri invece si sente di dare spiegazioni più approfondite al primo: 

se guardo al mio percorso universitario con la logica dello studio del Ceps, come investimento finanziario è stato ottimo. I miei genitori, non certo senza sacrifici, hanno investito parecchio sulla mia educazione. Solo di tasse universitarie cinque anni in Bocconi costano circa 50mila euro, più le spese come studente fuori sede ecc. Non potevo accedere a borse di studio e sostegni perché riservati alle famiglie con redditi più bassi della mia o a quelle degli evasori fiscali, che risultano poverissime.
La nomea dell’università e – mi piace pensare – le conoscenze e le competenze acquisite mi hanno permesso di trovare subito il lavoro per il quale mi stavo preparando, cioè il giornalista

Posto che chi si laurea in Bocconi si sente sempre un gradino sopra gli altri. Il paragrafo su riportato mi ha dato da pensare. Il sunto che ne faccio è l'equivalenza ho pagato 50.000 euro di tasse universitarie = mi sono comprato l'accesso al mondo del lavoro
Ah si, seconda osservazione. Fare il giornalista non è una professione umanistica? Forse ho perso io qualche pezzo.

Ma arriviamo al capolavoro finale:

Dal lato delle scelte collettive, cioè le politiche pubbliche, dovremmo tutti chiederci se ha senso sussidiare pesantemente università che producono disoccupati e formano persone che nessuno sente il bisogno di assumere o retribuire adeguatamente. Tradotto: meglio avere molte facoltà di filosofia e scienze della comunicazione o chiuderne qualcuna e magari dare più incentivi alla ricerca in campo chimico o elettronico? Parliamone.

Quindi chi lavora nelle PR, Marketing, Comunicazione; Digital PR, Social Media, Art, Copy, etc. etc. etc. che sono solo una piccolissima parte del mondo umanistico dovrebbero placidamente sparire lasciando il mondo del lavoro a chi si è acculturato a suon di numeri e teoremi matematici, tanto sapranno coprire le lacune lasciate dai primi. 
Certo.
Chiedete ad un ingegnere di non essere analitico, poi vediamo come le aziende per le quali andrete a lavorare o le vostre, se ne creerete, una saranno in grado di comunicare efficacemente. 

Nessuno dice che le materie che si studiano nelle facoltà che garantiscono redditi bassi e disoccupazione siano da disprezzare (con qualche eccezione, magari, ma di corsi inutili se ne trovano ovunque). Anzi, spesso sono interessantissime e cruciali per la nostra formazione come individui. Ma quello che forma l’individuo non necessariamente è utile anche a formare un lavoratore.

Ancora. Ancora una riflessione dove chi lavora deve essere una specie di disadattato costretto a spendere delle ore della propria giornata tirando fine mese facendo qualcosa che odia, solo perché è così che funziona l'Italia.

Cazzate. Tutte emerite cazzate.

La verità è che questo Paese necessità di qualsiasi tipo di figura lavorativa, disquisire sulla carenza di sforzi in ricerca scientifica ha poco a che vedere con la scelta della facoltà universitaria.
Vero è che ce ne sono alcune in grado di avere un impatto più forte e immediato sul mondo lavorativo, il quale sta subendo una trasformazione tecnologica e digitale senza pari. Indi per cui sono anche io convinto che un laureato in Informatica abbia più chance di uno storico specializzato in guerre puniche.
Ma questo Paese non andrà in declino per troppi laureati in Lettere o Filosofia, i problemi legati alla disoccupazione sono ben altri e completamente distaccati dal sistema educativo da scegliere a 19 anni.

Caro Stefano, come vedi anche i numeri scritti nero su bianco possono non raccontare la realtà e cosa davvero succede in Italia. Perché come me conosco decine di ragazzi con il mio stesso percorso di studi o similari che ce l'hanno fatta, sono affermati e rifarebbero la stessa scelta ad occhi chiusi, considerando un passo fondamentale l'aver snobbato una facoltà non umanistica.

Ant-Man. Recensione a due

Probabilmente la cosa migliore da fare prima di andare a vedere un film Marvel su un nuovo super eroe mai apparso in pellicola è quella di cercare di scoprirne le origini cartacee. 

L'avevo fatto in gran parte con gli X-Men e con i miei 300 e passa numeri da collezione, ma non altrettanto con gli Avengers - che personalmente reputo un gradino sotto - o con Spider-Man. Quando ho sentito parlare di Ant-Man, attraverso l'annuncio della produzione cinematografica, ho deciso di raccogliere un po' di documentazione, perlomeno comprendere da dove provenisse un'idea tanto bislacca.

Il primo Ant-Man, l'originale Hank Pym, appare per la prima volta in fumetto nel 1962 in una storia intitolata The Man in the Ant Hill. È la storia di uno scienziato travolto dall'epifania della scoperta di un serio in grado di rimpicciolire le dimensioni di qualsiasi cosa, corpo umano compreso, ma soprattutto quella di riuscire a controllare qualsiasi specie di formica vivente.

Ho parlato di primo Ant-Man perché quello che vedrete al cinema è in realtà il successore di Pym (interpretato da Michael Douglas), Scott Lang (interpretato da Paul Rudd). 
Pym ci viene presentato come anzianto scienziato in pensione, in lento declino e al quale hanno appena sottratto l'azienda da lui stesso creata. 
Quello che non viene detto però è che il Pym nei panni di Ant-Man nei decenni passati ne ha combinate più di Bertoldo e la Marvel dopo avergli fatto prendere parte alla fondazione degli Avengers, gli ha dedicato ruoli marginali nei fumetti, quasi quelli di un anti-eroe. 
Polygon ha fatto un ottimo sunto del suo travagliato passato proprio qui, oppure nella versione italiana di BadComics.

Passiamo al film, le premesse fondamentale da fare sono due. La prima, per questa specialissima occasione ho visto la pellicola insieme a Francesca che mi aiutò qualche mese fa nel dettagliatissimo approfondimento su The Interview, la seconda è la location
Siamo entrambi in vacanza in Sardegna e l'offerta strutturale e architettonica è quella del cinema all'aperto, con tutti i suoi limiti dal punto di vista qualitativo audio-visivo.

Ovviamente non abbiamo perso tempo e visto la compresenza ci siamo buttati nella recensione del film, ognuno col suo punto di vista.

ANDREA

Il film
Inaspettatamente ricco di scenette tipiche delle commediole americane. Una scelta in continuità con Avengers: Age of Ultron con Tony Stark nel ruolo del giullare di corte, qui lasciato al giovincello Scott Lang.
Nei primi 30 minuti non sembra nemmeno di essere in un lungometraggio della Marvel, piuttosto nei momenti salienti prima di un colpo milionario di Fast and Furious, con piani studiati con dovizia di particolari per poter trafugare la tuta di Ant-Man con tecniche degne di MacGyver.
L'inconsapevole protagonista è il ladruncolo Scott Lang, in cerca di riscatto dopo qualche anno trascorso in prigione. Raccolto sotto l'ala protettrice del magnate Hank Pym e la sua dubbiosa figlia Hope per essere trasformato in un super eroe. 
Niente di più tradizionale, Davide contro il Golia bramoso di potere e come sempre in grado di minacciare il mondo fanno da sfondo a un film d'azione mediocre, con tanti, troppi momenti poco approfonditi dove si sarebbe potuto caratterizzare maggiormente il personaggio di Scott.
Tuttavia l'impepata di risate e il lieto fine lasciano uscire dalla sala tutti contenti e con applausi per un eroe poco conosciuto e balzato sotto i riflettori di punto e in bianco.
Non andate via dopo i titoli di coda, ci sono due sequenze importanti per l'apertura di un sequel e di un intreccio di storie con il filone Avengers. 

Francesca e il sottoscritto prima della visione!

Attori
Nutro simpatia per Paul Rudd con una stima radente allo zero, tuttavia credo sia stata una scelta azzeccata farlo uscire da ruoli tipicamente comici o melensi e metterlo alla prova con un vero film d'azione.
Grande spazio e consacrazione di due attori resi famosi da serie televisive come Bobby Cannavale, visto in Chef, ma soprattutto scoperto con l'egregia interpretazione di Gyp Rosetti in Boardwalk Empire e Corey Stoll, l'underdog con un destino funesto in House of Cards. 
Michael Peña merita menzione a parte per l'interpretazione dell'idiota sempre presente al momento giusto.

Domande e considerazioni
Come ogni super eroe che si rispetti, anche Ant-Man ha una sua nemesi, non rappresentata da un nemico in carne ed ossa perenne come Joker per Batman o Skeletor per He-Man, ma piuttosto da una situazione costante come la kriptonite. Per Ant-Man è il pericolo di rimanere sprovvisto di quel siero in grado di riportarlo a dimensioni normali, se si restringe una volta in più del dovuto chi sta dentro la tuta è spacciato per sempre ritrovandosi in un paradosso spazio-temporale. 
Il film mostra come la moglie di Hank Pym sia morta proprio per questo procedimento durante il quale si è ritrovata a restringersi all'infinito entrando in un mondo sub-atomico. Si parla di fisica quantica, luoghi ancora poco esplorati dalla scienza contemporanea e cercata di rappresentare come un luogo psichedelico dal regista nel momento in cui anche ad Ant-Man tocca la medesima sorte, salvo poi salvarsi per il rotto della cuffia. 
La prima domanda è stata, ma una rappresentazione del genere è veritiera? Perché non esiste gravità in un eventuale mondo fatto di particelle più minuscole dell'atomo e vedevamo Ant-Man fluttuare come un novizio astronauta?
Mi sarebbe piaciuto vedere un'approfondimento maggiore sul profilo di Hank, perché ha creato questo tipo di particella, perché è voluto diventare Ant-Man. Spazio per un prequel? Vedremo tra qualche anno.

Vi lascio nelle sapienti mani di Francesca!

FRANCESCA

Tesoro, mi si è ristretto il capolavoro

Considerazioni preliminari. Riguardo a questo film, molte sono le osservazioni ma uno solo è il quesito:

Tesoro, mi si è ristretto il capolavoro.

Considerazioni preliminari. Riguardo a questo film, molte sono le osservazioni ma uno solo è il quesito: cosa ne sarebbe stato di Ant-Man se solo Edgar Wright non avesse abbandonato precocemente il progetto?
Sì perché Ant-Man è la prima gestazione esplicitamente travagliata della Marvel Studios.

Qualche avvisaglia l’aveva già lanciata Mickey Rourke con Iron Man 2, rilasciando dichiarazioni molto poco lusinghiere contro la produzione, ma suscitando poco scalpore visto anche il carattere notoriamente bellicoso dell’attore. Pare che al colosso Disneyiano la creatività, ma soprattutto l’autorialità, non vadano proprio a genio.
Il tanto odiato Thor di Kenneth Branagh sembra essere l’unico ad aver seminato furbescamente dando frutti a lungo termine (ci ha portato il miglior villain di tutta la filmografia Marvel e ha introdotto il conflitto shakespereano, fonte inesauribile di idee per arricchire uno script, nella saga degli Avengers), tant’è che si vocifera che il regista inglese sia stato ricontattato per il prossimo Thor. Edgar Wright, giovane regista britannico che sarebbe miope non definire un genio, maestro nel giocare tra i generi azione, fantascienza, catastrofista e comico-demenziale, è a tutti gli effetti un Autore che scandisce a chiare lettere la firma sulle sue, poche, opere. E tuttavia, da grandissimo amante del fumetto e idolo indiscusso dei nerd nel pianeta, sembrava perfetto per confezionare un piccolo film senza troppe pretese di incassi ma destinato a diventare un istant cult per gli intenditori, per un piccolo eroe come Ant-Man.

Ma evidentemente il conflitto genitoriale, con gli studios ripetutamente pronti a mettere mano sulla sceneggiatura di Wright al fine di poter inserire il lavoro nella saga degli Avengers, si è spinto a tal punto da determinare la rottura della collaborazione iniziata nel 2006. Sebbene Wright l’abbia cancellato subito dopo, il delizioso ‘selfie’ twittato nel maggio 2014 che ritrae Buster Keaton (che all’epoca si dichiarava pentito di aver abbandonato la sua casa di produzione indipendente per passare alla MGM) accigliato mentre regge un Cornetto Algida (rimando alla trilogia del Cornetto di Wright) ha fatto il giro del mondo e spinto Joss Whedon (Avengers) e James Gunn (Guardians of the Galaxy) a esprimere la loro seppur pedissequa solidarietà.
L’orfano è quindi passato alla regia di Peyton Reed (Yes Man, ironia della sorte?) e la sceneggiatura di Wright e Cornish è stata rimaneggiata da Adam McKay con il contributo di Paul Rudd (che avevano già collaborato per Anchorman), rendendo davvero difficile distinguere a chi attribuire ciascun elemento di comicità nei dialoghi, se alla coppia inglese o a quella americana. Edgar Wright è quindi il primo ma non l’unico genitore sfigato: il casting di Paul Rudd, che sembra essere stato fortemente voluto proprio da Wright, segna la svolta nella carriera dell’attore statunitense, relegato a ruoli comici fin dalla memorabile interpretazione del reporter ‘sul pezzo’ Brian Fantana negli splendidi Anchorman (2004) e Anchorman 2 (2013), non senza passare attraverso  lavori dei molto discussi giocolieri della satira di costume (ma non solo) Judd Apatow (Molto incinta, 40 anni vergine) e Rogen&Goldberg (Facciamola finita). Tutti nomi e titoli quelli elencati fino ad ora che possono solo far eccitare un’amante della commedia come me. Paul Rudd è un ultraquarantenne che rischiava di terminare la sua carriera come attore comico senza sfoggiare come si deve le sue doti drammatiche e di scrittura. Problema risolto dato che ha firmato, come altri elementi del cast, un contratto multifilm con la Marvel.

 Terminato l’antefatto, passiamo a qualche considerazione di natura pratica:

  1. Abbiamo visto il film nel cinema all’aperto di Santa Teresa di Gallura. Inutile dire che audio e video lasciavano molto a desiderare, che non c’era un posto decente per tutti e abbiamo dovuto assistere anche a qualche scenata, e che ci hanno fatto entrare a film iniziato impedendoci di comprendere il prologo e siamo usciti prima del termine dei titoli di coda senza poter apprezzare il secondo cameo. D’altra parte il clima ciarliero delle famiglie ci ha permesso di apprezzare la felicità dipinta nei volti di una folla di marmocchi, e questo a noi nerd abituati a usare la violenza contro altri nerd per accaparrarsi il posto migliore in sala Energia o all’iMax indubbiamente scalda il cuore.
  2. Andrea (al quale potete riferirvi per l’inquadramento del lavoro nell’universo fumettistico) ha tentato di compromettere le mie capacità critiche invitandomi a cena prima del film e facendomi mangiare e bere benissimo e come un cinghialino. Ho ricevuto una telefonata prima del dolce e penso che questa pausa mi abbia salvato la vita.

Recensione vera e propria con qualche spoiler

A mio parere quando si parla di un film Marvel c’è sempre poco da dire. 
Col rischio di attirarmi l’odio di tutti, questi film sono tutti uguali, anonimi, del tutto prevedibili e destinati all’oblio. Wright non poteva firmare una cosa del genere perché la sua filmografia, a differenza di quella della Marvel, non è improntata unicamente al profitto. D’altra parte si può dire che Rudd sia salito sul treno per esigenze di carriera e per l’opportunità, poi persa, di lavorare con Wright; mentre alla Lilly, che aveva dichiarato che non avrebbe più preso parte a un film dopo la Hobbit, evidentemente è stata fatta un’offerta che non poteva rifiutare. Ad ogni modo si può fare qualche considerazione sulla trama. Innanzitutto qui gli eroi, e gli Ant-Man sono due: Henry Pym (Michael Douglas) e Scott Lang (Paul Rudd), uniti da una classicissima relazione mentore-discepolo buona per tenere insieme la trama. Entrambi hanno una controparte, e compagna, femminile (Evangeline Lilly per Scott).

Ant-Man era già operativo ai tempi della guerra fredda e questo lo pone di fatto come l’Avenger più anziano dopo Cap. Lo psicodramma familiare, il lutto, l’emarginazione, vengono attribuiti tutti a Michael Douglas per lasciare a Rudd la parte più fica. Anzi addirittura si può dire che la vicenda di Scott Lang sia in sostanza un’interpretazione in chiave comica (o una velata presa per il culo) dello stereotipo del cine-eroe Marvel: il difficile rapporto padre-figlia, parliamoci chiaro, un furbo come lui poteva risolverlo anche da solo e l’unico lutto da cui di fatto viene colpito è quello della formica Antony, momento ridicolmente peripatetico; e anche la battaglia finale col supervillain della questione, guardata da un normale punto di vista è solo una quasi silenziosa e del tutto inoffensiva caduta a terra di piccoli giocattoli per bambini. È come se Ant-Man e Lego Movie stessero discutendo tra di loro di quanto è futile e ridicola questa moderna cinematografia da green screen.

Ant-Man con la formica Antony

Quindi, visto il tono molto cazzone del personaggio, l’unico modo in cui riesco a interpretare il riflesso melanconico nello sguardo di Scott Lang e il continuo rimando alla ‘seconda occasione’ è proprio in senso autobiografico di Paul Rudd, che ricordiamo ha messo mano alla sceneggiatura. Il villain calabrone interpretato da Corey Stoll, che somiglia in maniera impressionante a Telly Savalas (da non confondersi col calabrone verde di Rogen&Gondry, unico supereroe cinematografico veramente indipendente) pur nella sua noiosa prevedibilità, conserva qualche elemento di psicopatia e funziona bene: peccato per la sua precoce dipartita. 
Michael Douglas fa bene il suo lavoro e si diverte, sembra sia inarrestabile dopo Behind the Candelabra e verrebbe proprio da dire che il troppo cunnilingus, che come sostiene lui gli avrebbe fatto venire il cancro alla laringe, invece gli abbia fatto bene. Non c’è molto altro da dire: tutto fila molto liscio fino alla fine.

Meritano una speciale menzione i dialoghi comici che fanno ridere (in particolare legati al personaggio di Michael Peña che rivedremo) e quelli che molto britannicamente non fanno ridere (come la conversazione iniziale sul furgone) e i cameo del Falcon di Anthony Mackie, altro grandissimo attore rimasto nell’ombra se non per piccoli capolavori come Lei mi odia. E proprio come i loro interpreti Falcon e Ant-Man escono timidamente dall’ombra per prendere il posto di Cap e Tony Stark negli Avengers con il ruolo di carabiniere eroico ma un po’ ciula e di bad boy. Sì perché Paul Rudd sarà il nostro bad boy, sicuramente geniale (anche se è stato nel mondo subatomico e ne è uscito senza saperci dire se sono particelle, membrane o stringhe, ma d’altronde è un ingegnere) e dalla battuta pronta. Speriamo stavolta scritta da lui e non da spinoza.it come quelli di Robert Downey Jr, che cominciavano già ad annoiare.

E poi devo liberarmi di un peso dato che la recensione verrà pubblicata in ritardo visto che mia madre ha finito i giga per giocare a Burraco online e adesso dopo 12 ore di bestemmie devo prendere il suo laptop che sembra più un ordigno bellico e farmi un km a piedi per usare il wi-fi dei ‘vicini’: Paul Rudd è figo, dannatamente figo, come uomo e come artista; a differenza della giornalista di Anchorman io il profumo del desiderio lo sento tutto, e quindi seguirò con entusiasmo qualunque suo progetto.

Nel complesso Ant-Man è un piccolo film dall’enorme budget diretto senza pretese, il cui (grande) elemento di interesse riguarda la sceneggiatura, che conserva qualche bizzarria atipica rispetto agli altri episodi della saga. Non si esclude che anche lo stesso rimaneggiamento dello script possa aver contribuito positivamente (sempre che si possa essere entusiasti di un rimaneggiamento) al risultato finale, ma è difficile a dirsi specie per me che non sono una fine esteta e l’ho visto in italiano. È stato per ora un flop come incassi, valutato malino da rotten tomatoes (ma d’altronde è l’opinione del pubblico, quindi degli americani) e benino secondo il metro di valutazione metacritic (ma della critica comunque non c’è da fidarsi), ma il seme ormai è stato gettato e Paul Rudd è negli Avengers. Se non gli tagliano lingua e mani (che non sono strettamente necessari per una formica) ne vedremo delle belle.

Avrebbe potuto essere un capolavoro da vedere e rivedere se fosse stato diretto da Edgar Wright, questo è poco ma sicuro. Ma d’altronde la formica Antony non è uguale a tutte le altre, difatti Ant-Man/Rudd non la chiama con un numero ma le vuole trovare un nome, lascia di sè un ricordo indelebile anche dopo la sua dipartita (contrassegnata da un’emotività davvero forzata)

"Ma sta sicuro che ne pagherai le conseguenze!"

Chi avrà scritto questa battuta che non ha nessun significato a livello di trama? I candidati sono quattro, e ognuno avrebbe avuto una buona ragione per scriverla. Sarà una teoria stramba ma mi viene in mente quando al liceo studiavo i prologhi dei poemi epici e mentre il poeta si prodigava nella doverosa leccata di culo al mecenate di turno tra le righe si leggeva: "dannato imbecille, questo è il prezzo che devo pagare per fare il poeta; ma sta sicuro che tra meno di dieci anni nessuno ricorderà nulla delle tue ridicole imprese mentre è chiaro fin da ora chi sarà immortale". Se la mia teoria fila comunque gliel’hanno lasciato scrivere

Non tutto è "Social" per forza

Sinceramente non sono rimasto piacevolmente colpito dalla campagna spagnola in cui viene raccontato il viaggio di un immigrato attraverso Instagram.

Alcuni telegiornali italiani un paio di giorni fa ne hanno parlato pensando si trattasse di un profilo vero, mentre tutte le foto condivise si sono rivelate poi una vera e propria sceneggiata atta a sensibilizzare il viaggio di queste persone.

Directed by the Barcelona studio Manson, this years campaign in formed of a 60 second video and linked Instagram account that acts as a reflection on the way we process and share images of displacement and migration, in established media and on social networks
The piece is also a comment on how the use and importance of photography has changed radically in the last few years, with the image of travel inexorably linked to it’s ‘reality’. In this way photography is key to the social construct of ‘travel’ in a globalized society.
If this is true for industrial tourism — the endless search and sharing of 21st century takes on pastoral ideals — it applies equally to the increasing numbers of those who’s journeys are the result of necessity. Migrants and refugees, displaced by dictatorial regimes, the horrors of war and environmental and economic disasters.

Non lo so, l'ho trovata di cattivo gusto, poco rispettosa di cosa debbano affrontare per davvero, ma soprattutto inutile a sensibilizzare chicchessia. Anzi, per chi non ha avuto notizia sul fatto si trattasse di una trovata pubblicitaria andrà avanti a commentare "Guarda un po', hanno anche gli smartphone".

Trovo molto più corretto raccontare e condividere storie come quella di Firenze, flagellata dal maltempo e dei tanti rifugiati che si sono dati da fare gratuitamente. E credo che sia proprio questo che tutti ci aspettiamo dal loro arrivo, integrazione, disciplina e legalità.

Oppure l'esperimento di Prato.

Cambiare routine

...Forse il modo migliore per pensare ai viaggi come forza perturbante è aspirare a trasformarli in un'abitudine, un'abitudine destinata a perturbare le nostre abitudini, un metodo di routine per staccarsi dalla routine. E quindi, come diceva il filosofo e saggista George Santayana, per "dare più mordente alla vita"...

Dall'editoriale di Oliver Burkeman sul numero 1113-4-5 di Internazionale

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